Omissioni

1 dicembre 2009 § 3 commenti

Una delle passioni di questo blogger è la storia della geografia e delle esplorazioni geografiche. È stato il primo esame ed è stata materia della tesi di laurea. È una materia affascinante, che non si è per niente esaurita, specie per quanto riguarda le esplorazioni dei piccoli personaggi, quelli meno noti, avventurieri, commercianti, militari che durante i loro soggiorni in terre estreme, sconosciute o appena conosciute, hanno disegnato mappe, descritto la geografia dei luoghi, gli usi e i costumi degli abitanti, aperte strade commerciali, stipulati trattati politici e commerciali. E l’elenco potrebbe continuare.
Su questo argomento è uscito da poco Memorie di un cartografo veneziano, di Francesco Ongaro, un romanzo incentrato sulla vita di Sebastiano Caboto, grande geografo ed esploratore nato sotto la Serenissima, ma che navigò per la corona inglese e spagnola. Il romanzo è ovviamente in gran parte di fantasia perché poco si sa della vita del Caboto, ma tutto è piuttosto plausibile e la lingua, resa in qualche modo "antica", dona al romanzo una certa personalità. Ottima la bibliografia allegata in fondo che mostra come l’autore abbia saputo documentarsi su numerose fonti, tranne che per un argomento. E proprio su questo ci soffermiamo.

A pagina 280 del romanzo si legge: "Tra i dotti uomini di Chiesa incrudelisce la diatriba se sia peccato o meno dar morte agli Indios, di loro indole pagani, e se questi possiedono un’anima come la nostra o non siano piuttosto di natura più prossimi alle bestie, che sono mancanti di spirito per proposito divino".
Peccato che Ongaro, che a veder scorrere la bibliografia si direbbe preparato, si sia lasciato cadere in fallo in un’ingenuità del genere, probabilmente spinto dal desiderio di far mostra del suo pensiero anticlericale, seguendo quella "leggenda nera" alimentata nei secoli passati da inglesi e americani proprio in odio alla corona spagnola (cattolica) e alla Chiesa di Roma ed ormai smentita dagli storici.
Non si nega che qualche uomo di Chiesa possa aver preso lucciole per lanterne, ma i documenti dovrebbero far fede maggiore rispetto a qualche pettegolezzo. Per esempio, sarebbe bastato leggersi il codicillo del testamento della purtroppo non ancora Santa Isabella di Castiglia che così ordinava al marito e alla figlia: «che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcuno danno hanno ricevuto lo riparino».
Isabella si espresse a difesa della liberta degli indios già nel 1500, ancora prima che ci fosse un documento ufficiale da parte della Chiesa che avverrà 35 anni dopo con la Formulazione del diritto delle genti di Francisco Vitoria y Domingo Soto. Perché non citare Isabella e i fatti storici e fare invece cicaleccio su presunte diatribe tra i presunti "dotti uomini di Chiesa"?
Nella bibliografia ovviamente è presente la Breve relazione sulla distruzione delle Indie del domenicano Bartolomé de Las Casas, il quale fu il grande accusatore dei primi spagnoli nel Nuovo Mondo. Quel che si deve sapere, però, è che Las Casas fu immediatamente introdotto all’interno della corte spagnola, fu consigliere di Carlo V, che lo fece fare vescovo, e molti suoi suggerimenti furono accolti e approvati, dando vita ad una legislazione severissima a tutela degli indios. Ma per molti autori è meglio omettere ciò che contrasta con le proprie idee.

"Ciò che deve stupire non sono gli abusi iniziali, è semmail il fatto che siano stati tanto contrastati da una resistenza che veniva a tutti i livelli – quelli della Chiesa, ma anche quelli dello Stato – da una profonda coscienza cristiana".
Pierre Chaunu

§ 3 risposte a Omissioni

  • utente anonimo scrive:

    La scoperta dei selvaggi del Nuovo Mondo è comunque molto interessante. Direi che in quel momento si colloca la nascita o rinascita di un’autocritica tra gli europei. La faccenda si trasformò tra l’altro in un vero e proprio mito e molti intellettuali "giustificarono" l’antropofagia praticata dai selvaggi, la quale non era e non è peggiore dell’uccidersi per motivi insulsi. Da qui l’autocritica ecc ecc.

    Filippo

  • utente anonimo scrive:

    Francisco de Vitoria fu un grandissimo, hai letto qualcosa di o su di lui?
    Sono d’accordo con te che Isabella di Castiglia dovrebbe essere proclamata santa al più presto, e la conoscenza accurata della sua vita dovrebbe essere raccomandata a tutti gli storici che si occupano del XV-XVI secolo.
    Un abbraccio Quid!

  • utente anonimo scrive:

    Ho letto anch’io il libro di Ongaro. Non mi è parso un libro per tutti (il che lo considero un pregio in un’epoca di romanzi seriali e fotocopia uno dell’altro). Personalmente  l’ho trovato interessante, anche per la scelta linguistica che l’autore opera, ma non è certo romanzo da milioni di copie o che consiglierei a chiunque. Troppo raffinato e sottile, diciamo, per la media dell’attuale mercato librario.  Non voglio invece entrare nel merito della discussione dell’autore del post, però mi sembra un modo di procedere molto sciocco l’accusare di qualcosa un autore (in questo caso di anticlericalismo) muovendo da una frase di un personaggio di un suo romanzo (tra l’latro, nell’architettura delle vicende narrate, una frase abbastanza marginale). Sarebbe, per intenderci, come citare una frase dei bravi o di Don Rodrigo e poi accusare Manzoni di spirito anticristiano. Un romanzo non è un saggio e non obbligatoriamente i pensieri e le azioni dei personaggi rispecchiano le convinzioni di chi scrive. Ignorare questa regola elementare nel momento in cui si giudica il lavoro altrui non è indice di grande acume… il sospetto che sorge spontaneo è che anche in questa occasione, come troppo spesso accade nel nostro Paese, prevalga il bisogno leggere in chiave ideologica ciò che non si conosce, o che va oltre la nostra capacità di interpretazione, per un proprio bisogno di rassicurazione. Tradotto in parole povere: se non sei tra i miei amici sei di certo un mio nemico. Dimenticando sovente che la realtà non è mai bianca o nera, ma presenta differenti gradazioni di grigio che occorre fatica, e a volte anche umiltà e prudenza, riuscire a distinguere.
    Riccardo

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