Pillola della domenica

28 Maggio 2012 Commenti disabilitati su Pillola della domenica

Chi non ama, non sa aspettare.

Armi

23 Maggio 2012 Commenti disabilitati su Armi

CITTA’ DEL MESSICO, 22 MAG – La Chiesa cattolica messicana ha creato un ‘Apostolato’ per la conversione dei criminali, per affrontare l’ondata di delinquenza piu’ grave mai registrata nel paese. Il vescovo ausiliare Crispin Ojeda guidera’ l’iniziativa. La prima fase sara’ una ”maratona di preghiera costante e permanente per i criminali… e’ l’unica arma che abbiamo dinanzi alla crescita attuale dei delitti”.
[Ansa]

Lotte

22 Maggio 2012 Commenti disabilitati su Lotte

«Ma perché la Madonna non appare mai ai preti?»

Domande innocenti di bambini innocenti. Se si legge L’ultimo esorcista scritto da Padre Amorth e Paolo Rodari, qualche risposta la si riesce a dare. Non sono rari infatti i casi in cui gli stessi Vescovi non credono a Satana. Per questo non nominano esorcisti. Nel libro è addirittura citato il caso in cui un cardinale rise della ferma convinzione di Padre Amorth sulla reale presenza del Male nel nostro mondo. Più di quanto noi tutti pensiamo. È un quadro sconsolato sulla Chiesa questo libro. Se da una parte l’esorcista racconta episodi agghiaccianti, dall’altra è altrettanto preoccupante vedere come la Chiesa risponde: con grande fatica e con pochi numeri. Eppure c’è sempre più bisogno di esorcisti e di esorcismi, visto la sempre più diffusa apostasìa e il calo dei battezzatti.

Per fortuna che ci sono i Papi.

I due amori

18 Maggio 2012 § 2 commenti

Non ho mai capito perché la gente che può ingoiare l’enorme improbabilità di un Dio personale, si ribelli all’idea di un Diavolo personale. […] Nemico dell’amore, non è questo che si ritiene sia il Diavolo? Posso immaginarmi che se esistesse un Dio che amasse, il Diavolo sarebbe spinto a distruggere anche la più debole, la più scadente imitazione di quel suo amore.
Graham Green, Fine di una storia

Un romanzo d’amore. Un romanzo drammatico. La storia di due anime che si incontrano e si donano amore, questo è Fine di una storia. Ma si donano in modo diverso l’uno all’altra. Lei, Sara, si dona totalmente. Vuole amare in modo appassionato, totale, senza conservare nulla per sé, fino a donare se stessa, racchiudendo il suo amore in quella frase: “Non ho mai amato nulla e nessuno quanto amo te“, suscitando la seguente riflessione di un Maurice sorpreso: “La maggior parte di noi esita a fare una così completa dichiarazione; ricordiamo, prevediamo e dubitiamo. Essa non aveva dubbi. Solo il momento contava“.

Un Maurice sorpreso, perché il suo amore non va al di là della passione. Non comprende, non sopporta, non accetta, quindi non ama.

“Molti l’hanno amata”.
Padre Crompton volse gli occhi verso me come un direttore di scuola che senta un’interruzione a tergo della classe, provenienete da qualche giovincello impertinente”.
“Forse non abbastanza”.

Davvero il romanzo autobiografico di Green ci porta su un percorso d’amore forse sconosciuto ai più, quello di un amore ancora più forte di quello passionale. Ci fa intravedere l’amore come morte di sé per amore dell’altro e ci fa disprezzare l’infatuazione, l’uso consapevole dell’altro. Con la sorpresa di un terzo incomodo speciale.

Viaggio

15 Maggio 2012 § 1 Commento

Un viaggio da percorrere nel deserto. Tra città in lento disfacimento. Tra dune, tempeste di sabbia e sole cocente. L’unica mèta è quella montagna in lontananza da cui sgorga una luce misteriosa. Il/La protagonista viaggia a rilento con i piedi nella sabbia, o lanciandosi in discese vorticose. La direzione è sempre quella, la luce. Cosa accadrà arrivati alla montagna?

Journey è un’esperienza di gioco assolutamente inedita. In cui non si ha l’ansia di non morire, di superare ostacoli, di sparare più veloce. È un “viaggio” di vita, verso una luce che attrae. Tra paesaggi di una bellezza unica e abbagliante. Quando anche in un videogioco si può trovare una metafora della vita.

Il bene non è inutile

9 Maggio 2012 Commenti disabilitati su Il bene non è inutile

Sull’autobus un ragazzo sui sedici anni legge un libro di scuola, intento. Accanto a lui un signore sui sessant’anni lo osserva, come diviso tra simpatia e amarezza.Poi, giusto prima di scendere, gli fa: «Ragazzo, lascia perdere i libri. Non serve. In Italia, va avanti chi ruba». Poi le portiere si richiudono, l’uomo si allontana e lo studente, sorpreso, guarda gli altri viaggiatori, che non fiatano. Fissa il libro, lo chiude; e pensieroso osserva Milano scorrergli davanti, in una giornata come tante. Quanta amarezza e disincanto devono covare nell’animo di molti in Italia, perché un pensionato dica a uno sconosciuto adolescente: non studiare, ragazzo, qui non serve? […].
Può bastare una parola, magari tutta da verificare, per far precipitare chiunque nel fango, come se già tutto fosse certo, e già i giudici avessero emesso la sentenza. Fa un po’ paura questo vento, che ha in sé un odore di giacobinismo, e quasi una brutta voglia di ‘fare giustizia’ da sé; aumentando, intanto, i consensi a quelle voci che dicono che tutto è marcio, tutto da sfasciare. Ma mentre si spera che il Governo e la politica e l’Europa trovino la strada che conduca fuori da questa sacca, qualcosa almeno lo può fare ognuno di quei milioni in Italia che, magari distratti, magari lontani, comunque si riconoscono cristiani. Perché nel crescente gridare, accusare, lanciare pietre, c’è qualcosa di radicalmente non evangelico: cioè l’attitudine a sentirci, noi, del tutto innocenti. E dunque la durezza farisaica di chi ritiene, avendo la coscienza del tutto netta, di poter condannare. In una rabbia che si configura, anche, come un’eclisse della misericordia cristiana.Coscienza netta? Ma chi davvero ce l’ha, chi, osservandosi con un minimo di attenzione, davvero può ritenersi ‘a posto’? Guardando la folla eccitata a certi comizi dell’antipolitica viene da domandarsi: e voi? Mai rubato, d’accordo; sempre lavorato, bene; ma tradire la moglie o maltrattarla, o indurla a rifiutare un figlio che arriva ‘per sbaglio’; o fermarsi a sera a raccattare una ragazza molto giovane, all’angolo di una strada; o semplicemente non vedere il vecchio solo che abita alla porta accanto, niente di tutto questo vi riguarda, davvero? Perché quel «confesso che ho molto peccato in pensieri, parole, opere…» che recitiamo in chiesa la domenica, forse distrattamente, è invece un passo essenziale della coscienza cristiana: è un guardarsi dentro e saper vedere – ogni sera, come insegnavano una volta le madri – il proprio, di male, prima che quello degli altri. E in questa coscienza scoprire di avere bisogno, disperatamente, anche noi, di misericordia; coscienza che smorza l’ira e la voglia di scagliare pietre, se ci sappiamo, per primi, bisognosi di perdono.
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Marina Corradi

Le verità di Mauro Corona

2 Maggio 2012 Commenti disabilitati su Le verità di Mauro Corona

Mauro Corona è un personaggio particolare. Lo si ricorderà come quell’uomo barbuto un po’ burbero dall’aspetto montanaro, non poco appariscente con quella bandana in testa e la canotta anche in Tv. Del resto viene da Erto, il paese della valle del Vajont, e quindi ne ha ben donde. Tuttavia, alcune settimane fa, è stato ospite ad una trasmissione televisiva, in cui ha parlato del suo ultimo libro, non più incentrato sulla natura, come i suoi precedenti, ma autobiografico. Ne viene fuori un ritratto di un uomo che ha sofferto e che, percorrendo il suo cammino – non particolarmente religioso probabilmente -, è giunto ad alcune verità, che si possono ascoltare qui dal minuto 9′ in avanti.

Verità sull’amore possessivo: “Tutti noi siamo incompiuti, tutti noi non sappiamo amare. Noi pretendiamo di amare con ricevuta di ritorno. È questo il dolore della vita”.  Verità sulla felicità egoistica: “Se vuoi perseguire la tua felicità, seppur breve o piccola, chiamiamola contentezza, lo fai, ma qualcuno ci rimane male, lo facciamo a scapito di qualcuno”. Il racconto della sua infanzia, la madre che ha tentato il suicidio con lui in braccio, il padre picchiatore, delineano una persona piena di cicatrici che, consapevolmente, sa di essere quella che è a causa di quel passato: “Non siamo figli di papà e mamma, ma di quello che ci è accaduto e questo porterà conseguenze fino alla tomba”, ma allo stesso tempo ha cercato la guarigione per se stesso, una redenzione, trovandola nella scrittura, che lo “ha liberato”. Dalla liberazione dalle ferite, alla confessione della propria storia: “Sono convinto che il proverbio ‘I panni sporchi vanno lavati in casa‘ ha distrutto l’umanità, i panni sporchi vanno lavati fuori”, “L’amore è silenzio o dovrebbe esserlo. Io ti amo e quindi sto, mi fermo lì. (…) Accettazione e anche rassegnazione. Invece non ci amiamo, siamo gelosi, possessivi arroganti, intrattabili, (…), se mi ami non devi farmi male. Invece ci facciamo male a vicenda (…), noi non ci amiamo, ci possediamo, è questo il dolore della vita”.

Le considerazioni dello scrittore bellunese sono di una verità abbagliante, perché molto umane, vissute, raggiunte forse a fatica. Tuttavia sono ancora incomplete per lui (e per noi). Perché è evidente che quelle ferite mancano di una risposta, che non può essere solo la scrittura. È evidente la necessità di una comunità alla quale raccontare la propria storia, una comunità dal quale essere compreso. È evidente il desiderio di un amore vero che c’è, ma che va incontrato. È evidente il desiderio di “confessare quello che si è, per essere perdonato”. Parole incredibilmente vere e belle quelle di Corona perché umane e perché in attesa di qualcosa che c’è e che va incontrato.

Dove sono?

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