Il vero nome della rosa

20 febbraio 2016 Commenti disabilitati su Il vero nome della rosa

Quando “Il nome della rosa” di Umberto Eco vinse il Premio Strega era il 1981. Avevo 8 anni, non ricordo nemmeno il fatto. Ricordo però il battage quando uscì, nel 1986, il film tratto dal libro, con protagonista Sean Connory, allora all’apice della carriera. Si riparlò del libro, dell’autore, il film ebbe un notevole successo e, se non sbaglio, molte scuole organizzavano comitive per portare i ragazzi al cinema a vedere questa ricostruzione del Medioevo.

Ricordo che mio padre, come spesso accadeva, portò a casa un’opinione diversa da quella che sentivo intorno a me: mi parlò di una recensione che aveva letto, di come risultasse un libro dalle idee negative (sì, esistono). Mi fidai del suo giudizio, soprattutto per quella posizione che ho spesso nei confronti dell’opinione pubblica (“Lo stato moderno fabbrica le opinioni che poi raccoglie rispettosamente sotto il nome di opinione pubblica” – Nicolas Gomez Davila). Negli anni a venire mi è capitato di pensare spesso a quella recensione, pur non avendola mai letta, ogni qualvolta sentivo parlare del libro e ancor più spesso del film.

Oggi, giorno della morte di Umberto Eco, ho potuto leggere finalmente quella celeberrima recensione, uscita su Civiltà Cattolica il 19 settembre 1981, riproposta da Il Timone.

Da notare come allora non si aveva il timore di urtare personaggi noti e appoggiati dalla grancassa dei media.

Che noi sappiamo, la critica finora ha avvertito in questo libro il nominalismo, ma non che esso è esattamente nichilistico e tuttavia allegro e perché, né tantomeno ha visto che questa era la fondamentale intentio operis et operantis.

Eppure tutta l’idea era dogmaticamente scandita in latino in un esametro che fa da ultima riga nell’ultima pagina del romanzo: Stat rosa pristina nomine, nuda nomina tenemus. Non abbiamo che i nudi nomi, cioè che le nude parole, le quali non dicono nulla tranne se stesse, non significano nessuna verità. È o, meglio, era la tesi radicale dello strutturalismo francese. Un nudo nome è dunque e soprattutto quello della rosa a cui spetta il primo dei nomi, cioè Dio, che è dunque lo stesso nome del nulla. La rosa del titolo è dunque Dio e il suo senso è il nulla. Se non abbiamo con questo azzeccato il senso del titolo, abbiamo certamente, ci pare, azzeccato il senso del libro, dove nella stessa ultima pagina sopracitata, 10 righe sopra l’esametro, si era sentenziato, questa volta in tedesco: Gott ist ein lautes nichts («Dio è un puro nulla»: nel senso di caos primordiale e finale).

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Da “Il quinto evangelo” di Giacomo Biffi

14 ottobre 2015 Commenti disabilitati su Da “Il quinto evangelo” di Giacomo Biffi

Laddove Matteo narrando l’episodio dei magi, scriveva: «Prostràti lo adorarono. Poi aperti i loro scrigni gli offrirono in dono oro, incenso e mirra». Il quinto evangelo correggeva: «Prostratisi, lo adorarono. Poi aperti i loro scrigni, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Ma disse Giuseppe: “L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve”».

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Così vicino…

3 dicembre 2014 Commenti disabilitati su Così vicino…

“Ci sono quelli che sono in collera con gli uomini e allora pensano di amare Dio. Molti vengono per le parole strane e dure, per ridestare il cuore morto nel petto”.

Una prosa di episodi del Vangelo, raccontati da uomini e donne del tempo, da discepoli non evangelisti, da Pietro, Giovanni, Andrea, Giuda… da potenti del tempo. Uno sguardo nuovo su una umanità sofferente, alla ricerca di qualcosa che la ridesti, le dia un senso nuovo. Uno sguardo su una realtà a noi lontana nel tempo, ma solo in quello, perché il cuore dell’uomo invece è sempre uguale a se stesso: bisognoso di qualcuno che si pieghi a riempirlo di uno sguardo che altrimenti sarebbe sconosciuto. “Gesù, un racconto sempre nuovo” di Davide Rondoni è un libro semplice, ma denso di preghiera, di parole nuove e scavate, ma soprattutto con un Gesù molto vicino, quasi da poterlo toccare.

Francesco e Antonio

27 novembre 2014 Commenti disabilitati su Francesco e Antonio

Tranquilli, prima di tutto non è un libro eretico. Si trova di peggio nelle librerie cattoliche, per esempio i libri di Vito Mancuso e Dan Brown, quindi non abbiate timore di acquistarlo, non andrete all’Inferno, per lo meno non ci andrete per averlo acquistato o addirittura letto.

Certo, il libro è critico e a volte duro con Papa Francesco, ma non più di quanto altri cattolici lo siano stati con Benedetto XVI. Quindi perché questo scandalo? Questa censura?

La prima parte è incentrata su Benedetto XVI e la rinuncia non al ministero, al quale “era impegnato sempre e per sempre dal Signore”, ma “all’esercizio attivo del ministero”, definizione sulla quale Socci si sofferma a lungo facendo leva anche sullo studio di Stefano Violi, docente alla Facoltà di Teologia di Lugano e alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, “La rinuncia di Benedetto XVI. Tra storia, diritto e coscienza”. È la parte più bella, commovente e interessante.

Nella seconda parte abbiamo l’analisi che tanto ha fatto parlare i media, quella riguardante il conclave. Sinceramente non si capisce la polemica che ne è sorta. Socci si basa esclusivamente sul libro della giornalista Elisabetta Piqué, argentina, molto amica di Bergoglio, che ha scritto la biografia del Papa “Francesco. Vita e rivoluzione”. È in questa parte che vengono descritte le fasi decisive del conclave e in cui Socci mette in rilievo una possibile violazione delle disposizioni della Universi Dominici Gregis. Le perplessità sollevate da Socci sulla regolarità del voto non siano così fantasiose, anche se forse troppo calcate e insistenti. L’autore solleva il dubbio, lecitamente, finendo per convincersi troppo facilmente della sua ricostruzione.

Seguono i passaggi più famosi e contraddittori del primo anno di Francesco. Le perplessità intorno alle interviste rilasciate a Scalfari, al Corriere, a Civiltà Cattolica. Ma non solo. Nonostante trovi le considerazioni di Socci piuttosto pertinenti e condivisibili, il fare supponente ed eccessivamente malizioso rendono questa parte piuttosto pesante.

Ultima parte riservata alle profezie che nei decenni passati farebbero cenno ai tempi presenti e futuri della Chiesa. Dalla Emmerich a Fatima, da Leone XIII alla Valtorta, fino ad arrivare a Joseph Ratzinger, che in tempi non sospetti immaginò per la Chiesa un futuro non proprio felice.

«Dalla crisi di oggi verrà fuori domani una chiesa che avrà perduto molto. Diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Non potrà più riempire molti degli edifici che aveva eretto nel periodo della congiuntura alta. Oltre che perdere degli aderenti numericamente, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Si presenterà in modo molto più accentuato di un tempo come la comunità della libera volontà, cui si può accedere solo per il tramite di una decisione.
Come piccola comunità solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri. Certamente essa conoscerà anche nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati, che esercitano una professione: in molte delle comunità più piccole e in gruppi sociali omogenei la cura d’anime sarà normalmente esercitata in questo modo. Ma accanto a queste forme sarà indispensabile la figura principale del prete, che esercita il ministero come lo ha fatto finora. Ma, nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio unitrino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine […]
Sarà una chiesa interiorizzata, che non mena vanto del suo mandato politico e non flirta né con la sinistra né con la destra. Farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione le costerà anche talune buone forze. La renderà povera, la farà diventare una chiesa dei piccoli […] Si può prevedere che tutto questo richiederà del tempo […]
Ma dopo la prova di queste divisioni uscira da una chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini infatti saranno indicibilmente solitari in un mondo totalmente pianificato. Essi scopriranno allora la piccola comunitù dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo. Come una speranza che li riguarda, come una risposta a domande che essi da sempre di nascosto si sono poste. A me sembra che si stanno preparando per la chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si devono fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la chiesa del culto politico, ma la chiesa della fede.
Certo essa non sarà mai più la forza dominante della società, nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria, che ad essi dà vita e speranza oltre la morte»
J. Ratzinger, Fede e futuro (1970), Queriniana, Brescia 2005, pp. 112-117. [Questo brano è una versione più estesa di quella inserita da Socci nel suo libro].

Lotte

22 Maggio 2012 Commenti disabilitati su Lotte

«Ma perché la Madonna non appare mai ai preti?»

Domande innocenti di bambini innocenti. Se si legge L’ultimo esorcista scritto da Padre Amorth e Paolo Rodari, qualche risposta la si riesce a dare. Non sono rari infatti i casi in cui gli stessi Vescovi non credono a Satana. Per questo non nominano esorcisti. Nel libro è addirittura citato il caso in cui un cardinale rise della ferma convinzione di Padre Amorth sulla reale presenza del Male nel nostro mondo. Più di quanto noi tutti pensiamo. È un quadro sconsolato sulla Chiesa questo libro. Se da una parte l’esorcista racconta episodi agghiaccianti, dall’altra è altrettanto preoccupante vedere come la Chiesa risponde: con grande fatica e con pochi numeri. Eppure c’è sempre più bisogno di esorcisti e di esorcismi, visto la sempre più diffusa apostasìa e il calo dei battezzatti.

Per fortuna che ci sono i Papi.

I due amori

18 Maggio 2012 § 2 commenti

Non ho mai capito perché la gente che può ingoiare l’enorme improbabilità di un Dio personale, si ribelli all’idea di un Diavolo personale. […] Nemico dell’amore, non è questo che si ritiene sia il Diavolo? Posso immaginarmi che se esistesse un Dio che amasse, il Diavolo sarebbe spinto a distruggere anche la più debole, la più scadente imitazione di quel suo amore.
Graham Green, Fine di una storia

Un romanzo d’amore. Un romanzo drammatico. La storia di due anime che si incontrano e si donano amore, questo è Fine di una storia. Ma si donano in modo diverso l’uno all’altra. Lei, Sara, si dona totalmente. Vuole amare in modo appassionato, totale, senza conservare nulla per sé, fino a donare se stessa, racchiudendo il suo amore in quella frase: “Non ho mai amato nulla e nessuno quanto amo te“, suscitando la seguente riflessione di un Maurice sorpreso: “La maggior parte di noi esita a fare una così completa dichiarazione; ricordiamo, prevediamo e dubitiamo. Essa non aveva dubbi. Solo il momento contava“.

Un Maurice sorpreso, perché il suo amore non va al di là della passione. Non comprende, non sopporta, non accetta, quindi non ama.

“Molti l’hanno amata”.
Padre Crompton volse gli occhi verso me come un direttore di scuola che senta un’interruzione a tergo della classe, provenienete da qualche giovincello impertinente”.
“Forse non abbastanza”.

Davvero il romanzo autobiografico di Green ci porta su un percorso d’amore forse sconosciuto ai più, quello di un amore ancora più forte di quello passionale. Ci fa intravedere l’amore come morte di sé per amore dell’altro e ci fa disprezzare l’infatuazione, l’uso consapevole dell’altro. Con la sorpresa di un terzo incomodo speciale.

Scelte coraggiose

7 novembre 2011 § 1 Commento

«Tu capisci che cosa comporta compiere una scelta, Greenfield? Una scelta comunica al mondo cos'è più importante per un essere umano. Quando un uomo ha una scelta da compiere, sceglie cos'è importante per lui, e quella scelta comunica al mondo qual specie d'uomo egli sia. […] Scegliere è importante. Un uomo deve esser costretto a scegliere. È solo quando siamo costretti a scegliere che sappiamo cos'è importante per noi. […] Certe volte un uomo deve venir costretto a compiere delle scelte, poiché è solo dalle sue scelte che comprendiamo qual uomo egli sia in verità".

Breve brano tratto da "La scelta di Reuven" di Chaim Potok che racchiude molto del significato del libro, come già in Danny l'Eletto. La scelta personale di ogni personaggio, resa difficile dalle storie personali, è il frutto di una lenta maturazione e di una sofferente relazione con le  proprie radici, rappresentate dai rispettivi padri e dalle loro scelte che ricadono sui figli. 

Colonna portante della trama è la drammatica salute di Michael, amico di Reuven e paziente di Daniel, affetto da una sofferenza mentale, scaturita da un "corto circuito" all'interno della relazione con i propri genitori, che potremmo definire "credenti adulti", o "atei devoti", ossia osservatori delle tradizioni religiose, ma assolutamente contrariati da chi ancora crede, ha fede in Dio e nei suoi precetti. Non si parla di cristianesimo, ma di ebraismo ortodosso (chassid), ebraismo osservante, ma con critica, laico potremmo dire, e di ebraismo "ateo", osservato solo per appartenenza familiare, ma assolutamente lontano da tutto ciò che riguarda la fede in Dio:

"Io non capisco il suo. Un Dio che si preoccupa per ogni essere umano, per ogni creatura. La ritengo un'idea cervellotica, incomprensibile di fronte a ciò che sappiamo del mondo e del male. Un concetto primitivo", dice Abraham Gordon.

Salvo riconoscere tuttavia che "c'è tanta bellezza in quel tipo di fede". […] "Solo perché non ci credi. L'assurdità è spesso ciò in cui non possiamo credere. Ma un tempo tu credevi nella letteratura, Ruth. Scoprivi il bello nella letteratura. Lo dicesti tu stessa. Credevi nella qualità estetica della letteratura francese e l'amavi".

Michael è il figlio di Gordon, che nonostante si sia distaccato dalla fede, fa frequentare il figlio in una scuola ortodossa, provocandone, appunto, un "corto circuito" mentale. Un amore-odio verso il padre e verso la religione, verso la madre, ancor più radicale del padre, e verso i professori ortodossi, considerati veri nemici.

Intorno alla figura di Michael, ruotano i due protagonisti, Reuven, un ebreo osservante, ma di tipo "laico", e Danny,  il figlio del rabbino chassid, l'ex eletto, che ha fatto la scelta di lasciare la tradizione familiare a favore della psichiatria, materia "impura", senza tradire però la sua fede, che rimane assolutamente sincera.

Tutti i "figli" devono prendere dunque le proprie strade, potando ciò che non serve loro per dare più frutto, scegliere il percorso per la propria vita, combattendo con le figure ingombranti dei padri e delle loro fedi:

"Ero diventato un anello della catena della tradizione, ero un custode della Sacra Promessa né più né meno di Rav Kalman e dei chassidim, e d'ora in poi la lotta sarebbe stata di una specie diversa. Avevo conquistato il diritto di prendere le mosse da me solo. E riflettei che potevo tentar di ricavare qualche insegnamento dal modo in cui Rav Kalman e i chassidim ce l'avevano fatta a sopravvivere e a ricostruire il loro mondo. Che cosa aveva dato loro la forza di plasmare fumo e ceneri in un mondo nuovo? Quella forza poteva essermi parzialmente utile ai fini che mi proponevo di attuare con la mia vita".

Bisogna imparare dunque a saper lottare per le proprie idee dopo aver fatto chiarezza sulle idee che si vogliono avere. La sintesi, la scelta più coraggiosa, è forse quella di Rachel. La figlia dell'ateo Gordon che sposa Danny:

"Una mattina tardi trovai Rachel sul pontile che prendeva il sole leggendo, e quando le domandai cosa leggeva di bello mi porse il libro e vidi che era un trattato chassidico sul concetto della santità della famiglia".

Il libro di Potok, come gli altri, è infine un trattato sull'educazione. Sull'educazione di un popolo verso i propri figli. Sull'educazione dei padri verso i propri figli. Sull'educazione degli insegnanti verso i propri allievi.
"Che rischio corriamo nell'allevare i figli, che rischio terribile".

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