Matematicamente dimostrato

31 marzo 2010 § 98 commenti

«Come diceva Einstein, la cosa più incomprensibile dell'universo è il fatto che l'universo sia comprensibile. La matematica è un linguaggio che la nostra mente è capace di sviluppare. Che questo linguaggio umano descriva la realtà fisica fino a livelli profondissimi, questo resta un grande mistero. L'ordine che compagina l'universo è descrivibile proprio secondo il linguaggio matematico, e questo è un fatto: non si tratta di uno schema che applichiamo noi, ma di una corrispondenza che scopriamo, e che ci lascia stupefatti. Diceva Paul Eugene Wigner, premio Nobel per la fisica: "Il fatto miracoloso che la matematica sia adeguata a descrivere le leggi della fisica è un dono che noi non comprendiamo e non meritiamo". Non è un sapere di cui l'uomo ha bisogno per sopravvivere: l'uomo è sopravvissuto benissimo fino a pochi secoli fa pur senza conoscere le leggi dell'espansione dell'universo, della meccanica quantistica. Eppure siamo in grado di conoscerle e le stiamo conoscendo».
Marco Bersanelli, docente di Astronomia e astrofisica alla Statale di Milano

Il nostro suicidio culturale

30 marzo 2010 Commenti disabilitati su Il nostro suicidio culturale

Fra le varie cause, anche quella della «troppa famiglia». I dati Istat comparsi l'altro giorno raccontano di un disastro annunciato: il saldo fra nati e morti è negativo. Da decenni nasce un numero irrisorio di bambini. La classe politica se ne preoccupa? La cultura se ne occupa? Analizza e divulga le conseguenze economiche e sociali del suicidio della nostra plurimillenaria civiltà? Gli immigrati ci sono indispensabili perché noi non abbiamo giovani a sufficienza, ma qualcuno ha pensato nel corso dei decenni ad educarli al nostro patrimonio religioso, culturale e artistico? No. Noi ci siamo limitati a ripetere supinamente la leggenda del «familismo amorale» diffusa negli anni cinquanta dalla "scientifica" e protestante sociologia americana.

Secondo questa vulgata la scarsa socialità che contraddistinguerebbe noi italiani sarebbe imputabile ad un eccesso di famiglia. Per rimediare sarebbe sufficiente prendere qualche lezione dalla "civile" cultura protestante. Di fronte a tanta scienza ci siamo fatti una risata? Macché! Abbiamo appena ristampato quella vecchia cariatide (Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata) e continuiamo a divulgarne le tesi. Cattolici? No. Meglio protestanti. A noi cattolici conviene sparire. Conviene non fare figli. Siamo stati così arretrati nel passato, così pateticamente attaccati alla famiglia! Meglio crescere, maturare, emanciparci. Arrivare alla vita adulta. Vivere soli. Senza famiglia. Senza famiglia, ma con tanti diritti: quello all'aborto (definito diritto di civiltà), quello alla sessualità libera da qualsiasi limite, quello all'eugenetica, quello alla compassione dell'altro. Leggi eliminazione del dolore dell'altro. Leggi eliminazione del dolore mio. Leggi soppressione fisica dell'altro.

È vero che la cultura cattolica abbia qualcosa da invidiare a quella protestante? No. E, per capirlo bene, basta studiare un po' di storia. Altro che asociale! La civiltà cattolica, attraverso la creazione di una miriade di confraternite e di ordini religiosi, si è da sempre curata delle ricadute sociali del proprio credo. Si è fatta carico dei bisogni di ogni tipo di povertà. In una parola: la nostra cultura si è fatta carico della vita. Che, spesso, comporta sacrificio e sofferenza. La nostra civiltà ha sempre saputo che la famiglia è un bastione fondamentale per difendere la vita. Disprezzando noi stessi, abbiamo accettato la cultura relativista ed anticattolica che ci veniva proposta, non prestandoci caso. Come sovrappensiero. Abbiamo fatto finta che tutto fosse uguale, che bene e male dipendessero dai nostri desideri, che peccato fosse una parola senza senso.

Il cardinale Biffi aveva un'espressione significativa per descrivere la grassa e rossa Bologna: sazia e disperata [1989, se non sbaglio, ndr]. Ma sazi e disperati siamo diventati tutti. La mancanza di figli è il segnale del degrado culturale, economico, religioso e sociale, in cui siamo precipitati. Il nostro male, parafrasando Pavese, è che abbiamo rinunciato a vivere. Perché la politica (e la cultura) continuano a far finta di niente?
Angela Pellicciari
21/02/2010
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Appunti di viaggio/9

29 marzo 2010 Commenti disabilitati su Appunti di viaggio/9

Monastero di San Marco (Firenze) – Il famosissimo "Noli Me Tangere" del Beato Angelico è all'interno di una celletta. Così angusto, lo spazio si allarga verso quel giardino, con quel Cristo con la zappa sulla spalla che schiva il tocco della Maddalena. Prima della morte tutti potevano toccare Gesù, per le strade tutti gli si affollavano attorno e qualcuno, abusivamente, aveva il coraggio di toccarlo, come l'emoraissa. Ora invece il Risorto frena, mentre la Maddalena  si sporge, ammirata verso di Lui.

«Si vedono le due mani della Maddalena e la mano di Gesù che frena: che è l’immagine che abbiamo sempre dato del possesso verginale, che tende alla totalità. Ma fino a quando questo tendere alla totalità è a una spanna dal muso dell’altro, veramente si possiede, molto di più che neanche se ci si avventasse sul muso»
(L.Giussani, Il tempo e il tempio).

 

Noticina

26 marzo 2010 § 37 commenti

Se dal Pakistan arrivasse notizia di un sacerdote cattolico accusato di pedofilia, siamo sicuri che se ne occuperebbero anche i grandi giornaloni, New York Times in testa, che invierebbero seduta stante inviati e troupe.
Purtroppo per i giornaloni dal Pakistan arrivano solamente notizie di cristiani bruciati vivi.
Non vale la pena perderci tempo.

Appunti di viaggio/8

25 marzo 2010 Commenti disabilitati su Appunti di viaggio/8

Oggi, 25 marzo, si festeggia l'Annunciazione del Signore.
Nella miriade di rappresentazioni di questa solennità, ci ha colpiti, sorpreso e affascinato l'Annunciazione del Beato Angelico nel monastero di San Marco, Firenze.
Non te l'aspetti. Giri l'angolo, sali le scale e PAM, ti ritrovi nel silenzio di quel giardino ad assistere alla scena tra l'Angelo e la fanciulla che pare dire, "Chi? Io?".
Pare di poterli toccare, di sentirne il sussurro. L'Incredibile davanti a noi. L'Impensabile reale. L'irrealizzabile presente.
Ieri la disperazione di Eva cacciata dal Paradiso. Oggi l'incredibile calma e aria lieta di Maria nell'incontro con l'Angelo. Nessun desiderio di scappar via. Eppure noi…

Appunti di viaggio/7

24 marzo 2010 § 2 commenti

Cappella Brancacci (Firenze) – La disperazione di Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso è quasi palpabile. Sembra di sentire l'urlo di Eva e il pianto di Adamo. Masaccio rende realistiche le reazioni dei due progenitori. È la scena più famosa ma anche più affascinante dell'intera cappella.

Ma cosa rende disperata la cacciata dal Paradiso? Perché Adamo ed Eva reagiscono in quel modo alla conseguenza del loro gesto?
Infondo hanno ottenuto di affrancarsi dal "controllo" di Dio, hanno ottenuto la libertà…
Ricollego questa immagine, a quella del giovane che abbandona la casa del padre in cerca di fortuna e che tornerà da lui pentito. Adamo ed Eva rappresentano il genere umano. Ci sarà anche per esso un ritorno pentito al Padre. Ma quella disperazione dovrebbe metterci un po' più di fretta…

«In queste tappe possiamo leggere anche momenti del cammino dell’uomo nel rapporto con Dio. Vi può essere una fase che è come l’infanzia: una religione mossa dal bisogno, dalla dipendenza. Via via che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio. Questa fase, appunto, è delicata, può portare all’ateismo, ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio. Per nostra fortuna, Dio non viene mai meno alla sua fedeltà e, anche se noi ci allontaniamo e ci perdiamo, continua a seguirci col suo amore, perdonando i nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé».
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The hurt locker

23 marzo 2010 Commenti disabilitati su The hurt locker

Tre uomini protagonisti: il sergente James, il sergente Sanborn, lo specialista Eldridge. Fanno parte di un'unità di artificieri, chiamati a disinnescare bombe in qualsiasi strada di Bagdad. Le missioni che affrontano sono numerose e le bombe che si trovano di fronte sono di vario tipo. Ma il sergente James pare vivere solo per disinnescarle, tanto da collezionare gli inneschi sotto il letto, quasi dimentico di avere una famiglia.
Il sergente Sanborn è un ottimo soldato, prudente e coscienzioso e si trova spiazzato dal modo di affrontare la guerra di James. Le varie missioni e il pericolo di morte affrontate continuamente, portano Sanborn a cambiare opinione di sé, a non vedersi come uomo solo di fronte alla morte, ma bisognoso di qualcuno a cui tornare e soprattutto desideroso di avere un figlio, realizzazione di sé come uomo.
Lo specialista Eldridge, il più giovane, appare come il più debole dei tre, ancora sensibile alla tragedia della guerra.
Tutto il film, vincitore, tra gli altri, dell'Oscar come il miglior film dell'anno, la migliore regia e la migliore sceneggiatura, risulta quasi un documentario sulla vita di tutti i giorni di questi tre soldati. Le riprese dirette, il sonoro, la poca musica, fanno calare lo spettatore in una realtà altrimenti ignota.
Non c'è giudizio sulla guerra, su questa guerra. C'è solo una descrizione asciutta ma assai realistica dell'uomo-soldato, dell'uomo di fronte alla morte, di fronte alla vita. Ci pare un'operazione ben riuscita.
 

Dove sono?

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