Raggi di sole

28 ottobre 2010 § 8 commenti

C'è una scena in "Miracolo a Milano" in cui i poveri e i barboni cercano ristoro dal freddo nei tiepidi raggi solari che penetrano nell'aria gelida e umida della città di prima mattina. Saltellando e correndo, si spostano da un raggio all'altro, agognanti luce e calore, stretti gli uni agli altri, per trovare un poco di ristoro.

Non so se nelle intenzioni degli autori De Sica e Zavattini ci fosse la volontà di nascondervi una metafora, ma di certo può essere questa una similitudine di certi nostri stati d'animo. Siamo sì stretti nei nostri paltò, nei nostri brandelli di cose, nelle nostre capanne di lamiera, convinti che ci rendano la vita passabile. Ma quel che cerchiamo è quel po' di calore e di luce che giunge da altro (o da Altro). È quel po' di calore e di luce che, mentre noi siamo lì, in attesa, intirizziti e desiderosi, esso penetra nel nostro grigiume e ci riscalda. 

C'era una volta un architetto

26 ottobre 2010 Commenti disabilitati su C'era una volta un architetto

Architettura e teologia. Chiesa e catechesi. Non siamo nel Medioevo, siamo alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo:

«Desideriamo che l’insieme del tempio sia un vero e proprio simbolo, un’opera d’arte in sintonia con l’epoca in cui viviamo… All’esterno mostrerà immagini apologetiche e catechetiche, per introdurre i fedeli alla contemplazione del mondo soprannaturale rappresentato all’interno». Le sue parole erano l’esposizione di ciò che ora vediamo nelle parti finite.

Ecco come delineava la facciata della Gloria, quella principale, che oggi non c’è ancora: «Poiché l’ideale supremo dell’uomo è la glorificazione di Dio, nella facciata si renderà onore alla Santissima Trinità, alla Sacra Famiglia, alle sue virtù e alla sua esemplarità nel lavoro. Saranno presentate tutte le verità di Fede, Speranza e Carità, e lo stato dell’anima dopo la morte, con il suo castigo o premio. Verranno raffigurate scene descritte nell’Apocalisse di san Giovanni… La facciata avrà un portico, le cui colonne mostreranno, nei capitelli, i doni dello Spirito Santo e i simboli delle virtù, mentre alla base saranno raffigurati i vizi opposti.

Sopra le cinque porte un fregio e, in aggetto nella parte centrale, i progenitori del genere umano, Adamo ed Eva. Al di sopra, san Giuseppe con Gesù adolescente rappresentati nel loro lavoro di falegnami, ricordo e glorificazione del lavoro umano della Sacra Famiglia. Nelle gallerie alte, a presiedere alla porta centrale, il gruppo di Cristo Nostro Signore, con gli strumenti della Passione, circondato da angeli, nel momento del giudizio delle anime».

[…] «Sull’altare maggiore – spiegava – si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca". La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase del Salvatore: "Io sono la luce del mondo", come nel primitivo altare di san Giovanni in Laterano».
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Pillole/10

22 ottobre 2010 § 8 commenti

«Se in te predomina il male, tu ti lamenterai del male; se in te predomina la ricerca del vero, tu scoprirai il vero»
Don Luigi Giussani

Priorità

21 ottobre 2010 § 7 commenti

Perché per un bambino di 6 anni dovrebbe essere più pesante un'ora (45 minuti) di catechismo alla settimana rispetto a un'ora di nuoto (In questo caso in genere sono 2 le ore alla settimana)?
O ad un'ora di strumento?
O ad un'ora di inglese?
Strani ragionamenti di genitori che tengono giustamente al futuro dei figli ma non al loro destino.

 

Se questo è un cavolo

20 ottobre 2010 § 4 commenti

Un’opera d’arte della Natura

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Materialismo cristiano

18 ottobre 2010 Commenti disabilitati su Materialismo cristiano

«[…] A quegli universitari e a quegli operai che mi seguivano verso gli anni trenta, io solevo dire che dovevano saper "materializzare" la vita spirituale. Volevo allontanarli in questo modo dalla tentazione – così frequente allora, e anche oggi – di condurre una specie di doppia vita: da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall'altra, come una cosa diversa e separata, la vita famigliare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene.

No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev'essere – nell'anima e nel corpo – santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali.

Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. Per questo vi posso dire che la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni, il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo.

Il senso cristiano autentico – che professa la risurrezione della carne – si è sempre opposto, come è logico, alla "disincarnazione", senza tema di essere tacciato di materialismo. È consentito, pertanto, parlare di un "materialismo cristiano", che si oppone audacemente ai materialismi chiusi allo spirito.
Omelia "Amare il mondo appassionatamente"
San Josemaria Escrivà, 8/10/1967
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Ascesa

15 ottobre 2010 Commenti disabilitati su Ascesa

Come chi ha spenti i lumi
e a brancicare si trova
in mezzo a buio inusitato e vuoto
e con mano protesa e tremante
cercare la via, deve,
per avanzare.

Così , sul cammino dell'ardusa ascesa.
Lassù, il richiamo,
alto dal cielo si leva
e a invitare ti viene
e tu lo senti e dici:
«qual è, Signore, la mia via ?»

                 Armando Aste

«Di recente ho trascorso trenta notti consecutive al capezzale di mio fratello prima che morisse, niente in confronto ai duecento bivacchi che ho fatto in parete: eppure questi bivacchi in una corsia di ospedale sono quelli che più mi sono rimasti nel cuore. Amore vuol dire cercare il bene degli altri, la sola cosa per cui vale la pena di spendere la vita».
Ma come si concilia la ricerca del rischio con la fede?
«Ho avuto la fortuna di avere nonni e genitori molto religiosi. Gente semplice, di campagna, che credeva fermamente: come in quel quadro di Monet [in realtà Millet, ndr] in cui il contadino, in piedi con la sua zappa, sta recitando l'Angelus. La fede è quella cosa che dà il senso alla vita. Dopo tanto cercare e leggere sono arrivato alla convinzione che credere è più importante di sapere, di capire. Quando con la ragione arrivi davanti a un muro, la fede ti consente di attraversarlo. La religione mi ha aiutato ma mi ha anche frenato. Quando ho cominciato ad arrampicare da solo sono andato a discuterne con un sacerdote di Rovereto, monsignor Longo. E ho capito che, comportandomi con prudenza senza mai perdere il senso della misura, potevo restare in armonia con il mio credo. Perché so benissimo che la vita è un dono del quale dovremmo rendere conto.  […] Se ti sottoponi a un rischio oltre misura finisci all'inferno e non risali più in Purgatorio come Dante s'immagina. Io quando attaccavo una parete mi facevo il segno della Croce e dicevo: Signore, sono nelle tue mani. E sono più che mai convinto che quello che faccio mi è stato concesso dal Signore nella sua infinita onniscienza. Un esempio? Quando ho calpestato per primo la Torre sud del Paine ho pensato che il Signore avesse identificato, fin dal tempo della Creazione, chi sarebbe arrivato per primo lassù».

«[…] Bepi Mazzotti si chiedeva se una nuova via di roccia possa essere considerata un'opera d'arte. Si è no. Nella realtà questa via non esiste. Il vero capolavoro sta dentro di noi. Come lo scultore vede nel blocco del marmo la figura che vi è racchiusa e la isola liberandola dal superfluo, così lo scalatore vede la via che prima era confusa nell'insieme del monte, e la isola percorrendola e poi indicandola agli altri. Se guardo una via che ho tracciato provo un'emozione paragonabile a quando vedo un bel quadro».

« […] Ma il compagno che la Provvidenza ha voluto assegnarmi nel periodo migliore della mia vita è stato Solina al quale voglio bene come a un fratello. Quando sulla Marmolada tracciammo nel 1964 la via dell'Ideale, dopo 54 ore di arrampicata e cinque bivacchi, a un tiro dall'uscita trovammo un bel terrazzino e lì restammo a lungo in contemplazione chiedendoci chi ce lo facesse fare di andarci a rinchiudere in un rifugio».

Ideale è un termine che usa spesso, e ideale appare anche il bilancio della sua vita. Ma c'è qualcosa di cui Armando sente di doversi rimproverare? «Intendiamoci, certe cose in alpinismo le ho fatte prima di sposarmi perché, sai, io non capisco come uno sposato con bambini piccoli possa andare a rischiare la vita. Capisco l'ansia, il desiderio di esprimerti che ti divora, il volere a tutti i costi accontentare il proprio orgoglio, la propria passione. Ma bisogna pensare prima ai figli e alla famiglia. Rispetto tutti, ma io l'ho sempre pensata così. A mia moglie stracciavo il cuore qualche volta. E ho fatto soffrire anche mia madre che, poveretta, non apriva bocca mentre mi preparava lo zaino, e quel suo silenzio era più eloquente di qualsiasi discorso. Ma all'epoca non mi rendevo conto di essere egoista. Lo ho capito dopo. Le cose, quelle più importanti, si capiscono sempre in ritardo, quando non c'è più tempo»*.

*Intervista ad Armando Aste, da "Una meravigliosa follia", di Roberto Serafin, in "La rivista", Settembre-Ottobre 2010

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