Costantino e dintorni/3

4 marzo 2011 Commenti disabilitati su Costantino e dintorni/3

Un'altra differenza specifica del cristianesimo è che si trattava di una religione d'amore. Attraverso il profeta ebreo Gesù di Nazareth, questo amore è lo sviluppo della relazione non meno originale che esiste tra Javhè e i suoi nei libri storici della Bibba e ancor più nei Salmi. Il cristianesimo ha dovuto il suo successo come setta a un'invenzione collettiva geniale: la misericordia infinita di un Dio che si prende a cuore le sorti dell'umanità – che dico, il destino delle singole anime, la mia, la tua, e non solo quello dei regni, degli imperi o dell'umanità nel suo complesso […]. Una relazione tenera e toccante riuniva in una devozione profonda l'umanità e la divinità intorno al Signore Gesù, mentre, dal canto suo, l'anima umana assumeva una natura celeste. Il paganesimo non aveva certo ignorato l'amicizia tra una divinità e un particolare individuo (pensiamo all'Ippolito di Euripide, che ama Artemide); in compenso (pensiamo all'atteggiamento freddo e distaccato di Artemide di fronte a Ippolito morente), ha ignorato ogni relazione affettuosa e reciproca d'amore e d'autorità, che non ha mai fine e non è accidentale come nel paganesimo, ma è specifica della natura divina e umana.
[…] L'altro motivo importante del successo della setta cristiana è la figura del Signore, la sua autorità, il suo carisma. Sì, è un fatto di autorità più che di tenerezza, perché, non lasciamoci ingannare, non siamo ancora all'epoca di san Bernardo o di san Francesco d'Assisi. Il Cristo dei primi secoli non era nemmeno la figura umanitaria della vita esemplare com'è diventato dopo Renan: il Cristo amato dai non credenti. Non erano questi i motivi […] per cui ci si affezionava al Signore: la letteratura paleocristiana in primo luogo esaltava "non l'attrattiva dell'umanità di Gesù, ma la sua natura soprannaturale, preannunciata dai profeti e dimostrata con i miracoli, la Resurrezione e l'insegnamento del Maestro".
[…] "Le qualità e le sofferenze umane di Gesù svolgono un ruolo singolarmente ridotto nell'apologetica di questo periodo". La Croce non era simbolo di supplizio, ma di vittoria, tropaeum Passionis, triumphalem crucem. Davanti agli occhi non si aveva l'immagine fissa della Passione e della morte di Cristo, a causare la conversione non erano la vittima espiatoria, il sacrificio del crocifisso sul Calvario, ma il trionfo di chi aveva vinto la morte con la Resurrezione.
La figura di Gesù s'imponeva anche per la sua permanenza sulla terra, per il suo aspetto storico, recente, ben datato. Cristo non era un essere mitologico che viveva in una temporalità fiabesca. A differenza degli dèi pagani, "sembra reale" e anche umano. […] Sui sarcofagi […] il Signore è raffigurato come un pastore che pascola le pecore da lui amate e che lo seguono, oppure come un giovane dottore della legge, di cui il defunto ha ascoltato i comandamenti etici.
[…] Non si adorava il Dio cristiano con offerte o vittime sacrificali, ma con l'obbedienza alla sua Legge. Il ruolo cardine che svolge la morale nel cristianesimo era largamente estraneo al paganesimo; ancora una volta, costituiva un tratto originale del cristianesimo.
Paul Veyne, Quando l'Europa è diventata cristiana (312-394), Cap. 2


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