Un "Pieno di vita"/2

19 luglio 2011 § 2 commenti

Nel post precedente si è accennato alla prefazione di Paolo Giordano presente nell'edizione Einaudi di "Full of Life" di John Fante. Cosa ci è piaciuto? Nulla.
Si sofferma per prima cosa sulla gravidanza. Che separa la donna dall'uomo. Che sminuisce il valore della donna. Che la fa passare in secondo piano. Che la fa soffrire fisicamente, all'inizio, durante e nel momento culminante del parto. Insomma la gravidanza è una jattura, anche dopo, infatti "tale condizione, che fa scaturire in molte una rabbia crudele e inconffesabile […] rischia di perpetuarsi anche dopo la nascita e di cristallizzarsi nella tanto ingiusta/prodigiosa/retrograda – comunque la pensiate – condizione della donna-mamma".

Se fossi in Giordano proverei a pensare come mai l'umanità è arrivata fino ai giorni nostri e ha potuto partorire anche uno come lui. Se la maternità fosse come l'ha descritta lui, forse l'umanità si sarebbe estinta molto tempo fa. Ma non si ferma qui. "La gestazione è spesso un momento cruciale anche per l'uomo". E sì. Ma mica perché la paternità sia un'esperienza fondamentale da sperimentare, da vivere, di cui gioire. No, perché "sperimentano durante la gravidanza della compagna un trauma simile a quello del primogenito che assiste trepidante all'arrivo di un fratellino: la dolorosa e irreparabile perdita della centralità". Che profonda analisi della paternità ventura. Quali profonde riflessioni generate dal mistero della vita nel giovane Paolo Giordano.

Dopo la banalizzazione della gravidanza, arriva il pensiero mediocre sulla contrapposizione tra uomo e donna, per lui tema centrale del libro: "Maschio contro femmina. L'intero romanzo è attraversato da tale contrapposizione, catalizzata dal sesso ancora ignoto del nascituro, attorno al quale si accendono discussioni agguerrite. È questa, mi pare, l'idea più forte all'origine di Full of life, nonché l'aspetto più interessante nel risultato". "Se fossi una donna intransigente, durante la lettura avrei probabilmente scostato il libro da sotto gli occhi diverse volte, infastidita da questa unilateralità di visione [maschile]. […] Mi preme soltanto dire che, fin dalle prime pagine, io sto dalla parte di Joyce".

Ecco, a questo livello siamo. A prendere le parti femministe. Siamo al 1968. Nel 2011. Un piccolo sobbalzo però c'è. Un piccolo colpo d'ali. Anche lui ha visto qualcosa di più in questo breve romanzo, che va oltre la contrapposizione uomo/donna, gravidanza/sessualità, donna/mamma, ecc.: "Forse, nel tourbillon di Full of Life, alcune domande cruciali vengono coperte dalla polvere sollevata; forse, Full of Life è proprio il tentativo di Fante-protagonista di eludere tali domande; forse, si tratta delle stesse domande sottese alle inquietudini di molti uomini che si apprestano a diventare genitori: «Ma io desidero veramente questo? Io amo davvero Joyce? Sono così convinto che la vita con lei e con il bambino che ci terrà imprigionati sarà la mia felicità?".

Le ultime righe del romanzo dovrebbero servire a rispondere a queste domande. Ci può stare per carità. Un colpo d'ali, sì. Un po' da pollo, anzi da gallina, preferendo lui il femminile. Ma non abbastanza. Quelle ultime decisive righe rimangono in parte incomprensibili se non si è compreso il processo di trasformazione di John, provocato dalla conversione di Joyce. Ma per lui, per il grande nuovo scrittore italiano, vincitore del premio Strega, e gran firma di Einaudi, tutto si esaurisce in quelle poche domande. Ma allora "Full of Life" per cosa sta?

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