Il campo

22 novembre 2010 Commenti disabilitati su Il campo

Il giovane contadino posò la zappa fuori dall'edificio nobile.
Un senso di vergogna e di timore lo assalirono.
Guardò gli abiti che indossava, erano luridi.
Non si aspettava di essere chiamato quel giorno, altrimenti avrebbe indossato l'abito migliore, quello che sua moglie teneva pulito in una scatola in fondo all'armadio. 
Sarebbe stato in condizioni migliori anche se fosse stato chiamato all'inizio della giornata di lavoro e non sul calar della sera, poco prima di fare rientro a casa, dopo aver zappato e seminato.
In più c'era quel senso di disagio per via degli ultimi scarsi raccolti.
Come avrebbe potuto giustificarli?
Sì, aveva piovuto troppo, mentre l'anno precedente aveva piovuto pochissimo. Poi vi era stata quella grandinata e lo straripamento del fiume, poi vi era stata l'invasione di cavallette e la malattia delle piante, ma avrebbe mai avuto il coraggio di dare la colpa al maltempo e alle altre calamità?
Gli salì un nodo in gola.
Il cuore batteva più forte e più rapidamente del solito.
Da giorni era angosciato da quelle domande e proprio ora veniva chiamato dal proprietario del terreno.
Sicuramente vorrà farsi dire perché il mio campo non ha reso.
Giunto al portone scosse la cima e suonò la campana d'ingresso.

La sala in cui i convocati dovevano attendere era piuttosto ampia e riccamente arredata.
Mai nella sua vita aveva visto un luogo così.
Non vi era entrato neppure per vedersi assegnato il terreno. Lo aveva ricevuto tempo prima in dote dal precedente affittuario, che gli aveva insegnato il lavoro, rivelato i segreti del buon raccolto, elargito consigli e poi, da un giorno all'altro, era sparito, lasciandogli il campo.
Poi aveva saputo a sua volta del proprietario, che ogni tanto mandava dei suoi messi a controllare lo stato del terreno, per vedere se i suoi contadini lavoravano. Raramente i messi controllavano lo stato del raccolto, parevano interessati solamente al decoro e allo stato dei campi. Che tutti fossero stati arati, seminati, irrigati. Al momento della mietitura mai nessuno si presentava, che fosse un anno buono o uno pessimo.

Era immerso in questi pensieri quando entrò nella stanza un altro contadino. Piuttosto avanti negli anni, anche lui vestito da lavoro, ma forse anche peggio. Le mani rugose e nodose. Il fazzoletto intorno al collo lurido. I calzone stracciati e gli scarponi rotti. Si tolse il cappello di paglia e iniziò a farlo ruotare da una mano all'altra. Il giovane si sentì quasi rassicurato di presentarsi in condizioni migliori di quel vecchio.
– Anche tu qui? Disse quello appena entrato.
– Sì.
– Che cosa vorrà da noi il padrone?
– Non so. È la prima volta che mi chiama.
Il vecchio sembrò soddisfatto della risposta.
Il più giovane prese coraggio.
– Io temo che sia perché il mio campo non dà frutti da tempo. Ci pensavo in questi giorni e mentre venivo qui. La pioggia, la siccità, le cavallette. Tanti motivi per cui il mio campo non ha reso. Ma mi chiedo se sono io che non ho lavorato bene.
– Sono sicuro che hai lavorato bene. Ti vedo tutti i giorni levarti presto al mattino e tornare tardi la sera. Lavori con impegno. La pioggia, la neve, il gelo, la siccità non dipendono da te. Magari vengono per altri e non per te. Tu continua a lavorare nel tuo campo, vedrai che prima o poi avrai un buon raccolto. Tuttavia anche quando avrai ottenuto un buon raccolto, non sarà merito tuo, ma del sole e della pioggia, del buon terreno e degli uccelli del cielo che non saranno venuti da te a rubare il seme. Sorrise. E se anceh non vedrai mai un buon raccolto, il terreno deve pur essere vangato e seminato per chi verrà dopo di te!
Il giovane rimase perplesso. Non aveva mia visto quel contadino prima d'allora. Dove mai egli lo aveva visto all'opera?
– Il contadino che mi ha ceduto il terreno era di altra stoffa. Continuò il giovane. Dovevi vedere il granaio dopo la mietitura. E la vigna come era florida. Gli operai arrivavano ogni giorno per aiutarlo e lui li istruiva senza sosta. Ha istruito anche me con gioia e mi ha lasciato il campo quando è andato a riposo. Io ho avuto solo tre, quattro operai che sono venuti da me a imparare il lavoro e di questi solo uno mi è rimasto fedele. Ne ho invitati a decine a raggiungermi nei campi, per godere della vita del contadino, certo anche le fatiche. Ma quelle sono di tutti e di tutto.
Il vecchio si rizzò, lo ascoltava attentamente.
– Alcuni di questi miei invitati mi erano molto cari. Giravano tutto il giorno da una strada all'altra, da un'attività all'altra, ogni tanto si affacciavano curiosi sul mio terreno, mi guardavano un po' lavorare, mi chiedevano interessati, ma poi con le mani in tasca se ne tornavano alle loro inutili attività. Ma quello che mi stava più a cuore mi ha riservato la ferita peggiore. È venuto, ha lavorato con me alcuni giorni, sembrava proprio interessato al mio campo, ma poi una mattina non si è più presentato. Ancora oggi lo vedo sempre seduto all'ombra di un albero, inoperoso; oppure si presta per qualche attività temporanea. E pensare che gli donerei il mio campo anche domani…
Si coprì gli occhi con le mani. Erano gonfi. La voce un poco più fioca.
Il vecchio si alzò e andò da lui. Rimase a fianco in silenzio.
– Perché non vuole venire a lavorare con me? Lo accoglierei a braccia aperte. Gli donerei tutto il mio sapere. Mi sacrificherei per lui. Non gli darei nemmeno i compiti più duri. Lo presenterei addirittura al padrone.
– Forse è per questo che non viene. Forse vuole il suo campo dal padrone stesso. Vuole trovare il suo campo. Vuole fare fatica. Oppure il padrone sta attendendo che sia pronto per porlo nella sua tenuta. Non ti devi affliggere con queste domande. Tu lavora e poni il tuo lavoro al servizio del padrone. Tutto il resto non dipende da te e non ti devi affliggere.
Una porta si aprì ed entrò un giovane ben vestito e dal bell'aspetto.
– Siete voi Andrea di Emma?
– Sì sono io. Rispose il giovane.
– Può andare a casa.
– Come a casa? Sono stato convocato dal padrone e non gli ho ancora parlato.
L'uomo ben vestito lo guardò fisso negli occhi, imperterrito.
– Il padrone è appena uscito da questa stanza e mi ha comunicato che con lei aveva terminato.
Il giovane si girò esterefatto per incrociare lo sguardo del vecchio. Ma la stanza era vuota ed il vecchio sparito.

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