Blend

21 luglio 2011 Commenti disabilitati su Blend

«Poi Dio disse:
"Ecco, io vi do ogni erba che produce seme
e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto,
che produce seme: saranno il vostro cibo
"».
Gen 1, 29 

Un esperto assaggiatore di olio ci parlava di assaggi, di degustazioni, di gusti, di aromi, di essenze, di abbinamenti, di blend: "Ora non si fa che parlare di cose naturali, ma il blend è essenziale. È il lavoro dell'uomo che porta all'eccellenza un prodotto. È il lavoro che c'è dietro. La selezione dei migliori prodotti per arrivare ad avere un prodotto eccezionale".

"È il lavoro dell'uomo". Proprio quel lavoro spesso disprezzato perché visto in modo antitetico al lavoro della natura. Quindi il ritorno al latte crudo non pastorizzato, il no agli OGM, il bio esasperato (che comporta contagi da batteri), e si potrebbe continuare. Il "lavoro dell'uomo" invece rimane indispensabile per alzare gli standard, migliorare le materie prime, selezionare, coltivare prodotti sempre migliori. È solo se c'è l'uomo e se c'è il suo lavoro che la natura acquista senso.

Un "Pieno di vita"/2

19 luglio 2011 § 2 commenti

Nel post precedente si è accennato alla prefazione di Paolo Giordano presente nell'edizione Einaudi di "Full of Life" di John Fante. Cosa ci è piaciuto? Nulla.
Si sofferma per prima cosa sulla gravidanza. Che separa la donna dall'uomo. Che sminuisce il valore della donna. Che la fa passare in secondo piano. Che la fa soffrire fisicamente, all'inizio, durante e nel momento culminante del parto. Insomma la gravidanza è una jattura, anche dopo, infatti "tale condizione, che fa scaturire in molte una rabbia crudele e inconffesabile […] rischia di perpetuarsi anche dopo la nascita e di cristallizzarsi nella tanto ingiusta/prodigiosa/retrograda – comunque la pensiate – condizione della donna-mamma".

Se fossi in Giordano proverei a pensare come mai l'umanità è arrivata fino ai giorni nostri e ha potuto partorire anche uno come lui. Se la maternità fosse come l'ha descritta lui, forse l'umanità si sarebbe estinta molto tempo fa. Ma non si ferma qui. "La gestazione è spesso un momento cruciale anche per l'uomo". E sì. Ma mica perché la paternità sia un'esperienza fondamentale da sperimentare, da vivere, di cui gioire. No, perché "sperimentano durante la gravidanza della compagna un trauma simile a quello del primogenito che assiste trepidante all'arrivo di un fratellino: la dolorosa e irreparabile perdita della centralità". Che profonda analisi della paternità ventura. Quali profonde riflessioni generate dal mistero della vita nel giovane Paolo Giordano.

Dopo la banalizzazione della gravidanza, arriva il pensiero mediocre sulla contrapposizione tra uomo e donna, per lui tema centrale del libro: "Maschio contro femmina. L'intero romanzo è attraversato da tale contrapposizione, catalizzata dal sesso ancora ignoto del nascituro, attorno al quale si accendono discussioni agguerrite. È questa, mi pare, l'idea più forte all'origine di Full of life, nonché l'aspetto più interessante nel risultato". "Se fossi una donna intransigente, durante la lettura avrei probabilmente scostato il libro da sotto gli occhi diverse volte, infastidita da questa unilateralità di visione [maschile]. […] Mi preme soltanto dire che, fin dalle prime pagine, io sto dalla parte di Joyce".

Ecco, a questo livello siamo. A prendere le parti femministe. Siamo al 1968. Nel 2011. Un piccolo sobbalzo però c'è. Un piccolo colpo d'ali. Anche lui ha visto qualcosa di più in questo breve romanzo, che va oltre la contrapposizione uomo/donna, gravidanza/sessualità, donna/mamma, ecc.: "Forse, nel tourbillon di Full of Life, alcune domande cruciali vengono coperte dalla polvere sollevata; forse, Full of Life è proprio il tentativo di Fante-protagonista di eludere tali domande; forse, si tratta delle stesse domande sottese alle inquietudini di molti uomini che si apprestano a diventare genitori: «Ma io desidero veramente questo? Io amo davvero Joyce? Sono così convinto che la vita con lei e con il bambino che ci terrà imprigionati sarà la mia felicità?".

Le ultime righe del romanzo dovrebbero servire a rispondere a queste domande. Ci può stare per carità. Un colpo d'ali, sì. Un po' da pollo, anzi da gallina, preferendo lui il femminile. Ma non abbastanza. Quelle ultime decisive righe rimangono in parte incomprensibili se non si è compreso il processo di trasformazione di John, provocato dalla conversione di Joyce. Ma per lui, per il grande nuovo scrittore italiano, vincitore del premio Strega, e gran firma di Einaudi, tutto si esaurisce in quelle poche domande. Ma allora "Full of Life" per cosa sta?

Un "Pieno di vita"

18 luglio 2011 Commenti disabilitati su Un "Pieno di vita"

Full of Life. "Pieno di vita" o "Piena di vita"?
E quel "pieno di vita" a cosa si riferisce? Al fatto forse che Joyce aspetti un bambino? Il primo figlio di John e Joyce Fante? Potrebbe essere un'interpretazione.
Oppure il titolo di uno dei romanzi più famosi di John Fante potrebbe riferirsi a qualcosa d'altro. Che appare anche evidente a chi lo legge, tranne che nella mediocre prefazione di Paolo Giordano, sull'ultima edizione Einaudi. Del resto parliamo di Giordano, uno che ha vinto lo Strega, mica di uno scrittore. Ma ci torneremo.
Torniamo al punto. John Fante, come è sua abitudine, scrive di un episodio della sua vita. John e Joyce aspettano un figlio. La casa di Los Angeles è corrosa dalle termiti. John ritiene che quel lavoro possa essere fatto da suo padre Nick, ingombrante figura nei libri di Fante, un vecchio muratore italiano dalle mani enormi e dalla voglia sfrenata di bersi bicchieri di vino, oltre che di fette di formaggio di capra, magari in treno, come tradizione italica.
Abbiamo a che fare, dunque, con un trio ambiguo, in cui le relazioni si intrecciano, ma soprattutto abbiamo a che fare con delle trasformazioni epiche e profonde.
La storia della gravidanza di Joyce, infondo, non è altro che la storia della sua trasformazione fisica e interiore. La pancia che piano piano cresce e si pone di ostacolo tra lei e John non è altro che il distacco che la prima prende dalla sua vita precedente e, in qualche modo, dal marito, fermo ad una vita fatta di agi e comodità:

 «Mi piaceva avere una moglie atea. La sua posizione rendeva le cose più facili per me. Non avevamo scrupoli sui contraccettivi. Il nostro era stato un matrimonio civile. Non eravamo incatenati da nessun dogma religioso. C'era sempre il divorzio non appena avessimo voluto. Se fosse diventata cattolica, si sarebbero create ogni sorta di complicazione. Era difficile essere buoni cattolici, molto difficile, ed era proprio quello il motivo per cui avevo lasciato la Chiesa. Per essere un buon cattolico, dovevi farti largo fra la folla e aiutarlo a portare la croce. Lasciavo quel farmi largo per il futuro. Ma se lei si fosse fatta largo, avrei dovuto seguirla, perché era mia moglie».

E non è un caso che sia propria la nascita di una nuova vita a sancire l'inizio di un cambiamento di Joyce, ma anche per tutta la famiglia. La vita che John vorrebbe pianificare, controllare, si impone come una novità enorme. Ma nulla paragonato a quella novità enorme che è il Battesimo di Joyce:

«Il momento che avevo temuto era giunto. Guardai mia moglie. C'erano stelle nei suoi capelli, stelle nei suoi occhi che, bagnati di pianto fino a un minuto prima, brillavano ora di felicità piena. Sembrava assurdo che la sua conversione comportasse una tale differenza, eppure era così. Non era più la vecchia Joyce. Non era neppure la Joyce di un'ora prima. Non si poteva venire a capo della chimica di quel cambiamento, lo sentivo e basta, lo capivo, lo vedevo. Quello che sentivo era una maturità, una qualità di donna adulta che non aveva niente a che fare con la sua maternità; una tradizione, meglio, una identificazione con la Madre Chiesa, e con l'alta considerazione che la Chiesa aveva per le donne, la sua elevazione alla stessa altezza alla quale da ragazzo avevo posto la Vergine Maria».

La presa di coscienza di una nuova vita, carnale e spirituale – morale, atterriscono John, forse l'uomo in quanto tale, più facilmente trascinato dalla donna verso una vita con responsabilità o priva di essa:

«Ci guardammo, e in quel momento ciascuno di noi seppe che quella sua sarebbe stata una pietra miliare nelle nostre vite, e che le nostre vite insieme erano terribilmente importanti, terribilmente serie. Ma erano anche un momento molto triste, perché a me piacevano i controsensi della vita, le cose non importanti, le cose senza senso, e tutto ciò lo stavamo lasciando alle nostre spalle».

La gravidanza di Joyce dunque è un cammino verso la vita. La vita del figlio che verrà ed una vita piena, "Full of life". C'è bisogno che qualcuno doni la vita perché qualcun'altro la riceva, in tutti i sensi. Quando Joyce entra in sala parto è una persona differente da quella che avevamo incontrata nelle prime pagine del libro. Da sprezzante, è ora dolce, quasi trasfigurata, raffigurata simile a Maria. Da donna che non amava il suo stato, ora è lieta di soffrire per una nuova vita. Fino ad arrivare a perdonare quel marito con cui tanto spesso litiga e discute:

«Come poteva esserci così tanta bellezza nel mondo? Quelle sue mani, tese verso di me, quelle dita gentili, tese verso di me; i suoi occhi su di me, la sua bocca, le sue labbra, tese verso di me, che riversavano amore e una bellezza misteriosa da spezzare il cuore […]».

Solo ora John, che ha faticato ad accettare questa "pienezza di vita", (ancora una volta) fisica e spirituale della moglie e sua, che non riusciva a confessarsi, non sentiva il bisogno di perdono, il bisogno di essere perdonato, è ora pronto ad entrare anche lui in una nuova vita. Il travaglio di Joyce è il travaglio di John. E dopo la sofferenza arriva la gioia piena:

«La mia desolazione alla fine era terminata, e tutte le cose della mia vita, ciò che possedevo, le mie ambizioni, i miei amici, il mio paese, il mio mondo, diventavano nulla, come granelli di sabbia davanti alla bellezza e alla gioia di quel momento dolcissimo e doloroso».

Dal perdono, alla gioia. La gioia di una vita nuova, quella del figlio e la propria, riconciliata con tutto, con il padre, o il Padre?, con la moglie, con la Chiesa:

«Attraverso la nebbiolina vidi il profilo di una porta gotica. Era la cappella dell'ospedale. Improvvisamente, inspiegabilmente, cominciai a piangere, perché era la Cosa che cercavo, la fine del deserto, la mia casa nella terra. Vi corsi desideroso dentro. […] Mi inginocchiai mentre un'ondata di contrizione mi inghiottiva, una cascata tremante che mi rombava nelle orecchie. Non c'era bisogno di pregare, di implorare il perdono. Il mio essere intero si perse nei gorghi profondi, come delle onde che tornavano alla riva. Rimasi lì per quasi un'ora, e quando mi alzai per andarmene ridevo. Perché era il tempo di ridere, un tempo di grande gioia».

I semi del Seminatore

14 luglio 2011 § 2 commenti

La bellezza della parabola del Seminatore, letta domenica scorsa, non è data dal fatto che sia raccontata bene o che abbia un linguaggio poetico con immagini poetiche, né dal fatto che abbia un significato chiaro e limpido; è data piuttosto dal fatto che è semplicemente riscontrabile nella realtà. Le quattro posizioni, il seme che cade lungo la strada, quello che cade nel terreno sassoso, quello che cade nei rovi e quello infine che cade nel terreno fertile, sono verificabili tra i nostri conoscenti, tra i nostri amici e in noi stessi. È così, avviene proprio così.
Leggendo questa frase: "Nessun potere può evitare che l'incontro accada, ma può evitare che esso diventi strada, che esso diventi storia" (Juan Carron), mi è apparso in tutta la sua evidenza sovrapponibile alla storia del seme che vuoi per i sassi, vuoi per i rovi, vuoi per gli uccelli, non dà frutto, o se lo dà, limitatamente e brevemente. E poi muore. Ed ho presente volti di persone reali, amici. Che hanno fatto l'incontro, sono stati semi; ma poi sassi, rovi, uccelli – il potere – hanno evitato che essi mettessero radici e dessero frutto, interrompendo il loro cammino, terminando la loro storia di semi. Non c'è nulla di più reale di questa parabola. Una cosa rinfranca però, il constatare che anche la parte del Seminatore non cessa mai. Esso semina, semina, genera incontri, incurante di ciò che può capitare, dà fiducia, spera.

Piromani

13 luglio 2011 Commenti disabilitati su Piromani

Una signora dice che è colpita da quella gente, che senz'altro hanno qualcosa in più, ma "certe persone esagerano, paiono esaltate, invasate".
"Sì, forse spaventano"
"Esatto. Si tratta proprio di spavento"
"Eppure sono forse simili a quei discepoli che «sentivano ardere il cuore» dopo aver visto da vicino Cristo".
Un volto perplesso rimane sulla signora.

Cosa è diventato il cristianesimo se chi agisce in base alla propria fede "spaventa"? Se "spaventa" la fede rispecchiata nella propria vita? Si accettano quei pochi che vanno ancora a messa, si accetta un po' di più chi prega, in fondo pregano anche gli sciamani, non è necessario essere cattolici per pregare. Si accetta addirittura chi vive la sua spiritualità, basta che rimanga nella sfera privata.
Ma chi "arde" per Cristo è un'eccezione che spaventa, che destabilizza anche il cristiano "normalizzato", colui che vive il cristianesimo in modalità silenziosa, seppur convinta. Eppure Santa Caterina lo diceva: "Se sarete quello che dovete essere, darete fuoco al mondo". 
Invece il cristianesimo è diventato forse come una spillina da mettere sul bavero della giacca, da mettere e togliere quando fa comodo, ma non è più il vestito risplendente da indossare, che colpisce chi lo guarda, che fa sorgere il desiderio di indossarlo (infatti in chiesa non ci si va più con il vestito bello della domenica, ma in ciabatte e bermuda, specie gli uomini). Eppure solo con quello addosso la vita può cambiare perché il vestito lo vede anche il miope. La spillina si può confondere con qualsiasi altro simbolo, magari di qualche associazione di volontariato.

 

Bollino blu

12 luglio 2011 Commenti disabilitati su Bollino blu

«Agostino, di fatto, aveva cominciato la sua esposizione del discorso della montagna – il suo primo ciclo di omelie dopo la sua ordinazione sacerdotale – con l'idea dell'ethos superiore, delle norme più elevate e più pure. Ma nel corso delle sue omelie il baricentro si sposta sempre di più. Deve ammettere ripetutamente che già l'antica esigenza significava una vera perfezione. Al posto della pretesa superiore subentra in modo sempre più chiaro la preparazione del cuore; […] Oltre la metà dell'intero ciclo di omelie è sviluppata col pensiero di fondo del cuore purificato. Così in modo sorprendente si rende visibile la connessione con la lavanda dei piedi: solo se ci lasciamo ripetutamente lavare, "rendere puri" dal Signore stesso, possiamo imparare a fare insieme con Lui ciò che Egli ha fatto"».
Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, p. 77

La differenza che passa tra il cristiano col bollino perché eticamente irreprensibile (forse), e il semplice poveraccio che riconosce di dover essere "lavato" per poi imparare a vivere. Sta rinascendo forse questa consapevolezza: ci si allontana sempre più dal cristianesimo inteso come etica per riavvicinarsi sempre più a quel cristianesimo carnale che ama gli uomini in quanto tali e non per la loro etica. Del resto si può trovare Cristo nei carcerati, meno nei pubblicani, di ieri e di oggi.

Imputato Gesù, si alzi!

11 luglio 2011 Commenti disabilitati su Imputato Gesù, si alzi!

Non ci si stanca mai di scoprire le falsità che la vulgata razionalista e ideologica ci propina fin dalla nostra infanzia da tre secoli a questa parte. Tanti gli argomenti che crediamo di conoscere e che invece nascondono altre verità, nascoste, omesse, disprezzate, vilipese, ecc. Nel campo della scienza, nel campo storico, archeologico, filologico, antropologico, ecc. sono pochi i libri che hanno la facoltà di aprire gli occhi. Come detto più volte su questo blog, fondamentale è sempre il volume di “Pensare la Storia” di Vittorio Messori, uscito nel 1992, ma composto dalla raccolta dei famosi “Vivai” che lo scrittore torinese pubblicava su Avvenire. Un libro che apre un mondo sconosciuto, fatto di Leggende nere anti-cattoliche, come il caso Galieo, l’Inquisizione spagnola, i Conquistadores, leggende spesso foraggiate dagli inglesi e/o dal mondo anglosassone. Oggi chi giustamente combatte tutte le leggende nere anti-cattoliche e anti-cristiane, chi si scaglia contro l’establishment razionalista, illuminista e ideologico, è Antonio Socci. Il suo ultimo mirabile lavoro, “La guerra contro Gesù“, è un esempio in questo. Distrugge le opinioni correnti in fatto di storia, archeologia, filologia, papirologia, ecc. e porta fatti concreti. Del resto spesso le opinioni prevalgono sui fatti, quando questi danno fastidio a certe correnti di pensiero. Un libro quindi imprescindibile per tutti i cristiani e per chi è sinceramente in ricerca senza particolari ideologie da difendere. Ma perché no, anche coloro che ritengono Socci un impostore possono prendersi la briga di rispondergli, dopo averlo letto, ben inteso, magari utilizzando fatti e non opinioni.

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