Cablogramma da Orione

2 settembre 2011 Commenti disabilitati su Cablogramma da Orione

"Tutto crollò in un giorno normale. Quando tutti si preparavano per andare a lavorare. Mentre dalla parte opposta del globo si accingevano ad andare a letto. Le comunicazioni smisero di funzionare. Neppure le onde radio trasmisero più da un momento all'altro. La luce elettrica smise di funzionare dopo qualche giorno. Così il gas. L'acqua iniziò a uscire torbida e sempre più fangosa dai rubinetti casalinghi. I carburanti terminarono nel giro di una settimana; i distributori furono occupati dalle bande violente. Sciacalli iniziarono a saccheggiare le case, ormai abbandonati. Le città divennero ambienti surreali. Sienziose. I branchi di cani la facevano da padrone. Insieme agli sciacalli. Qualcuno aveva trovato scampo in campagna e collina, cercando posti meno abitati. I suicidi di massa non tardarono. Soprattutto tra i più ricchi e con il più alto livello di istruzione. Si dice che la popolazione mondiale si dimezzò nel giro di sei mesi. Dopo due anni ne sopravviveva circa un terzo. Le popolazioni più avanzate furono quelle a rimetterci di più".
[Fonte Antica della Polis 77-N] 

Quando finalmente giunsero le navi da Orione, secoli dopo, i nuovi coloni iniziarono a imporre la propria società sui terrestri. Sconfissero le popolazioni indigene violente, che avevano ormai dimenticato la loro anticaciviltà, e iniziarono la lunga colonizzazione del pianeta Terra che ancora oggi continua. Durante la colonizzazione e allo studio della Terra, le popolazioni di Orione sono venute in contatto con alcuni ceppi misteriosi, progrediti in modo differente rispetto a quelle più dominanti e barbare. Questi ceppi, stanziati tra montagne e in luoghi di difficile accesso, hanno mantenuto intatte le tradizioni antiche della Terra, come la scrittura, la coltivazione stanziale, l'allevamento, la tecnologia di base per il proprio sostentamento, come l'aratro, i mulini, la metallurgia (sebbene primitiva). In queste piccole civiltà si sono mantenute le testimonianze scritte del passato e si è scoperto che le varie "polis", come vengono oggi chiamate dalla comunità scientifica di Orione, riprendendo la definizione che quei ceppi si erano dati, fossero in collegamento tra di loro tramite postini che viaggiavano e trasmettevano notizie, invenzioni, novità da una comunità all'altra. La scoperta di questi ceppi è stato sconvolgente per la popolazione di Orione, perché subito si è diffusa la curiosità verso queste piccole civiltà unite tra di loro. Domande sulla loro capacità di sopravvivere alla Grande Devastazione e alla furia della barbarizzazione della popolazione mondiale, sul come avessero mantenuto viva l'antica civiltà, gli usi e i costumi degli antichi terrestri, erano di grande interesse. In particolare, suscitò scalpore il senso del divino mantenuto nelle "polis", ormai scomparso nelle altre popolazioni, regredite a idolatrici di totem e di dei antropomorfi, ignorato fino ad allora nell'evoluta civiltà di Orione. Il Dio delle "polis" è un Dio che si è fatto uomo e gli abitanti che hanno dato vita a questa invidiabile civiltà credono che sia vivo e che non li abbia mai lasciati, anzi, li aiuti ad affrontare la vita. La fede delle "polis" si sta diffondendo ancora oggi tra la popolazione di Orione, suscitando perplessità tra la comunità scientifica di Orione.".
Il bambino chiuse il libro di storia e sorrise alla mamma che stava apparecchiando la tavola per la cena.
"Quindi è grazie alle polis terrestri che siamo anche noi diventati credenti in Dio?".

Il vecchio e il soldato

26 agosto 2011 Commenti disabilitati su Il vecchio e il soldato

La collina sembrava non finire mai. L'erba alta ostacolava il cammino. Le mosche si appiccicavano al volto sudato. Il sole picchiava inclemente sull'elmetto. Il fucile pesava sempre più. Il soldato lo spostava da una spalla all'altra. I piedi pulsavano.
Che senso aveva quella missione?
Oltre la collina non ci sarebbe stato nulla, solo un'altra collina di erba alta.
In città, nei sobborghi, nel sottosuolo si doveva andare. Non in quello spazio aperto, troppo aperto. Troppo isolato. Non avrebbe trovato nessuno. Non più oramai.
Ancora qualche passo ed avrebbe visto la valle al di là della collina.
Qual era il nome di quella collina? E il nome della valle? Il nome del ruscello? Non lo sapeva. I nomi di quei luoghi si erano ormai persi da tempo. Forse qualche vecchio o chi ancora sapeva leggere.
Finalmente il soldato raggiunse la cima. Si fermò a perlustrare. Le cime degli alberi coprivano tutto lo spazio da lì fino la linea dell'orizzonte. Si udivano il vento, gli insetti, le cicale, le mosche, ronzii. Nient'altro. Svuotò quel che rimaneva della borraccia. Portò il fucile sulla spalla destra. Ancora lo sguardo sull'orizzonte. Alberi, nient'altro che alberi. Torniamo al plotone.
Non si era neppure voltato che un suono lontano lo richiamò. Guardò di nuovo verso Est, verso quella landa boschiva e solitaria. Alberi, solo alberi. Percepì ancora quel suono lontano. Prese il binocolo e scrùtò di nuovo. Guardò giù a valle, tentato di tornare al suo plotone. Guardò di nuovo in direzione del suono. Forse proveniva da quella radura, un po' più spoglia di alberi. Ma non ne era certo.

Il soldato imbracciò il fucile. Vedeva la linea degli alberi terminare ed uno spiazzo non troppo ampio aprirsi. Ancora il suono. Non aveva smesso di rintoccare quel suono, guidandolo fino a lì.
Si appoggiò ad uno degli alberi e puntò il fucile verso quella strana costruzione di sassi nel mezzo della piccola radura. Ancora il suono. La porticina posta nel mezzo di uno dei muri si aprì e ne uscì un vecchio col bastone ed una brocca.
Il soldato ansimò. Chi poteva essere costui che viveva solo nella landa isolata? Lo aveva a tiro. Avrebbe dovuto sparare. Gli ordini erano chiari. Il vecchio si piegò a curare alcuni fiori.
Il soldato scostò il viso dal mirino del fucile. Sparagli. Rimise nel mirino il vecchio. Il grilletto era vicino a scattare.
Chi è? Chi è costui?
Di nuovo spostò il fucile e si avviò verso il vecchio.
Uscì dalla macchia degli alberi, avanzando lentamente. Imbracciò il fucile.
Il vecchio andava avanti nel suo lavoro.
– Fermo.
Il vecchio proseguì.
– Sei sordo? Fermati e voltati.
– Io sordo? Ci sono voluti una trentina di rintocchi prima che tu giungessi qui.
Rise.
– Chi sei?
– Non lo sai? Chi sei venuto a cercare tu?
Il soldato guardò indietro, verso le colline, verso il plotone. Guardò di nuovo il vecchio.
– Dimmi chi sei!
– Io sono un povero vecchio che ti stava aspettando.
Il vecchio si alzò e versò del vino nella brocca.
– Ecco prendi. Ne hai bisogno.
Il soldato titubò. Il vecchio allungò ancora di più il braccio. Il soldato afferrò il bicchiere e bevve con foga il vino. Poi si asciugò la bocca con la manica lurida.
– Hai fame?
Il soldato fece cenno di sì con la testa.
– Vieni allora. Ho preparato una cena per te.
– Per me?
Il vecchio lo guardò sorridendo.
Entrarono nella costruzione. Una tavola era apparecchiata con poche cose.
– Io non posso fermarmi.
Il soldato guardò l'uscio.
– Non dovrei essere qui.
Fece per uscire.
– Fermati. Mangiamo insieme e poi te ne potrai andare.
Il soldato era indeciso. Non erano questi gli ordini.
– Chi sei?
– Sei qui, sei venuto da me. Volevi uccidermi ma non lo hai fatto. Puoi fermarti a mangiare con me?
Il soldato si avvicinò lentamente al tavolo e si sedette.
Il vecchio iniziò a versargli una minestra. Affettò il pane e glielo porse. Versò il vino.
– Mangia!
Il soldato si abbuffò. Era da tempo che non mangiava una minestra calda.
Terminata la cena, il soldato si alzò.
– È ora che io vada.
– Va bene.
– Non mi hai ancora risposto.
– A che riguardo?
– Chi sei?
– Sono un povero vecchio che non ama stare da solo.
Il giovane lo scrutò nella luce affievolita. Riprese il fucile.
– Dovrei ucciderti, lo sai, vero?
– Amico, sono qua. Io sono felice. Abbiamo mangiato insieme. Ora fai quello che devi fare.
– Gli ordini sono precisi.
Il vecchio sorrise.
Il soldato uscì a prendere una boccata d'aria e si accese una sigaretta.
– Perché hai detto che mi stavi aspettando?
– Perché è così.
– Ma cosa vuol dire?
– Io sono qui che aspetto. Sono qui. E aspetto. Ogni tanto arriva qualcuno che riesce a sentire il rintocco.
– Ma tu hai richiamato me, un soldato che ti deve uccidere.
– Non importa. Ti aspettavo. Tu sei venuto. Ho potuto incontrarti. Avevi fame. Abbiamo mangiato insieme. Ora puoi andare. Puoi raggiungere il tuo plotone prima che faccia buio. Puoi andartene dopo avermi ucciso o puoi andartene sapendo che puoi tornare, magari portando qualche tuo commilitone.
Il soldato si avviò verso la fila di alberi. Si fermò.
Da tempo non si era sentito così bene.
Il soldato si allontanò, carico di domande. Chi era il vecchio. Perché lo aveva chiamato. Perché non aveva paura. Entrato tra gli alberi si girò imbracciando di nuovo il fucile e mirando al petto del vecchio. Gli ordini erano chiari. Nessun uomo poteva vivere liberamente. Scostò il fucile. Non avrebbe ucciso quell'uomo.

Il Botanico

13 gennaio 2011 § 1 Commento

L'omino entrò nella sua serra e guardò con soddisfazione le sue amate piante. Ognuna di esse aveva una storia e lui avrebbe passato giorni a raccontarle. Passò in rassegna le rose fiorite, analizzò attentamente le foglie e notò che erano spariti quei buchi fastidiosi. La medicina antiinsetticida aveva fatto il suo dovere.
Si fermò vicino all'unico bonsai della serra, prese le forbicine e intervenne su alcuni rametti dispettosi. Mise gli occhiali per vedere ancora meglio i piccoli difetti che andavano corretti.
Riprese poi l'ispezione finchè con la coda dell'occhio non fu attratto da una spiacevole sorpresa. L'ultimo stupendo esemplare arrivato qualche giorno prima si era piegato vistosamente da una parte.
L'omino iniziò a trafficare intorno alla giovane pianticella, inserì nel terreno un legnetto per sostenerla, pulì le foglie e la spostò in una posizione in cui avrebbe ricevuto più luce.
Il giorno dopo entrò di nuovo nella serra e la prima cosa che fece fu di recarsi presso la pianticella che ora attirava le sue attenzioni. Il fusto era ancora più piegato e le foglie ancora più appassite. Si adoperò ancora per tutto il giorno intorno ad essa per cercare di trovare una soluzione e studiare su quale fosse il problema. Ma i giorni passavano e la piantina dava sempre meno segni di vita. Il fusto stava diventando sempre più legnoso e asciutto, le foglie sempre più gialle e di boccioli non se ne vedevano.
A malincuore l'omino decise che non si sarebbe più curato solamente di essa. L'avrebbe riposta tra le piante destinate a diventare secche e poi da ardere. Aveva provato tutto ciò che era in suo potere per riuscire a salvarla, ma non vi era riuscito. Ne ordinò un'altra dello stesso tipo e si dimenticò di essa.

Passarono alcuni mesi. La primavera fiorì e la serra venne svuotata.
I garzoni si recarono dall'omino con una pianta florida e fiorita:
– Questa dove la mettiamo?
L'omino rimase perplesso.
– Non è una mia pianta questa.
– Era nello sgabuzzino, forse ve ne eravate dimenticato.
L'omino spalancò gli occhi e si ricordò di quella pianticella debole e malaticcia, scartata e dimenticata.
– Portatela sul terrazzo, voglio ammirarla e ricordare che non sono io che rendo belle le piante.

 

 

Confidare

15 dicembre 2010 § 3 commenti

Un altro peso si aggiunse sulle sue spalle.
La vecchina piegò di nuovo le spalle e si avviò. Non aveva altra meta quella mattina oltre la chiesa. Desiderava con tutto il cuore entrare in quel duomo enorme e silenzioso, freddo e vuoto per trovare un po' di luce e di calore.
La notizia gli era giunta attraverso una gelida telefonata. Avrebbe trascorsa un'altra settimana da sola, nel silenzio della sua casa, un silenzio diverso da quello che trovava nel duomo. Un silenzio solitario, mentre in chiesa il silenzio era accompagnato da una compagnia nel cuore cui non sapeva dare risposta.
Il figlio non sarebbe giunto per il fine settimana e probabilmente nemmeno per Natale. Ondate di lacrime risalivano, trattenute a stento da battiti di ciglia sempre più veloci. Una strana sensazione di formicolio alle mani la prendeva sempre quando una forte emozione l'assaliva.
Si diresse subito verso la cappella del Santissimo, confusa, i pensieri a ruota libera.
– Perché ancora da sola? Questo peso mi affligge. Non posso stare da sola anche a Natale.
La messa in cripta portava una voce lontana, rimbombante.
Le tenui fiammelline tremolavano.
– Signore io confido in Te.
Tra un pensiero angosciante e il velo di tristezza si ripeteva a singhiozzo quella frase, letta da qualche parte.
– Signore io confido in Te.
Quale soluzione poteva prendere?
Non aveva potere su suo figlio. Non poteva fargli cambiare idea. Non poteva sapere quanto soffriva a rimanere da sola, soprattutto a Natale. Avrebbe voluto così tanto rivedere suo figlio e il nipote.
– Signore io confido in Te. Pensaci Tu, perché a me non vengono in mente soluzioni.
Le 9.00 arrivarono velocemente. Si alzò e si diresse velocemente alla fermata dell'autobus.
Arrivata a casa, aprì il cancelletto e guardò nella cassetta della posta. Intravide una busta gialla, di quelle gonfie.
Salì le scale ed entrò finalmente in casa, stanca ma un poco rinfrancata.
Prese il tagliacarte e aprì la busta.
Una lettera della sorella e un portachiave.
Lesse la lettera commossa. Un pensiero gentile e inatteso.
Rilesse la lettera più volte.
Lo fece molte volte, poi guardò distrattamente il portachiave. Vi era una scritta.
Lo raddrizzò e rimase stupita, una scritta in gomma riportava quella frase stampata in testa e letta da qualche parte: "Gesù io confido in Te".

Il campo

22 novembre 2010 Commenti disabilitati su Il campo

Il giovane contadino posò la zappa fuori dall'edificio nobile.
Un senso di vergogna e di timore lo assalirono.
Guardò gli abiti che indossava, erano luridi.
Non si aspettava di essere chiamato quel giorno, altrimenti avrebbe indossato l'abito migliore, quello che sua moglie teneva pulito in una scatola in fondo all'armadio. 
Sarebbe stato in condizioni migliori anche se fosse stato chiamato all'inizio della giornata di lavoro e non sul calar della sera, poco prima di fare rientro a casa, dopo aver zappato e seminato.
In più c'era quel senso di disagio per via degli ultimi scarsi raccolti.
Come avrebbe potuto giustificarli?
Sì, aveva piovuto troppo, mentre l'anno precedente aveva piovuto pochissimo. Poi vi era stata quella grandinata e lo straripamento del fiume, poi vi era stata l'invasione di cavallette e la malattia delle piante, ma avrebbe mai avuto il coraggio di dare la colpa al maltempo e alle altre calamità?
Gli salì un nodo in gola.
Il cuore batteva più forte e più rapidamente del solito.
Da giorni era angosciato da quelle domande e proprio ora veniva chiamato dal proprietario del terreno.
Sicuramente vorrà farsi dire perché il mio campo non ha reso.
Giunto al portone scosse la cima e suonò la campana d'ingresso.

La sala in cui i convocati dovevano attendere era piuttosto ampia e riccamente arredata.
Mai nella sua vita aveva visto un luogo così.
Non vi era entrato neppure per vedersi assegnato il terreno. Lo aveva ricevuto tempo prima in dote dal precedente affittuario, che gli aveva insegnato il lavoro, rivelato i segreti del buon raccolto, elargito consigli e poi, da un giorno all'altro, era sparito, lasciandogli il campo.
Poi aveva saputo a sua volta del proprietario, che ogni tanto mandava dei suoi messi a controllare lo stato del terreno, per vedere se i suoi contadini lavoravano. Raramente i messi controllavano lo stato del raccolto, parevano interessati solamente al decoro e allo stato dei campi. Che tutti fossero stati arati, seminati, irrigati. Al momento della mietitura mai nessuno si presentava, che fosse un anno buono o uno pessimo.

Era immerso in questi pensieri quando entrò nella stanza un altro contadino. Piuttosto avanti negli anni, anche lui vestito da lavoro, ma forse anche peggio. Le mani rugose e nodose. Il fazzoletto intorno al collo lurido. I calzone stracciati e gli scarponi rotti. Si tolse il cappello di paglia e iniziò a farlo ruotare da una mano all'altra. Il giovane si sentì quasi rassicurato di presentarsi in condizioni migliori di quel vecchio.
– Anche tu qui? Disse quello appena entrato.
– Sì.
– Che cosa vorrà da noi il padrone?
– Non so. È la prima volta che mi chiama.
Il vecchio sembrò soddisfatto della risposta.
Il più giovane prese coraggio.
– Io temo che sia perché il mio campo non dà frutti da tempo. Ci pensavo in questi giorni e mentre venivo qui. La pioggia, la siccità, le cavallette. Tanti motivi per cui il mio campo non ha reso. Ma mi chiedo se sono io che non ho lavorato bene.
– Sono sicuro che hai lavorato bene. Ti vedo tutti i giorni levarti presto al mattino e tornare tardi la sera. Lavori con impegno. La pioggia, la neve, il gelo, la siccità non dipendono da te. Magari vengono per altri e non per te. Tu continua a lavorare nel tuo campo, vedrai che prima o poi avrai un buon raccolto. Tuttavia anche quando avrai ottenuto un buon raccolto, non sarà merito tuo, ma del sole e della pioggia, del buon terreno e degli uccelli del cielo che non saranno venuti da te a rubare il seme. Sorrise. E se anceh non vedrai mai un buon raccolto, il terreno deve pur essere vangato e seminato per chi verrà dopo di te!
Il giovane rimase perplesso. Non aveva mia visto quel contadino prima d'allora. Dove mai egli lo aveva visto all'opera?
– Il contadino che mi ha ceduto il terreno era di altra stoffa. Continuò il giovane. Dovevi vedere il granaio dopo la mietitura. E la vigna come era florida. Gli operai arrivavano ogni giorno per aiutarlo e lui li istruiva senza sosta. Ha istruito anche me con gioia e mi ha lasciato il campo quando è andato a riposo. Io ho avuto solo tre, quattro operai che sono venuti da me a imparare il lavoro e di questi solo uno mi è rimasto fedele. Ne ho invitati a decine a raggiungermi nei campi, per godere della vita del contadino, certo anche le fatiche. Ma quelle sono di tutti e di tutto.
Il vecchio si rizzò, lo ascoltava attentamente.
– Alcuni di questi miei invitati mi erano molto cari. Giravano tutto il giorno da una strada all'altra, da un'attività all'altra, ogni tanto si affacciavano curiosi sul mio terreno, mi guardavano un po' lavorare, mi chiedevano interessati, ma poi con le mani in tasca se ne tornavano alle loro inutili attività. Ma quello che mi stava più a cuore mi ha riservato la ferita peggiore. È venuto, ha lavorato con me alcuni giorni, sembrava proprio interessato al mio campo, ma poi una mattina non si è più presentato. Ancora oggi lo vedo sempre seduto all'ombra di un albero, inoperoso; oppure si presta per qualche attività temporanea. E pensare che gli donerei il mio campo anche domani…
Si coprì gli occhi con le mani. Erano gonfi. La voce un poco più fioca.
Il vecchio si alzò e andò da lui. Rimase a fianco in silenzio.
– Perché non vuole venire a lavorare con me? Lo accoglierei a braccia aperte. Gli donerei tutto il mio sapere. Mi sacrificherei per lui. Non gli darei nemmeno i compiti più duri. Lo presenterei addirittura al padrone.
– Forse è per questo che non viene. Forse vuole il suo campo dal padrone stesso. Vuole trovare il suo campo. Vuole fare fatica. Oppure il padrone sta attendendo che sia pronto per porlo nella sua tenuta. Non ti devi affliggere con queste domande. Tu lavora e poni il tuo lavoro al servizio del padrone. Tutto il resto non dipende da te e non ti devi affliggere.
Una porta si aprì ed entrò un giovane ben vestito e dal bell'aspetto.
– Siete voi Andrea di Emma?
– Sì sono io. Rispose il giovane.
– Può andare a casa.
– Come a casa? Sono stato convocato dal padrone e non gli ho ancora parlato.
L'uomo ben vestito lo guardò fisso negli occhi, imperterrito.
– Il padrone è appena uscito da questa stanza e mi ha comunicato che con lei aveva terminato.
Il giovane si girò esterefatto per incrociare lo sguardo del vecchio. Ma la stanza era vuota ed il vecchio sparito.

Incontro e conseguenze

2 novembre 2010 § 1 Commento

Il silenzio piombò su quella casa.
La giornata ormai volgeva al termine, il sole basso raggiungeva la stanza con raggi stanchi, ormai orizzontali a illuminare le pareti ben ornate e i tappeti della Persia.
Fuori un brusio si andava via via allontanandosi.
I rumori di tutti i giorni ripresero. La donna di Utor si recava al pozzo con i suoi due bambini. L'asino ragliava testardo. Sciami di bambini correvano alla ricerca di nascondigli e di tane per poi sorprendere le vedove che tornavano dal tempio.
Lui si appostò nei pressi dell'ingresso e cercò di cogliere i commenti a ciò che era successo in quella sorprendente giornata. Ma nulla fuori dall'ordinario udì. Solo il suo cuore ancora agitato e in subbuglio.
Di scatto tornò nel suo studio, aprì un cassetto e srotolò una pergamena. Era il registro dei suoi debitori.
Fece scorrere il dito lungo la colonna di cifre e si soffermò su quella corrispondente al nome di un certo Daniel. Si ricordava la sua casa e del debito contratto. Un uomo buono, grande lavoratore, ma contro di lui si era accanita la sorte. Prima la carestia, poi un incendio che avevano devastato i suoi beni. Sette bocche da sfamare lo avevano messo in ginocchio. Si vergognò di non aver avuto pietà di lui e di avergli fatto pagare tutti gli interessi, fino all'ultimo centesimo.
Provò ancora più vergogna poi ricordandosi che l'ultima volta aveva assistito al maltrattamento da parte della sua guardia del corpo. Ed ancor più provò vergogna perché non gli era dispiaciuto quel maltrattamento.
Posò il rotolo e si infilò il mantello. Si precipiò fuori quando già iniziava a fare buio. Cosa insolita per lui. Non usciva mai dopo il tramonto del sole, per paura dei suoi debitori e di chi lo disprezzava per il lavoro che svolgeva. Spesso aveva ricevuto minacce, insulti e percosse. Ma quella sera sfidò la notte senza pensarci e si diresse subito verso la casa di Daniel. Camminava a testa alta, senza l'ombra del cappuccio sul volto. Qualcuno lo osservò e forse lo seguì per un tratto. Altri lo insultarono. Non vedevano il suo volto trasformato.
Giunse presto alla casa del debitore. Urla di bambini e di donna.
Bussò.
Gli aprì proprio Daniel. Il volto stanco. Fu sorpreso nel vedere di fronte a lui il riscossore delle tasse. L'uomo che tanto temeva. Un'espressione da disperato si dipinse sul suo volto. Farfugliò qualcosa.
– Daniel, sono venuto a consegnarti questa mia lettera. È il saldo dei tuoi debiti. Ti prego di perdonare le mie angherie, le mie prepotenze e la mia arroganza.
Daniel rimase immobile. Prese la ricevuta guardandola, pur non sapendo leggere. Quando rialzò la testa, il creditore non c'era più.
Era ripartito immediatamente per ritornare a casa, ma sulla strada fu attratto dalle urla di persone ebbre provenire da una locanda. Immaginò che lì dentro vi fossero molti suoi debitori. Non esitò ad entrarvi, pur consapevole del pericolo.
Il silenzio precipitò in quella taverna lurida.
Riconobbe quattro, forse cinque, anzi sei uomini suoi debitori. Erano tutti ubriachi.
– E allora ecco qua l'uomo del potere. Colui che ha fatto i soldi rubandoli a noi. Hai sbagliato porta, scemo, la fogna è dall'altra parte della strada.
Una sguaiata risata rimbombò. Un bicchiere arrivò non si sa da dove e lo centrò sulla fronte provocandogli una profonda ferita.
Il riscossore delle tasse si alzò barcollando e alzando una mano, facendo segno di voler parlare.
– Sono venuto qui perché voglio restituire a voi il maltolto e a chiedervi il perdono.
Di nuovo il silenzio cadde. Poi un'altra risata risuonò.
Un uomo grande e grosso si avvicinò. Una cicatrice gli attraversava il volto. Lo sovrastava di quasi mezzo metro.
– Tu mi hai fatto mettere in prigione, ho perso tutto. Moglie e figli, lavoro, proprietà…
Dalla manica spuntò un coltello.
– Avrai quello che ti meriti.
L'oste fermò il braccio dell'omone.
– Non qui dentro. Vai via.
L'uomo con la cicatrice uscì, non prima di aver guardato nuovamente il suo creditore.
– Ed anche tu è meglio se te ne vai. Non voglio guai.
L'uomo si diresse verso la porta della taverna quando si girò e rivolto a tutti disse:
– Domattina potete venire a casa mia. Annullerò i vostri debiti e vi risarcirò.
Uscì nelle tenebre ancor più convinto che aveva ancora molto da fare prima di rientrare a casa. La paura della notte, dell'oscurità, sembrava sparita.
Si diresse verso la casa del viceprefetto con piglio sicuro.
Bussò e un servo lo fece entrare.

– È la tua ultima parola? Sapete che non potrete tornare sui vostri passi.
– È così. È la mia ultima parola.
Il viceprefetto lo scrutò con un volto dubbioso e lo accompagnò alla porta.
– Lo sai che non riavrai ugualmente la dignità?
– Lo so.
– Lo sai che rimarrai per sempre quello che sei sempre stato per tutti?
– Sì, lo so.
– E allora perché lasciare una vita agiata e sicura? Farò fatica a rimpiazzarti. Sei sempre stato un buon servitore.
Disse il viceprefetto con una sottile ironia incisa sulle labbra.
– Non sono più l'uomo che ha conosciuto. Da stamane sono cambiato. Non posso più svolgere questo lavoro e tradire i miei cittadini.
– E cosa ti ha cambiato?
– Uno sguardo.
Il prefetto scoppiò a ridere.
– Uno sguardo?
– Sì. Uno sguardo.
– Mi aspettavo qualcosa di più concreto. Un qualcosa di tangibile. Hai trovato un nuovo lavoro? Hai trovato un tesoro? Hai…
– Oh, c'è stato anche quello. Un uomo è venuto a pranzo da me e così ho trovato un tesoro.
Un'altra risata ancora più divertita colpì il viceprefetto.
– Sai quanti ospiti passano da casa mia? Se ogni volta dovessi cambiare qualcosa nella mia vita perché uno entra in casa mia…
Continuò a ridere divertito.
Il piccolo uomo che aveva deciso di cambiare vita guardava il suo interlocutore. Non provava risentimento, nonostante si prendesse beffa di lui. Anzi, capiva la reazione del viceprefetto. Era la stessa che anche lui aveva più volte provato. Ma tutto era cambiato quando aveva voluto che le cose cambiassero. Quando aveva scelto di rendersi ridicolo e di salire sull'albero. Quando la sua miseria umana era stata trasfigurata.
Un dubbio lo assalì. Si sarebbe pentito di quella notte? Si sarebbe pentito quando sarebbe stato perseguitato per la sua vita passata? Si sarebbe pentito quando avrebbe sofferto la fame?
Bisognava che continuasse a ricordare quello sguardo.
Ma il giorno dopo avrebbe ricordato ancora indistintamente quell'incontro e quello sguardo?
Lo avrebbe ricordato dopo un anno? E dopo 10 anni?
Si rispose di sì. Anche la cicatrice che sarebbe rimasta sulla sua fronte glielo avrebbe ricordato.
L'aurora intanto apriva un giorno nuovo.

Cronaca da un'aula

10 novembre 2009 Commenti disabilitati su Cronaca da un'aula

La professoressa scrutava l'elenco. Gli occhi scorrevano in su e in giù. Indecisi su quale nome soffermarsi.
Mai vi era stato così tanto silenzio in quella classe.
Tutti temevano di sentire pronunciare il proprio nome. Anche quelli preparati.
I meno studiosi cercavano di utilizzare la propria forza del pensiero per condurre l'insegnante su un nome che non fosse il proprio.
In particolare Valentina, quell'insignificante studentessa della penultima fila, sentiva sempre di più aumentare il sudore delle mani. Il cuore aveva un ritmo da tachicardia. Stringeva la mandibola. E rivolgeva il proprio sguardo al crocifisso posto sopra la cattedra: "Ti prego, non oggi. Ti prometto che mi preparo per la prossima volta, ma non oggi, non oggi, non oggi". Il cuore stava impazzendo.
"Ravanelli".
Valentina sentì un tonfo al cuore. Una vampata di calore salirgli al volto e una voglia di piangere repressa a fatica.
Alzò lo sguardo e chiese tra sé: "Perché?".
Poi si alzò e andò alla lavagna con le gambe tremanti, non sapeva decidere se più per l'interrogazione o per quella grande domanda rimasta delusa.
Fece una figuraccia: l'ennesimo 4 di quell'anno balordo.
Tornata al suo posto guardò fisso il crocifisso. Si sentiva bastonata due volte. Emotivamente pensò di non rivolgersi mai più al crocifisso.
Ma subito si rese conto di non averlo mai guardato in quel modo tanto desideroso di lui. Sì, era delusa, ma sempre più consapevole che la sua richiesta era un po' come quel "Se sei Figlio di Dio, scendi da quella croce".
Invece le era stato riservato un posticino sulla croce accanto a Lui quel giorno e Valentina non avrebbe più smesso di scrutare quel crocifisso e non avrebbe più preteso che il crocifisso mettesse una pezza alla sua pigrizia.

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