Vacanza

29 agosto 2011 Commenti disabilitati su Vacanza

Solo nel 2011 aumento del + 27% di finanziamenti per le vacanze.
Età media dei richiedenti: 40 anni.
Finanziamento medio di circa 7mila euro.
Piano di rimborso in 39 mesi.
[Fonte]

Poi bisognerà finanziare il finanziamento dell'anno precedente e via dicendo.
Si può anche pensare di andare a vedere tutto il mondo non avendo la possibilità. Di comprare la casa dei tuoi sogni, la vacanza super, ecc. ecc.
Si avrà una parvenza di dominio.
Un'illusione.
E poi?

Il vecchio e il soldato

26 agosto 2011 Commenti disabilitati su Il vecchio e il soldato

La collina sembrava non finire mai. L'erba alta ostacolava il cammino. Le mosche si appiccicavano al volto sudato. Il sole picchiava inclemente sull'elmetto. Il fucile pesava sempre più. Il soldato lo spostava da una spalla all'altra. I piedi pulsavano.
Che senso aveva quella missione?
Oltre la collina non ci sarebbe stato nulla, solo un'altra collina di erba alta.
In città, nei sobborghi, nel sottosuolo si doveva andare. Non in quello spazio aperto, troppo aperto. Troppo isolato. Non avrebbe trovato nessuno. Non più oramai.
Ancora qualche passo ed avrebbe visto la valle al di là della collina.
Qual era il nome di quella collina? E il nome della valle? Il nome del ruscello? Non lo sapeva. I nomi di quei luoghi si erano ormai persi da tempo. Forse qualche vecchio o chi ancora sapeva leggere.
Finalmente il soldato raggiunse la cima. Si fermò a perlustrare. Le cime degli alberi coprivano tutto lo spazio da lì fino la linea dell'orizzonte. Si udivano il vento, gli insetti, le cicale, le mosche, ronzii. Nient'altro. Svuotò quel che rimaneva della borraccia. Portò il fucile sulla spalla destra. Ancora lo sguardo sull'orizzonte. Alberi, nient'altro che alberi. Torniamo al plotone.
Non si era neppure voltato che un suono lontano lo richiamò. Guardò di nuovo verso Est, verso quella landa boschiva e solitaria. Alberi, solo alberi. Percepì ancora quel suono lontano. Prese il binocolo e scrùtò di nuovo. Guardò giù a valle, tentato di tornare al suo plotone. Guardò di nuovo in direzione del suono. Forse proveniva da quella radura, un po' più spoglia di alberi. Ma non ne era certo.

Il soldato imbracciò il fucile. Vedeva la linea degli alberi terminare ed uno spiazzo non troppo ampio aprirsi. Ancora il suono. Non aveva smesso di rintoccare quel suono, guidandolo fino a lì.
Si appoggiò ad uno degli alberi e puntò il fucile verso quella strana costruzione di sassi nel mezzo della piccola radura. Ancora il suono. La porticina posta nel mezzo di uno dei muri si aprì e ne uscì un vecchio col bastone ed una brocca.
Il soldato ansimò. Chi poteva essere costui che viveva solo nella landa isolata? Lo aveva a tiro. Avrebbe dovuto sparare. Gli ordini erano chiari. Il vecchio si piegò a curare alcuni fiori.
Il soldato scostò il viso dal mirino del fucile. Sparagli. Rimise nel mirino il vecchio. Il grilletto era vicino a scattare.
Chi è? Chi è costui?
Di nuovo spostò il fucile e si avviò verso il vecchio.
Uscì dalla macchia degli alberi, avanzando lentamente. Imbracciò il fucile.
Il vecchio andava avanti nel suo lavoro.
– Fermo.
Il vecchio proseguì.
– Sei sordo? Fermati e voltati.
– Io sordo? Ci sono voluti una trentina di rintocchi prima che tu giungessi qui.
Rise.
– Chi sei?
– Non lo sai? Chi sei venuto a cercare tu?
Il soldato guardò indietro, verso le colline, verso il plotone. Guardò di nuovo il vecchio.
– Dimmi chi sei!
– Io sono un povero vecchio che ti stava aspettando.
Il vecchio si alzò e versò del vino nella brocca.
– Ecco prendi. Ne hai bisogno.
Il soldato titubò. Il vecchio allungò ancora di più il braccio. Il soldato afferrò il bicchiere e bevve con foga il vino. Poi si asciugò la bocca con la manica lurida.
– Hai fame?
Il soldato fece cenno di sì con la testa.
– Vieni allora. Ho preparato una cena per te.
– Per me?
Il vecchio lo guardò sorridendo.
Entrarono nella costruzione. Una tavola era apparecchiata con poche cose.
– Io non posso fermarmi.
Il soldato guardò l'uscio.
– Non dovrei essere qui.
Fece per uscire.
– Fermati. Mangiamo insieme e poi te ne potrai andare.
Il soldato era indeciso. Non erano questi gli ordini.
– Chi sei?
– Sei qui, sei venuto da me. Volevi uccidermi ma non lo hai fatto. Puoi fermarti a mangiare con me?
Il soldato si avvicinò lentamente al tavolo e si sedette.
Il vecchio iniziò a versargli una minestra. Affettò il pane e glielo porse. Versò il vino.
– Mangia!
Il soldato si abbuffò. Era da tempo che non mangiava una minestra calda.
Terminata la cena, il soldato si alzò.
– È ora che io vada.
– Va bene.
– Non mi hai ancora risposto.
– A che riguardo?
– Chi sei?
– Sono un povero vecchio che non ama stare da solo.
Il giovane lo scrutò nella luce affievolita. Riprese il fucile.
– Dovrei ucciderti, lo sai, vero?
– Amico, sono qua. Io sono felice. Abbiamo mangiato insieme. Ora fai quello che devi fare.
– Gli ordini sono precisi.
Il vecchio sorrise.
Il soldato uscì a prendere una boccata d'aria e si accese una sigaretta.
– Perché hai detto che mi stavi aspettando?
– Perché è così.
– Ma cosa vuol dire?
– Io sono qui che aspetto. Sono qui. E aspetto. Ogni tanto arriva qualcuno che riesce a sentire il rintocco.
– Ma tu hai richiamato me, un soldato che ti deve uccidere.
– Non importa. Ti aspettavo. Tu sei venuto. Ho potuto incontrarti. Avevi fame. Abbiamo mangiato insieme. Ora puoi andare. Puoi raggiungere il tuo plotone prima che faccia buio. Puoi andartene dopo avermi ucciso o puoi andartene sapendo che puoi tornare, magari portando qualche tuo commilitone.
Il soldato si avviò verso la fila di alberi. Si fermò.
Da tempo non si era sentito così bene.
Il soldato si allontanò, carico di domande. Chi era il vecchio. Perché lo aveva chiamato. Perché non aveva paura. Entrato tra gli alberi si girò imbracciando di nuovo il fucile e mirando al petto del vecchio. Gli ordini erano chiari. Nessun uomo poteva vivere liberamente. Scostò il fucile. Non avrebbe ucciso quell'uomo.

Confusioni

24 agosto 2011 Commenti disabilitati su Confusioni

«Emblematico, al proposito, ricordare le critiche espresse dalla rivista “Arte cristiana” di allora [primi anni Cinquanta], che ben rappresentava l’atteggiamento del clero italiano: una bocciatura dell’architettura di Sant’Eugenio, e un’accettazione entusiasta delle opere d’arte in essa inserite, che erano invece tutte di autori quali Fazzini, che si esprimevano secondo le modalità dell’arte contemporanea».
[Leggi tutto]

Il coleottero

23 agosto 2011 § 2 commenti

Abbiamo salvato un coleottero dalla furia del torrente. Era lì, su un sasso a lottare contro gli spruzzi e la corrente che lo circondava. Non si sarebbe potuto salvare. Non sappiamo come ci sia finito lì. Ma certamente non avrebbe potuto salvarsi. Così credevamo. Siamo scesi, abbiamo messo i piedi su qualche sasso traballante e abbiamo tirato su il sasso sul quale cercava rifugio il coleottero. Abbiamo messo il sasso all'asciutto. "Ora sei salvo". Ci siamo allontanati, soddisfatti dell'azione compiuta. Se solo quel ragazzino, forse involontariamente,  repentinamente, non avesse messo un piede sopra a quel sasso.
Ecco, l'interventismo fa precipitare gli eventi. Il nostro intervento sembrava rendere la vita più semplice al coleottero, invece gliel'ha irremidiabilmente complicata. Dandogli pazienza, forse, il coleottero ce l'avrebbe fatta da solo. Il tempo dato a lui era per lui. Pazienza. Dare tempo per salvarsi. Pazienza.
Non siamo noi che decidiamo né quando, né dove, né come gli altri si debbano salvare.

Imprevisti

22 agosto 2011 Commenti disabilitati su Imprevisti

«Un imprevisto è la sola speranza».
Così sostiene Silvio Cattarina, fondatore della comunità terapeutica "L'Imprevisto" di Pesaro. L'imprevisto, "un'eccedenza della realtà, una sovrabbondanza di grazia che ci viene incontro avvolgendoci di meraviglia".
Nel libro, "Torniamo a casa", Cattarina raccoglie le sue riflessioni, le sue considerazioni personali, aneddoti, fatti che colpiscono il lettore per una differente considerazioni dei "tossici". Non malati, non "perdenti", non "deboli", piuttosto giovani che hanno dentro di sé un grande desiderio, un desiderio infinito che non è stato loro mostrato e di cui hanno grande nostalgia.
Due sue considerazioni da annotare tra le tante che ho registrato leggendo e ascoltando Cattarina.
La prima è su quell'espressione che i tossici utilizzano frequentemente: "mi faccio", "mi sono fatto": «Che drammaticità, che menzogna, una cosa impossibile, "mi faccio". Non è possibile farsi e farsi da soli. Come se questa sola espressione fosse già una pesante e grande accusa. Come se dicessero: "Tu non mi hai fatto, non mi hai fatto grande e ricco di umanità, di forza, di coraggio, di bellezza… allora mi faccio io, io da solo, con le mie mani"».
La seconda è l'importanza dell'oggi, che vince sul passato.
Alla tradizionale indagine del passato, della storia personale, dei perché di una scelta, questo sviscerare, indagare, scandagliare le persone, quasi fossero oggetti da vivisezionare, contrappone il "qui e ora", l'oggi, il desiderio grande presente in ciascun uomo che va nutrito di cose belle e giuste. Non più teorie sul passato, ma la persona come è oggi. Solo partendo dall'oggi, ci si può riconciliare con il passato e magari perdonare. Come per il Cristianesimo, in cui si può sempre ripartire dall'oggi, dimenticando e perdonando il passato.
Infine quell'imprevisto che deve tenere svegli, che non ci permette di addormentarci, "la sola speranza".

"Io prego che i conti non tornino mai: vorrei che la misura con cui pensiamo e facciamo le cose non fosse la nostra. Non possiamo pensar mai di essere arrivati e di aver capito tutto".
Silvio Cattarina

Update: «Non essendo stati incontrati da qualcosa di grande ci si arrabbia con tutto e con tutti. Se quel che desideri non trova un nome, una luce, una strada ci si arrabbia. Con se stessi e con la parte più vera e bella di noi, le persone più care, i nostri genitori. Perché nessuno ci ha detto che c’è chi ha preparato per noi un banchetto splendido». […] «Il bisogno del cuore dell’uomo è così grande che o incontra una salvezza o è una vaga pena. Meglio andar via, conviene continuare la vita di prima, dico ai miei ragazzi. A meno che qualcuno salvi il passato, il presente e ci venga incontro con una bellezza infinita».
[Leggi l’intervista a Silvio Cattarina]

Indignados e maniche rimboccate

19 agosto 2011 § 3 commenti

Tempo fa parlavamo dell'"Indignazione". A quella citazione di Olavo, di cui ripropongo questo passaggio: "una etica che enfatizza soprattutto il combattimento e la denuncia è una etica che induce l’individuo più a controllare gli altri che a dominare se stesso. È un’anti-etica, che, adottata su scala nazionale, avrà come risultato trasformare il popolo […] in una orda di irresponsabili indignati. Indignati con gli altri e perfettamente soddisfatti con se stessi, nella tranquillità della falsa coscienza", ripensavo mentre leggevo degli insulti lanciati dagli "Indignados" spagnoli ai ragazzi della GMG in giro per Madrid. Insulti, sputi, urina su ragazzini. A questo porta l'indignazione, ad essere "indignati con gli altri e perfettamente soddisfatti con se stessi". Del resto è molto più semplice indignarsi con gli altri piuttosto che criticare se stessi. Cosa è questo se non egoismo, cinismo, ira, rancore, odio…
Eppure ci cadiamo spesso anche noi cristiani. "Li metterei tutti al muro". "Mi fanno schifo". Magari parlando di politici, visto che va tanto di moda.
Mi chiedo come uscire da questo modo di pensare così attraente, così semplice, così difficile da ostacolare. Così incatenante. Così precipitante. Così potente che può condurre velocemente e con indifferenza alle ghigliottine in piazze. Con quale mentalità ostacolare questo "rolling stones"?
«Indignarsi? No, no… indignarsi non serve proprio a niente. A niente! Bisogna, questo sì, appassionarsi. Continuare a lavorare. Anche a novant' anni. Per migliorare ciò che è sbagliato nel campo dei nostri interessi», spiegava Ettore Bernabei qualche mese fa al Corriere.
Magari pensando anche a San Benedetto e a San Francesco. Utopistico?
«Benedetto non affrontò da arrabbiato la fine dell’impero, non protestò perché il mondo non era cristiano, né si lamentò perché tutto crollava, accusando l’immoralità dei suoi contemporanei. Piuttosto testimoniò alla gente del suo tempo una compiutezza del vivere, una soddisfazione e una pienezza che divenne attraente per tanti. E fu l’albore di un mondo nuovo, piccolo quanto si vuole – quasi un niente paragonato al tutto, un tutto che pur franava da ogni parte -, ma reale. Quel nuovo inizio fu talmente concreto che l’opera di Benedetto e di Francesco è durata nei secoli e ha trasformato l’Europa, umanizzandola». Julian Carron a Repubblica.
Andiamo avanti senza indignarci (troppo).

Pillole/21

18 agosto 2011 Commenti disabilitati su Pillole/21

"Il fuoco non si infiamma nel legno umido, lo Spirito non abita nell'anima che ama le comodità"
Detto dei Padri del Deserto

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