The Boy and The Beast

9 febbraio 2017 Commenti disabilitati su The Boy and The Beast

Un bambino, rimasto solo perché il padre se ne è andato e la mamma è morta, scappa di casa triste e solo. La prima sera finisce nel mondo delle bestie, una città abitata da animali, seguendo Kumatetsu, un orso combattente, irascibile ma anche lui solo.

Ren diviene il suo allievo, Kumatetsu diviene il suo maestro, ma i ruoli in realtà non sono così chiari, potrebbero essere invertiti e nessuno se ne accorgerebbe. Il rapporto tra orso e bambino cresce ed entrambi migliorano nella disciplina della spada.

Un giorno Ren ritrova la strada di casa, il mondo degli umani, e inizia a leggere, a studiare ciò che non ha potuto fare per lungo tempo. Stringe amicizia con una ragazza e pensa di iscriversi all’Università, ma per farlo servirebbe l’aiuto del padre.

Ecco la crisi d’identità di Ren. Chi è suo padre? Il suo animo è suddiviso tra il padre putativo e quel padre che lo aveva abbandonato ma di cui anela uno sguardo.

Il tema dell’identità e del “Chi sono io?” è sempre molto presente nel mondo giapponese e “The boy and The Beast” non fa difetto. In fondo lo stesso titolo dice molto di quello che vuole trasmetterci il regista Mamoru Hosoda. Come bisogna vivere per essere uomini?

Le bestie diffidono degli uomini perché, dicono, portano dentro di sé le tenebre. Ma il sapere “Chi sono” e conoscere la propria identità aiuta a tenere a bada le tenebre che anche in Ren si presenteranno.

Come vichinghi

13 aprile 2015 Commenti disabilitati su Come vichinghi

Curioso. Nell’episodio ottavo della seconda stagione della serie tv “Vikings”, al protagonista, uno jar del Nord, Ragnar Lothbrok, nasce un figlio. È un “mostro”, con gli arti inferiori deformi, che probabilmente non potrà mai camminare. Lo jar, pur commosso e triste, decide di abbandonare quel figlio che nella sua società di guerrieri non potrà mai essere accettato, né potrà diventare un combattente, né difendersi, né partecipare alla guerra, quindi – credo – neanche raggiungere il Walalla. Come a Sparta, i bambini non sani, non adatti alla guerra erano abbandonati, lasciati morire nella foresta. “Così fanno i lupi e gli orsi”, dice Ragnar.

“Ma l’uomo non è una bestia”, risponde la moglie dello jar.

Ma come, dico io. Tutti i giorni ci fanno il lavaggio del cervello per mostrare quale vita è degna di essere vissuta e quale no, poi lo stesso History Channel, non un esempio di massima imparzialità storica, per evidenziare la differenza che corre tra un popolo civile e un popolo ancora barbaro, lontano dalla civiltà, mostra cosa vuol dire prendersi cura dei propri figli più indifesi e più deboli. Davvero curioso come la verità delle cose venga fuori dove meno te l’aspetti.

Unbroken

18 febbraio 2015 Commenti disabilitati su Unbroken

Se dovessi dargli un voto da 1 a 5, gli darei 3. Non un film indimenticabile, una sceneggiatura a cui manca qualcosa, che non approfondisce i cambiamenti, la maturazione di un giovane. Tuttavia, come spiega questo articolo, la bozza di una conversione, di una fede che piano piano si fa strada durante un cammino doloroso c’è, la si intuisce, la si percepisce. E per questo il film è da vedere, soprattutto alla luce delle critiche di cui parla l’articolo a cui rimando:

La campionessa della Hollywood liberal, la sex symbol che pare disegnata dagli alieni per piacere agli uomini, la moglie del sex symbol maschile Brad Pitt, la madre di una bambina che ha appena imparato a parlare e già vuol cambiare sesso, la donna che si è fatta ricostruire parte del suo corpo per prevenire malattie che non ha, l’ambasciatrice dei rifugiati dell’Unhcr, ha infine partorito un film che appare l’opposto della sua immagine pubblica. Lei sembrerebbe l’emblema della post-modernità, atea, materialista, relativista. Il suo film, al contrario, è denso di dialoghi fra l’uomo e Dio, intriso di un’etica che non si vede e non si sente più da mezzo secolo (con le uniche eccezioni di Mel Gibson e Clint Eastwood, appunto). Angelina Jolie rivela, dunque, un’anima profondamente cristiana prigioniera di un’immagine da liberal. Ed è questo che deve aver spiazzato non pochi osservatori.

[Fonte]

Da leggere e da vedere

23 gennaio 2015 Commenti disabilitati su Da leggere e da vedere

La presentazione che La Croce Quotidiano dà della versione finalmente giunta in Italia di Cristiada, il film che narra la storia dei Cristeros messicani, da non perdere né l’una, né l’altro:

“Ma non si può vedere, questo film? Si può, sì: una nascente Produttrice cinematografica ha rotto gli indugi, ha fatto doppiare il film e da ottobre lo sta distribuendo nelle sale italiane. Dal 12 dicembre anche a Roma e Milano. Dappertutto sale piene, programmazioni protratte, gente commossa fino alle lacrime: le viscere, il cuore e la mente si dilatano nella sublime percezione di come un massacro possa essere tanto meraviglioso. Le persone si salutano, fuori dal cinema, al suono di “¡ Viva Cristo Rey !”. Perché? Cosa succede in quell’ora e venti di pellicola?

[…] Viene da chiedersi, non c’è differenza tra chi muore sparando e chi “come agnello condotto al macello”? È la stessa cosa, in fondo, imbracciare un fucile o un crocifisso?
Bisognerebbe chiederlo al cardinale Saraiva Martins, che il 20 novembre 2005 beatificò insieme “tredici martiri messicani”, tra cui alcuni attivisti nonviolenti, come Anacleto González Flores, e alcuni cristeros, come José Sánchez del Río. Il particolare non dovette essergli sfuggito, dato che il cardinal Martins era prefetto, all’epoca, della Congregazione per le cause dei Santi: Anacleto e José, per di più, sono nominati nell’omelia uno di seguito all’altro. Certo, dell’uno si esalta la linea nonviolenta e dell’altro si tace l’impegno militare, e tuttavia il giorno dopo il Cardinale si è recato nella città di nascita di José per celebrare una messa di ringraziamento particolare per il giovane cristero. Quel giorno il Cardinale fece appena un cenno alle “difíciles circunstancias históricas” in cui è sbocciato il fiore eroico del martirio di José… Difficili davvero, difficili da vivere poco più che da spiegare: è un attimo e, se non si sta attenti, ci si trova a inneggiare al “Jihad cristiano” (magari estrapolando dalla Bibbia qualche versetto e torcendolo a mo’ di puntello); tuttavia non si può negare, né il Cardinale l’ha fatto, che «la Chiesa di oggi in Messico è frutto della testimonianza di molti martiri, confessori, sacerdoti, religiose e cristiani sincerissimi che hanno difeso e diffuso la propria fede con valore». […]
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Pillola rossa o pillola blu

5 dicembre 2014 Commenti disabilitati su Pillola rossa o pillola blu

Ci sono molte opinioni contrastanti riguardo al film Matrix. Ma non voglio parlare di questo. Mi interessa solo ripresentare la scelta tra Pillola rossa o Pillola blu. Da una parte la consapevolezza che la realtà è molto più grande di quella che appare, dall’altra il non volere coglierla, il farsi andare bene le cose come stanno, anche quelle che per istinto senti sbagliate.

Cos’è oggi Matrix? È questo Potere che ci imbocca e ci soffoca. Ma c’è sempre qualcosa, un imprevisto, qualcuno, che ci dà la possibilità di rialzare la testa.

Tolkien e la storia dello Hobbit

19 dicembre 2012 Commenti disabilitati su Tolkien e la storia dello Hobbit

E’ già uscito nelle sale il grande film tanto atteso dedicato al romanzo di Tolkien, “Lo Hobbit”, la storia del viaggio di Bilbo Baggins, una sorta di prequel de “Il Signore degli Anelli”. Per prepararsi alla visione è bene aver letto il libro, ma non solo. Ecco alcuni spunti interessanti per addentrarsi nella “mitologia” del romanzo e del romanziere.

Cosa dire, nel dettaglio, de “Lo Hobbit”? Ci sarebbero, ovviamente, da riempire pagine e pagine, ma limitiamoci a poche linee. Intanto, l’inizio: Bilbo Baggins è uno hobbit, un mezzo-uomo, una creatura piccola e attaccata alla vita comoda a benestante, alle grandi dormite, alle mangiate e alle bevute. E, soprattutto, detesta una cosa su tutte: le avventure. “Brutte, fastidiose scomode cose! Fan fare tardi a cena!”. Un giorno, però, ecco presentarsi sul suo uscio il vecchio stregone Gandalf, venuto apposta a reclutarlo per un’avventura! Ecco qui, nascosto, l’elemento cristiano. Chi è Gandalf? Come si evince dal Silmarillion, Gandalf è uno degli Ainur, creature angeliche a cui Eru, l’Uno, chiamato anche Ilùvatar (in altre parole, Dio!) affidò Arda, la Terra. Ecco dunque, che un Angelo si presenta alla porta di questa piccola e fragile creatura, e la chiama al suo grande destino. […] All’inizio non ne vuole sapere, ma qualcosa in lui, invece, brama l’avventura, e proprio questo qualcosa, alla fine, prende il sopravvento, fra l’incredulità dei Nani, che lo vedono inizialmente come un peso. Bilbo ha detto il suo “Sì” alla chiamata, un “Sì” dato liberamente e venuto dal cuore. […] Bilbo non è Achille o Sigfrido, non è il Superuomo nietzschiano, è una piccola, fragile ed impaurita creatura trovatasi di fronte ad una responsabilità all’apparenza più grande di lui, ma che riesce, nel continuo sacrificio di sé, nell’accettazione delle difficoltà e delle prove che gli si parano davanti, a terminare un viaggio che si rivelerà, alla fine, un vero e proprio pellegrinaggio interiore.
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La casa editrice tedesca, secondo le leggi del Reich, chiese a Tolkien un certificato o una auto attestazione di razza arisch, cosa che in effetti il suo cognome lasciava ben sperare. La risposta di Tolkien è un piccolo capolavoro. Alla buona creanza – “Grazie per la vostra lettera” – segue una sistematica distruzione filologica delle confuse mitologie di Hitler e compagni: “Temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati”. Fino alla stoccata finale: “Ma se voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo tra i miei antenati non ci siano membri di quel popolo così dotato”.
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Sesto potere: spegnere il quinto

22 novembre 2012 Commenti disabilitati su Sesto potere: spegnere il quinto

E’ curioso guardare gli spezzoni di “Quinto potere” su Youtube. Si trovano facilmente tutti i monologhi di Howard Beale, il commentatore televisivo che diviene per la sua rete una sorta di profeta solo perché permette di alzare gli ascolti, ma si trova con più difficoltà il dialogo tra Max Shumacher (William Holden) e Diana Christensen (Faye Dunaway) al termine del film, dialogo che racchiude tutto il significato dell’opera di Sidney Lumet.

Vuol proprio dire che tutti quelli che guardano il film si comportano come gli spettatori dello spettacolo di Howard Beale nella finzione, spettatori che si mettono a urlare dalla finestra solo perché il giornalista dice loro di farlo. Del resto, “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più” è uno slogan facile, banale, che ancora oggi risuona sul web sotto varie forme. Insomma, è la nemesi del film. Lumet dimostra ancora oggi che il potere della televisione (mezzo del Potere) porta ad essere degli umanoidi, dei semplici replicanti che si bevono la finta ribellione al potere (che invece è la televisione che trasmette finti slogan).

Il dialogo rivelatore, la chiave del film, è invece quello tra Max Shumacher e Diana Christensen. Il primo è uomo maturo che sa ancora distaccarsi dal mezzo televisivo per vivere nella realtà, ne sono un esempio l’amicizia con Beale, la resistenza a farne un personaggio da baraccone, fino all’amore per Diana. Questa, cinica, insensibile, fredda a qualsiasi cosa la faccia rimanere nella realtà, come donna, perde l’occasione della sua vita di redimersi con l’amore. La decisione finale di Diana su Howard Beale la condannerà completamente. Max è l’unico a rimanere uomo, “finché potrò provare piacere, sofferenze e amore”.

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