Luce da luce

29 gennaio 2011 § 4 commenti

"L'analogia fra Dio e la luce […] si approfondisce poche righe più sotto quando si accenna a una «luce generata» (: lumen genitum) dalla luce del primo corpo per formare la seconda sfera, dalla seconda per formare la terza e tutte le altre. Grossatesta osserva che la luce fisica ha la proprietà di produrre sé da se stessa, «moltiplicare se stessa»: la sua è una naturale «capacità di generare» analoga alla processione, che non è creazione, nell'unità della Trinità, del Figlio dal Padre. Il concetto richiama subito alla mente il Credo apostolico: «luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, consustanziale al Padre, per mezzo del quale tutte le cose sono stae fatte» […].
Cristo è dunque un «lume genito» dalla luce del Padre e a lui coeterno – «il Verbo è coeterno al Padre, poché è lo splendore che nasce dalla luce» – così come il lume corporale è similmente consustanziale, coesistente – ma non coeterno, essendo entrambe creature ed effetti – alla causa da cui è generato nell'istante atemporale; e analogamente generato e «creante», «per mezzo del quale tutte le cose «corporali», si potrebbe dire, «sono state fatte».
Che i termini usati nel De luce, in questo caso la parola genito, non siano causali lo dimostra ancora una volta il fatto che dove può, e cioè in un testo più metafisico come l'Hexaemeron, Grossatesta li riprende sotto un'altra ottica. Scrive infatti:

«Così dio disse (sia fatta la luce), cioè: generò il Verbo a lui coeterno. La parola infatti è generazione del Verbo, e, essendo un altro colui che genera ed un altro colui che è generato, hai qui due persone, quella del Padre e quella del Figlio, chiaramente espresse…».

Non solo il rapporto fra Padre e Figlio, «luce da luce», ma la Trinità stessa, può essere intuita tramite l'analogia della luce:

«Tra le cose corporee un esempio manifestissimo della Trinità è il fuoco, o luce, che necessariamente genera da sé splendore e queste due cose si compenetrano di mutuo fervore».

E ancora più esplicitamente:

«Dal fatto che Dio sia trino nelle persone ne segue che Dio è luce non corporea ma incorporea, anzi di più, né corporea né incorporea ma sopra entrambe. La luce infatti ha queste cose naturalmente ed essenzialmente, che da sé genera il suo splendore. La luce che genera e lo splendore generato necessariamente si abbracciano a vicenda e si compenetrano in un fervore reciproco… e così abbiamo le tre persone della Trinità, né una quarta può esistere o essere pensata».
Francesco Agnoli, Roberto Grossatesta. La filosofia della luce, pp.127-130

§ 4 risposte a Luce da luce

  • Asmenos scrive:

    Vedo che ti sei interessata a Grossatesta.

  • quidestveritas scrive:

    Sì, e lo trovo molto interessante. Il testo di Agnoli è suddiviso in due parti, la prima dedicata agli studi scientifici del Grossatesta; la seconda sulle opere metafisiche del filosofo che traggono spunto dai suoi studi di fisica, come questa analogia tra luce e Trinità.

  • Asmenos scrive:

    Che se ci pensi bene, questa analogia tra fisica e teologia attraverso la luce c'è anche in Dante (se n'era già parlato?).

    Così la mente mia, tutta sospesa,
    mirava fissa, immobile e attenta,
    e sempre di mirar faceasi accesa. 99

    A quella luce cotal si diventa,
    che volgersi da lei per altro aspetto
    è impossibil che mai si consenta; 102

    però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
    tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
    è defettivo ciò ch’è lì perfetto. 105

    Omai sarà più corta mia favella,
    pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
    che bagni ancor la lingua a la mammella. 108

    Non perché più ch’un semplice sembiante
    fosse nel vivo lume ch’io mirava,
    che tal è sempre qual s’era davante; 111

    ma per la vista che s’avvalorava
    in me guardando, una sola parvenza,
    mutandom’ io, a me si travagliava. 114

    Ne la profonda e chiara sussistenza
    de l’alto lume parvermi tre giri
    di tre colori e d’una contenenza; 117

    e l’un da l’altro come iri da iri
    parea reflesso, e ’l terzo parea foco
    che quinci e quindi igualmente si spiri. 120

    Oh quanto è corto il dire e come fioco
    al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
    è tanto, che non basta a dicer ’poco’. 123

    O luce etterna che sola in te sidi,
    sola t’intendi, e da te intelletta
    e intendente te ami e arridi! 126

    Quella circulazion che sì concetta
    pareva in te come lume reflesso,
    da li occhi miei alquanto circunspetta, 129

    dentro da sé, del suo colore stesso,
    mi parve pinta de la nostra effige:
    per che ’l mio viso in lei tutto era messo. 132

    Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
    per misurar lo cerchio, e non ritrova,
    pensando, quel principio ond’ elli indige, 135

    tal era io a quella vista nova:
    veder voleva come si convenne
    l’imago al cerchio e come vi s’indova; 138

    ma non eran da ciò le proprie penne:
    se non che la mia mente fu percossa
    da un fulgore in che sua voglia venne. 141

    A l’alta fantasia qui mancò possa;
    ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
    sì come rota ch’igualmente è mossa, 144

    l’amor che move il sole e l’altre stelle.

     
    Asmenos

  • quidestveritas scrive:

    Sì, certo, è la teologia cardine del Medioevo e ha proprio tra i suoi fondatori il Grossatesta, figura davvero poco conosciuta rispetto ai suoi meriti, anche scientifici.

Che cos'è?

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