Costantino e dintorni/5

26 marzo 2011 Commenti disabilitati su Costantino e dintorni/5

Ancora su ciò che contraddistinse il cristianesimo nei primi tempi:

«Più dello spirito evangelico, o la cultura della spiritualità o ancora la futura esaltazione di Cristo sofferente e della Vergine madre, sono state sufficienti altre attrattive, sconosciute al paganesimo, a suscitare la maggior parte delle conversioni: la pietà affettuosa che respirava questa religione d'amore, il calore della comunità durante le lunghe sinassi settimanali di un culto comunitario, ecclesiale, la speranza e la gioia di un destino soprannaturale, la pace dell'anima, […]».

Dunque niente di diverso da ciò che accade ancora oggi e che attrae e affascina.
A ciò che colpiva del cristianesimo, si accompagna naturalmente anche ciò che era criticato, osteggiato, deriso. E anche qui pare non essere trascorsi 2000 anni:

«Nel II secolo si rideva dei cristiani o si mostrava nei loro confronti un'indifferenza astiosa; nel III si tuonava contro o se ne discuteva seriamente. […] I suoi avversari la criticavano come accae ai pensieri d'avanguardia: era un'invenzione molto recente, all'ultima moda, non aveva un passato, né radici nazionali […], era fatta di sofismi puerili, che si basavano su testi anacronistici. Peggio ancora, aveva una sua metafisica e imponeva un suo stile di vita e con ciò si considerava una filosofia; il fatto è che la religione è aperta a tutti, grandi o piccoli, mentre alla filosofia si deve accostare solo un'élite sociale erudita. Il cristianesimo, così, metteva nelle mani di individui di scarsa cultura ciò che sarebbe dovuto rimanere privilegio di pochi; agli occhi di questo spirito di casta, il cristianesimo era una religione insolente, fatta di poveri e schiavi.
[…] Sì, nel II-III secolo, tra i pagani colti, il cristianesimo, per la sua originalità, la sua capacità di essere toccante, il suo dinamismo e il suo senso dell'organizzazione, non lasciava indifferenti; suscitava un vivo interesse oppure un violento rifiuto. Non che il suo trionfo fosse inevitabile; al contrario, è stata la conversione di Costantino a deciderne le sorti. Questo vivo interesse spiega la sua conversione, come tutte le altre; per Costantino e per coloro che presero la sua stessa decisione fu una questione di fede personale, di convinzione sincera e disinteressata. Non si trattò del calcolo di un ideologo: solo un pregiudizio sociologista potrebbe far credere che l'imperatore cercasse nella nuova religione "i fondamenti metafisici dell'unità e della stabilità interna dell'impero"», [come, recita la nota, sostengono numerosi studiosi, tra cui Gibbon, secondo il quale la caduta dell'impero romano è dovuta all'influsso del cristianesimo].
Paul Veyne, Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394), Cap. 3

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