Confusioni

24 agosto 2011 Commenti disabilitati su Confusioni

«Emblematico, al proposito, ricordare le critiche espresse dalla rivista “Arte cristiana” di allora [primi anni Cinquanta], che ben rappresentava l’atteggiamento del clero italiano: una bocciatura dell’architettura di Sant’Eugenio, e un’accettazione entusiasta delle opere d’arte in essa inserite, che erano invece tutte di autori quali Fazzini, che si esprimevano secondo le modalità dell’arte contemporanea».
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Luce da luce/2

10 febbraio 2011 Commenti disabilitati su Luce da luce/2

Dalla stessa luce, dal suo comportamento fisico, proseguendo sulla strada della valorizzazione delle arti del quadrivio, e dell'ottica geometrica in particolare, Grossatesta desume che le leggi matematiche geometriche siano l'«anima» del mondo sensibile: dalla luce come «forma prima» alla matematica come «scienza prima», dal Dio come luce a Dio come «Numerator et Mensurator primus». Questo stesso rapporto tra luce e numero si afferma anche in architettura, fino al XII secolo «un'arte da logici», divenuta preso «un'arte da ingegneri». Lo si vede chiaramente nell'abbazia di Saint Denis, dove «per la prima volta la struttura di un monumento era stata determinata col soccorso della geometria e dell'aritmetica»; nella catedrale di Chartres, in cui, come afferma Sedlmayr, «alla sua claritas come evidente potenziamento della luminosità corrisponde un'accentuata claritas dei rapporti numerici e di misura che vi vigono nonché del suo carattere di cristallo»; nelle cattedrali dell'Inghilterra, dove gli studi di ottica promossi da Grossatesta portarono a una «geometria rigorosamente fondata» che servì da «armatura alla rigida architettura» inglese.
Può essere allora suggestivo pensare che non senza una influenza diretta di Grossatesta […] la cattedrale di Lincoln appaia oggi «il più notevole monumento del Gotico del tredicesimo secolo in Inghilterra», capace di coniugare la teologia dell'Incarnazione e della storia […] alla teologia della luce, cioè all'immagine della città santa dell'Apocalisse, lucente per lo splendore abbagliante della divinità, ma anche insigne per l'ordine aritmetico e geometrico che vi si riscontra:

E io Giovanni vidi la città santa… con un muro grande, alto e dodici porte… A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. […] Colui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. (Ap. 21, 15-17)

A Lincoln la luce invade generosamente l'edificio attraverso «la prima finestra a tracery a occupare l'intera ampiezza di una chiesa inglese» – costruita proprio negli anni dell'episcopato di Grossatesta – tramite porte e vetrate intessute di simbolismi numerici, con un'abbondanza e varietà sconosciuta al romanico: tre i portali, di cui tre, quelli principali, sormontati da altrettanti rosoni, sette i rosoni della trifora centrale, all'interno della quale sono disposti in modo da apparire a gruppi di tre, con sette cerchi in quello più grande…: il tre della Trinità, della luce come suo «esempio», delle tre parti che per Grossatesta costituiscono «l'essenza della luce bianca», e lo studio dll'ottica geometrica; sette come gli spiriti di Dio – simboleggiati, nell'Apocalisse e a Saint Denis, da sette candelabri luminosi -, come i sacramenti, come i colori in cui il nostro scompone la luce e quelli dell'arcobaleno; come la somma del tre, numero divino, e del quattro, il nomero del mondo creato…
A Lincoln, ma nel gotico in generale, parallelamente all'affermazione della luce, i numeri e le figure geometriche care a Grossatesta raggiungono un'abbondanza rigogliosa, permessa anche dall'aver limitato le strutture portanti, le grandi masse romaniche, lasciando un notevole spazio alla decoratività, sui vetri e sulla pietra, traforata e smagrita, quasi spiritualizzata.
[…] Meno di due secoli dopo il Rinascimento italiano avrebbe esaltato la perfezione geometrica, enlle tante progettazioni di città ideali, a scacchiera o radiocentriche, nei celebri disegni di Leonardo […], ma soprattutto avrebbe scoperto la prospettiva artistica, la geometria applicata alla rappresentazione […]. Questa prospettiva […] era figlia dei secoli precedenti: della teologia della storia, legata alla teologia dell'Incarnazione e alla visione francescana della natura, della pittura di Giotto e della nuova spazialità dell'architettura e della statuaria gotica.
Francesco Agnoli, Roberto Grossatesta. La filosofia della luce, pp.172-178

Creazione e Bellezza (ed anche orrori)

11 novembre 2010 § 16 commenti

[…] Nel 1892 cominciò la costruzione della facciata della Natività. Questa, orientata verso levante e il mare, in parte a mosaico, è una delle facciate più belle al mondo, sembra ancora natura, ma non lo è più. È un gigantesco scoglio animato, dove la vita ha iniziato a germogliare in tutte le sue forme, minerali, vegetali e animali, cantando gloria al Creatore. Il suo segreto è l’effetto che anima la pietra: è come se le sculture si muovessero. Vi sono scolpiti episodi dell’infanzia di Gesù, ai quali partecipa la natura creata in un canto universale. Le colonne che separano le porte della Fede, della Speranza e della Carità, dedicate a san Giuseppe, alla Vergine Maria e al Bambino Gesù, sono sostenute da tartarughe, terrestri e marine. Dalla pietra quasi fosse viva spuntano numerose specie animali e vegetali, chiocciole e camaleonti, anatre e tacchini, colombe e pavoni, acacie, ortensie, palme, glicini, iris, gigli, giunchi, alberi di Jesse, ulivi, mandorli, albicocchi, peschi, ciliegi e meli.

[…]«L’interno della Sagrada Familia sarà come un bosco», annunciò. E attraverso una selva di colonne inclinate e ramificate come alberi, palme e allori, a partire dai capitelli, annullò spinte e controspinte, sopprimendo così l’utilizzo dei contrafforti e mettendosi in condizione di aprire enormi finestre laterali. Queste, coloratissime, filtrano la luce solare irradiando all’interno sfumature diverse a ogni ora del giorno. Per lui «tutto proviene dal gran libro della natura, tutti gli stili sono organismi imparentati con la natura». Gaudí s’interessò anche all’acustica. Le torri campanarie, infatti, hanno aperture a forma di tornavoz, caratteristica delle chitarre spagnole dell’epoca, che attraverso l’inclinazione delle placche in muratura dirigono il suono delle campane direttamente verso l’esterno, in basso. Nella facciata della Natività ci sono campane tubolari da percussione, in quella della Passione campane d’organo risonante e in quella della Gloria sono accordate in Mi, Sol, Do.
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Se solo chi bandisce  certi bandi leggesse articoli come questi…


[…] «Abbiamo realizzato una facciata completa del tempio affinché la sua bellezza renda impossibile abbandonare i lavori» [Antoni Gaudì]


Magari si abbandonassero i lavori per tali bruttezze. Anzi, non iniziassero proprio.

C'era una volta un architetto

26 ottobre 2010 Commenti disabilitati su C'era una volta un architetto

Architettura e teologia. Chiesa e catechesi. Non siamo nel Medioevo, siamo alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo:

«Desideriamo che l’insieme del tempio sia un vero e proprio simbolo, un’opera d’arte in sintonia con l’epoca in cui viviamo… All’esterno mostrerà immagini apologetiche e catechetiche, per introdurre i fedeli alla contemplazione del mondo soprannaturale rappresentato all’interno». Le sue parole erano l’esposizione di ciò che ora vediamo nelle parti finite.

Ecco come delineava la facciata della Gloria, quella principale, che oggi non c’è ancora: «Poiché l’ideale supremo dell’uomo è la glorificazione di Dio, nella facciata si renderà onore alla Santissima Trinità, alla Sacra Famiglia, alle sue virtù e alla sua esemplarità nel lavoro. Saranno presentate tutte le verità di Fede, Speranza e Carità, e lo stato dell’anima dopo la morte, con il suo castigo o premio. Verranno raffigurate scene descritte nell’Apocalisse di san Giovanni… La facciata avrà un portico, le cui colonne mostreranno, nei capitelli, i doni dello Spirito Santo e i simboli delle virtù, mentre alla base saranno raffigurati i vizi opposti.

Sopra le cinque porte un fregio e, in aggetto nella parte centrale, i progenitori del genere umano, Adamo ed Eva. Al di sopra, san Giuseppe con Gesù adolescente rappresentati nel loro lavoro di falegnami, ricordo e glorificazione del lavoro umano della Sacra Famiglia. Nelle gallerie alte, a presiedere alla porta centrale, il gruppo di Cristo Nostro Signore, con gli strumenti della Passione, circondato da angeli, nel momento del giudizio delle anime».

[…] «Sull’altare maggiore – spiegava – si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca". La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase del Salvatore: "Io sono la luce del mondo", come nel primitivo altare di san Giovanni in Laterano».
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Dimmi come costruisci e ti dirò chi sei

25 novembre 2009 § 2 commenti

«Nel secoli XII e XIII, a partire dal nord della Francia, si diffuse un altro tipo di architettura nella costruzione degli edifici sacri, quella gotica, con due caratteristiche nuove rispetto al romanico, e cioè lo slancio verticale e la luminosità. Le cattedrali gotiche mostravano una sintesi di fede e di arte armoniosamente espressa attraverso il linguaggio universale e affascinante della bellezza, che ancor oggi suscita stupore. Grazie all’introduzione delle volte a sesto acuto, che poggiavano su robusti pilastri, fu possibile innalzarne notevolmente l’altezza. Lo slancio verso l’alto voleva invitare alla preghiera ed era esso stesso una preghiera. La cattedrale gotica intendeva tradurre così, nelle sue linee architettoniche, l’anelito delle anime verso Dio. Inoltre, con le nuove soluzioni tecniche adottate, i muri perimetrali potevano essere traforati e abbelliti da vetrate policrome. In altre parole, le finestre diventavano grandi immagini luminose, molto adatte ad istruire il popolo nella fede. In esse – scena per scena – venivano narrati la vita di un santo, una parabola, o altri eventi biblici. Dalle vetrate dipinte una cascata di luce si riversava sui fedeli per narrare loro la storia della salvezza e coinvolgerli in questa storia..

Un altro pregio delle cattedrali gotiche è costituito dal fatto che alla loro costruzione e alla loro decorazione, in modo differente ma corale, partecipava tutta la comunità cristiana e civile; partecipavano gli umili e i potenti, gli analfabeti e i dotti, perché in questa casa comune tutti i credenti erano istruiti nella fede».
Benedetto XVI
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Oggi la comunità cristiana e civile subisce la costruzione di garage chiamati chiese. Nessuno è più istruito alla fede attraverso gli edifici religiosi (di nuova costruzione, s’intende). Nessun stupore suscitato dalle genialate delle archistar. Nessun linguaggio universale e affascinante della bellezza. Solo pesantezza, bruttura, aspiritualità. La differenza di civiltà si spiega da sola.

   

Alla ricerca della Bellezza perduta

23 settembre 2009 § 4 commenti

Mons. Ravasi ci ha stupito. Qualche giorno fa ha detto:

«Un certo cattivo gusto nelle chiese, oggi è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie». 

Come non sottoscrivere? Certo, c’è da chiedersi quanto bisogna ancora aspettare per vedere una chiesa che torni a rispettare i canoni di bellezza. Il fatto è che nell’articolo egli proseguiva così:

«Perché il dialogo con l’architettura c’è: le chiese moderne vengono costruite effettivamente da grandi architetti a livello internazionale, quali Renzo Piano, Mario Botta, Kenzo Tange, Tadao Ando, Alvaro Siza e altri. Però queste chiese nell’interno o sono spoglie, perché hanno soltanto l’architettura della luce, o hanno immagini di cattivo gusto, oppure hanno la presenza dell’artigianato soltanto, e non invece, come accadeva in passato, grandi opere d’arte»

Cioè, ci par di capire, le chiese delle archistar gli vanno bene così come sono, ma non gli interni delle stesse chiese? Se così fosse, rimaniamo molto delusi. Si proseguirà su questa strada ancora per molto tempo, alla ricerca degli atei-architetti, degli archistar nichilisti, di chi svuota le chiese di significato nei muri e negli interni. Di chi pone il Tabernacolo nel sottoscala. Di chi toglie il cielo, di chi toglie Dio.
Qui sotto esempi degli obbrobri degli archistar citati da mons. Ravasi.

Chiesa di Renzo Piano (San Pio da Pietralcina – San Giovanni Rotondo):

Chiesa di Mario Botta (SS. Redentore – Seriate):

Chiesa di Kenzo Tange (Santa Maria – Tokio):

Chiesa di Tadao Ando (Chiesa della luce – Ibaraki):

Chiesa di Alvaro Siza (Chiesa di Santa Maria – Marco de Canaveses):

Che cubo!

29 aprile 2009 § 8 commenti

Pur considerando il commitente colpevole di sfuggire alla propria priorità, quella di insegnare la Bellezza e dunque la Verità, ed averlo scritto qui, troviamo altresì curioso che una delle famose archistar che si è fatto artefice di un appello contro il "Piano casa" perché metterebbe a rischio la tutela del territorio possa liberamente costruire un "ecomostro" che va ad intaccare lo stupendo paesaggio umbro di Foligno, come si può ben vedere dalla foto qui sotto. In fondo di che si lamenta Fuksas, i tecnici non avranno problemi a concedergli l’aumento della cubatura della sua creatura… 

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