Pillole/12

29 novembre 2010 § 7 commenti

La Cia era inattendibile e falsificava documenti per giustificare la guerra in Iraq, parlando di armi di distruzione di massa di Saddam. Ora tutti (i giornali) sono bramosi di sapere quali "verità" sconvolgenti nascondono i documenti Cia pubblicati da Wikileaks. Delle due l'una, però.

Aggiornamenti

26 novembre 2010 Commenti disabilitati su Aggiornamenti

Arche

25 novembre 2010 § 3 commenti

Non ho ancora potuto leggere o solamente sfogliare "Luce del Mondo" di Peter Seewald. Ho sentito però la testimonianza di chi l'ha potuto leggere in anteprima, il quale riportava un passaggio, in cui il Papa parla di un oggi, ma soprattutto di un domani, dove i cristiani dovranno essere come piccole "Arche di Noè" che porteranno nel mondo un modello di vita nel quale "al contrario di ciò che di sfasciato ci circonda, si manifesta la bellezza del mondo e la bellezza della vita".

Ordine

24 novembre 2010 § 10 commenti

Guardare una vegetazione in cui l'uomo ha messo mano, potando, irrigando, coltivando, fa godere la vista e il cuore. È come osservare l'ordine che si vorrebbe per sè, come se tutto fosse quello che deve essere.
Appena si cessa di operare e di lavorare la terra, tutto viene rimesso in disordine da erbacce, cespugli e piante infestanti.
Tutta la Creazione ha neccessità di una mano amorevole che si prenda cura di essa, eliminando ciò che la deturpa, affiché tutto sia ordinato e bello da vedere. La Creazione ha l'uomo. E l'uomo?

Cristiani rivoluzionari

23 novembre 2010 § 11 commenti

[…] “Da un certo punto in poi il lavoro e il riavvicinarmi alla chiesa sono andati di pari passo. Ho iniziato a chiedermi: cos’è la religione per me? Com’è possibile che un ex comunista torni alla chiesa? E poi un giorno ho capito che gli ideali che mi avevano affascinato da giovane li ritrovavo tutti nel messaggio di Cristo. Basta leggere il Vangelo. Lì ci sono le risposte alle domande di un tempo, risposte molto più radicali di quelle che si trovano nel manifesto di Marx. Prendiamo solo l’ammonimento a non adattarsi mai, a non lasciar andare le cose per il loro corso. Soprattutto a cercare sempre la ragione ultima del creato perché solo così ci si rende conto che questo creato segue una legge divina, e che se si prova a infrangerla tutto si ferma”.

Seewald non ha mai pensato di aver tradito gli ideali di un tempo, anzi secondo lui gli ideali del cattolicesimo sono molto più rivoluzionari. Nel “Sale della Terra” Seewald cita il giornalista ebreo Franz Oppenheim che scriveva: “Le democrazie sono nate nel mondo ebraico-cristiano d’occidente. Questo sviluppo è uno dei presupposti che stanno alla base del nostro mondo pluralistico”. Sempre in quel libro ricordava al cardinale anche l’appello che Pier Paolo Pasolini parlando della chiesa di Paolo VI lanciava nel 1974: “In una prospettiva radicale, forse utopistica… Essa dovrebbe passare all’opposizione… Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero) ma non per la conquista del potere, la chiesa potrebbe essere la guida grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso”. Peccato – commenta Seewald, “che la chiesa e il cristianesimo abbiano perso nel corso dei secoli questo potenziale. Bisognerebbe chiedersi, e io lo chiedo al Papa, perché è diventata così codarda, imborghesita, perché si è così adattata” [*]. Ricorda quali erano le parole di battaglia del suo periodo comunista: liberarsi dalle catene, liberare l’uomo dalla sottomissione al capitale, alla chiesa, alle forze politiche. Solo che, ragiona oggi, il mondo non era diventato più giusto, più sociale. La perdita del rapporto con la chiesa, con il cristianesimo, ha fatto solo scendere la cultura sotto il livello di guardia. Ha creato solo un vuoto occupato oggi dal predominio dell’economia, della scienza. “Il mio punto di partenza è stato questo. Mi sono chiesto cosa significa fede, cultura per la nostra società”.
Intervista a Peter Seewald, di cui oggi esce "Luce del mondo"
[Leggi tutto]

* Azzardo una risposta, visto che non so cosa risponde il Papa. Perché si è schiacciata sul sociale, spesso sul democratismo, sul solidarismo fine a se stesso: "Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo" [Caritas in Veritate, n. 4] A dirla con don Giussani, "La Chiesa si è vergognata di Cristo".

Il campo

22 novembre 2010 Commenti disabilitati su Il campo

Il giovane contadino posò la zappa fuori dall'edificio nobile.
Un senso di vergogna e di timore lo assalirono.
Guardò gli abiti che indossava, erano luridi.
Non si aspettava di essere chiamato quel giorno, altrimenti avrebbe indossato l'abito migliore, quello che sua moglie teneva pulito in una scatola in fondo all'armadio. 
Sarebbe stato in condizioni migliori anche se fosse stato chiamato all'inizio della giornata di lavoro e non sul calar della sera, poco prima di fare rientro a casa, dopo aver zappato e seminato.
In più c'era quel senso di disagio per via degli ultimi scarsi raccolti.
Come avrebbe potuto giustificarli?
Sì, aveva piovuto troppo, mentre l'anno precedente aveva piovuto pochissimo. Poi vi era stata quella grandinata e lo straripamento del fiume, poi vi era stata l'invasione di cavallette e la malattia delle piante, ma avrebbe mai avuto il coraggio di dare la colpa al maltempo e alle altre calamità?
Gli salì un nodo in gola.
Il cuore batteva più forte e più rapidamente del solito.
Da giorni era angosciato da quelle domande e proprio ora veniva chiamato dal proprietario del terreno.
Sicuramente vorrà farsi dire perché il mio campo non ha reso.
Giunto al portone scosse la cima e suonò la campana d'ingresso.

La sala in cui i convocati dovevano attendere era piuttosto ampia e riccamente arredata.
Mai nella sua vita aveva visto un luogo così.
Non vi era entrato neppure per vedersi assegnato il terreno. Lo aveva ricevuto tempo prima in dote dal precedente affittuario, che gli aveva insegnato il lavoro, rivelato i segreti del buon raccolto, elargito consigli e poi, da un giorno all'altro, era sparito, lasciandogli il campo.
Poi aveva saputo a sua volta del proprietario, che ogni tanto mandava dei suoi messi a controllare lo stato del terreno, per vedere se i suoi contadini lavoravano. Raramente i messi controllavano lo stato del raccolto, parevano interessati solamente al decoro e allo stato dei campi. Che tutti fossero stati arati, seminati, irrigati. Al momento della mietitura mai nessuno si presentava, che fosse un anno buono o uno pessimo.

Era immerso in questi pensieri quando entrò nella stanza un altro contadino. Piuttosto avanti negli anni, anche lui vestito da lavoro, ma forse anche peggio. Le mani rugose e nodose. Il fazzoletto intorno al collo lurido. I calzone stracciati e gli scarponi rotti. Si tolse il cappello di paglia e iniziò a farlo ruotare da una mano all'altra. Il giovane si sentì quasi rassicurato di presentarsi in condizioni migliori di quel vecchio.
– Anche tu qui? Disse quello appena entrato.
– Sì.
– Che cosa vorrà da noi il padrone?
– Non so. È la prima volta che mi chiama.
Il vecchio sembrò soddisfatto della risposta.
Il più giovane prese coraggio.
– Io temo che sia perché il mio campo non dà frutti da tempo. Ci pensavo in questi giorni e mentre venivo qui. La pioggia, la siccità, le cavallette. Tanti motivi per cui il mio campo non ha reso. Ma mi chiedo se sono io che non ho lavorato bene.
– Sono sicuro che hai lavorato bene. Ti vedo tutti i giorni levarti presto al mattino e tornare tardi la sera. Lavori con impegno. La pioggia, la neve, il gelo, la siccità non dipendono da te. Magari vengono per altri e non per te. Tu continua a lavorare nel tuo campo, vedrai che prima o poi avrai un buon raccolto. Tuttavia anche quando avrai ottenuto un buon raccolto, non sarà merito tuo, ma del sole e della pioggia, del buon terreno e degli uccelli del cielo che non saranno venuti da te a rubare il seme. Sorrise. E se anceh non vedrai mai un buon raccolto, il terreno deve pur essere vangato e seminato per chi verrà dopo di te!
Il giovane rimase perplesso. Non aveva mia visto quel contadino prima d'allora. Dove mai egli lo aveva visto all'opera?
– Il contadino che mi ha ceduto il terreno era di altra stoffa. Continuò il giovane. Dovevi vedere il granaio dopo la mietitura. E la vigna come era florida. Gli operai arrivavano ogni giorno per aiutarlo e lui li istruiva senza sosta. Ha istruito anche me con gioia e mi ha lasciato il campo quando è andato a riposo. Io ho avuto solo tre, quattro operai che sono venuti da me a imparare il lavoro e di questi solo uno mi è rimasto fedele. Ne ho invitati a decine a raggiungermi nei campi, per godere della vita del contadino, certo anche le fatiche. Ma quelle sono di tutti e di tutto.
Il vecchio si rizzò, lo ascoltava attentamente.
– Alcuni di questi miei invitati mi erano molto cari. Giravano tutto il giorno da una strada all'altra, da un'attività all'altra, ogni tanto si affacciavano curiosi sul mio terreno, mi guardavano un po' lavorare, mi chiedevano interessati, ma poi con le mani in tasca se ne tornavano alle loro inutili attività. Ma quello che mi stava più a cuore mi ha riservato la ferita peggiore. È venuto, ha lavorato con me alcuni giorni, sembrava proprio interessato al mio campo, ma poi una mattina non si è più presentato. Ancora oggi lo vedo sempre seduto all'ombra di un albero, inoperoso; oppure si presta per qualche attività temporanea. E pensare che gli donerei il mio campo anche domani…
Si coprì gli occhi con le mani. Erano gonfi. La voce un poco più fioca.
Il vecchio si alzò e andò da lui. Rimase a fianco in silenzio.
– Perché non vuole venire a lavorare con me? Lo accoglierei a braccia aperte. Gli donerei tutto il mio sapere. Mi sacrificherei per lui. Non gli darei nemmeno i compiti più duri. Lo presenterei addirittura al padrone.
– Forse è per questo che non viene. Forse vuole il suo campo dal padrone stesso. Vuole trovare il suo campo. Vuole fare fatica. Oppure il padrone sta attendendo che sia pronto per porlo nella sua tenuta. Non ti devi affliggere con queste domande. Tu lavora e poni il tuo lavoro al servizio del padrone. Tutto il resto non dipende da te e non ti devi affliggere.
Una porta si aprì ed entrò un giovane ben vestito e dal bell'aspetto.
– Siete voi Andrea di Emma?
– Sì sono io. Rispose il giovane.
– Può andare a casa.
– Come a casa? Sono stato convocato dal padrone e non gli ho ancora parlato.
L'uomo ben vestito lo guardò fisso negli occhi, imperterrito.
– Il padrone è appena uscito da questa stanza e mi ha comunicato che con lei aveva terminato.
Il giovane si girò esterefatto per incrociare lo sguardo del vecchio. Ma la stanza era vuota ed il vecchio sparito.

L'enigma del desiderio

19 novembre 2010 § 13 commenti

«Hobbes pensa che noi siamo in definiva piccole macchine desideranti per natura protese alla soddisfazione dei nostri bisogni, all'ottimizzazione dei nostri desideri contro tutti e contro tutto. Ma se fossimo quelle macchinette biologiche che ci raccontano, saremmo già morti come umanità da un pezzo. Perché se diciamo che l'essere umano ottimizza le prestazioni in vista della pura autorealizzazione, in quel congegno non vengono su i figli, con quel congegno non si sarebbe prodotta l'arte. Io ci sto dunque allo schema di Hobbes se cominciamo a discutere e raccontiamo la natura umana almeno in questa sua ambivalenza. E' vero che siamo anche macchinette desideranti che si spremono per avere il loro vantaggio, ma siamo anche altro. E il paradosso è che qualche volta risulta tragica questa esperienza perché noi stessi come esseri umani ci riconosciamo in entrambe le figure.
«Se partiamo da questo presupposto, che siamo entrambe le figure, allora comprendiamo anche quell'esperienza che san Paolo ha scoperto e Agostino aveva raccontato, alla quale dovremmo dare più ascolto e che forse abbiamo liquidato fin troppo disinvoltamente sotto il segno del complesso di colpa: l'esperienza di una volontà divisa in se stessa. Noi desideriamo realizzare noi stessi, stare bene ed essere felici, e con la stessa forza desideriamo la felicità di qualcun altro, poter dire di averne avuto parte anche a costo di qualche sacrificio.

Nessun essere umano riesce a rinunciarvi, perché è proprio una forma del desiderio. La madre che si cova il suo bambino, e dice che viene su bene perché ci si è dedicata, rappresenta una forma di eros. Certo che ti costa, ma c'è una strematezza anche in quelli che tutti i giorni vanno all'assalto sperando di alzare il proprio profitto. Noi guardiamo solo al sacrificio di chi in favore dell'altro rinuncia alla soddisfazione del proprio desiderio e ne paga il prezzo, ma queste macchinette desideranti che sono ogni giorno a caccia della soddisfazione del proprio desiderio, vediamo bene che spesso diventano macchinette sgangherate, deliranti, piene di disperazione in loro stessi, e finiscono per accontentarsi di tutto, alle quali basta niente pur di avere qualcosa a cui aggrapparsi, perché ormai non sono più recettive nei confronti di alcuna vera grande soddisfazione, per cui s'attaccano a quello che capita, ingurgitano quello che capita, si infilzano quello che capita.

[…] Se riescono a convincerci che noi siamo macchinette desideranti e che quindi tutto ciò che intercetta il desiderio di possesso è il male, è il tragico, è la disperazione, i ragazzi continueranno a buttarsi dal balcone per la disperazione di un insuccesso scolastico, perché gli è crollato il sogno dell'autorealizzazione perfetta».

[…] «Ben vediamo che al desiderio si addice la fede, ma dobbiamo anche dire che è la fede a fare la differenza. E' nella vitalità illimitata del desiderio la radice di senso, ma se non si riconosce che l'affettivo nasce ambivalente, facilmente ci ritroviamo nella slavata risciacquatura romantica da ‘poetica del cuore'».
PierAngelo Sequeri

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