Quell'”Oooh” che salta fuori all’improvviso

29 gennaio 2015 Commenti disabilitati su Quell'”Oooh” che salta fuori all’improvviso

Scrivania piena, riviste vecchie, articoli che come tesori riemergono da qualche angolo polveroso. E che ora, da qualche angolo polveroso di Internet, viene ritirato fuori:

 Un mese fa ho invitato un mio amico, il grande pittore Alessandro Papetti, per un incontro con i ragazzi di una scuola professionale. Un artista si trova meglio ai professionali che ai licei classici, perché con quelli dei professionali si può parlare di lavoro, ci si capisce con il linguaggio delle cose e non solo con quello delle parole. Nel salone gremito, Alessandro faceva scorrere le diapositive spiegando i quadri uno per uno, senza paura di parlare dei particolari tecnici e dei materiali usati (la parola “trementina” è risuonata molto di più della parola “forma” o “armonia”).
A un certo punto è passato davanti agli occhi dei ragazzi il quadro che vedete qui riprodotto, e dal salone si è alzato un «oooh!» che non dimenticherò mai.
Voglio far presente che i ragazzi del professionale non sono esattamente degli appassionati d’arte. Alessandro ha sentito perfettamente quel moto involontario di stupore e, senza scomporsi, ha tenuto ai ragazzi una breve, bellissima lezioncina sull’uso del colore grigio.
Quello stupore si è fissato dentro di me e non vuole più andarsene via. Il lavoro di un insegnante è il più grande lavoro che ci sia. Se si trattasse solo di tenere a bada qualche birbante o di travasare nei cervelli dei ragazzi quello che c’è dentro i nostri, be’, allora non varrebbe la pena: a fuoco le scuole. Ma stare davanti a una simile esclamazione di stupore mette l’insegnante davanti alla vera sfida dell’educazione: quella in cui una persona – il cosiddetto docente – smette di stare in una posizione di superiorità rispetto al ragazzo. Far fronte alla chiusura di un altro è (relativamente) facile, nel senso che definisce bene i ruoli: tu hai la testa chiusa, io cerco di aprirtela. Ma quell’«oooh!» ha cambiato la mia domanda: e se quello con la testa chiusa, mi sono chiesto, fossi io?
A questo punto, risulta chiaro come non mai che non è sul piano delle parole ma su quello dell’esperienza che si gioca la partita: la scommessa è che il loro stupore diventi il mio, e che io possa aiutarli a legare quell’esperienza alle parole di cui hanno bisogno. Questi imprevisti, ogni insegnante lo sa, sono il cuore del lavoro di chi educa: non sfruttare il vantaggio (di conoscenza, di furbizia eccetera) ma accettare il dono inestimabile di essere in svantaggio, che è come la frusta della realtà che ci rimette in moto.
Quando ero un prof alle prime armi, nei lontani anni Ottanta, don Giorgio Pontiggia (la cui genialità educativa andrà prima o poi riconosciuta) mi disse che uno non si può accorgere di stare veramente insegnando qualcosa, però può sempre accorgersi di stare imparando. Non voglio aggiungere considerazioni inutili, ben sapendo che molti di quelli che mi leggono conoscono queste cose assai meglio di me. C’è però una coda, un finale aggiunto, un post scriptum che va aggiunto al mio piccolo episodio: una settimana dopo l’incontro con Papetti, infatti, i ragazzi di quell’istituto professionale erano già al lavoro sull’idea di “grigio” che Alessandro aveva comunicato loro. Quando una bellezza ci colpisce davvero, la passione per i particolari cresce a dismisura, perché è allora che cominciano ad acquistare un senso e, quindi, a dare gusto.
Luca Doninelli [Fonte: Tracce.it]

Tag:,

I commenti sono chiusi.

Che cos'è?

Stai leggendo Quell'”Oooh” che salta fuori all’improvviso su Quid est Veritas?.

Meta

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: