Ancora sui soldati

16 novembre 2009 Commenti disabilitati su Ancora sui soldati

«I soldati tenevano i minuscoli alberelli nell’incavo della mano. L’aria calda del bunker li aveva riscaldati e coperti di piccole gocce di rugiada, e il profumo della resina invase il sotterraneo scacciandone l’odore di obitorio e di fucina, l’odore della prima linea.
I capelli canuti del vecchio accanto alla stufa sembravano emanare odore di Natale.
Sensibile, Bach percepiva tutta la malinconia e la bellezza di quegli attimi. Uomini che sprezzavano la forza dell’artiglieria pesante russa, uomini crudeli e rozzi stremati dalla fame, dalle pulci e dalla mancanza di munizioni avevano capito tutti, di punto in bianco, di non aver bisogno di bende, pane o tritolo, ma di quei rami d’abete avvolti in inutili ghirlande e con appeso un pugno di caramelle da orfanelli.
I soldati circondarono il vecchio seduto sulla cassa. L’estate prima quell’uomo aveva guidato la divisione di fanteria motorizzata fino al volga. Aveva recitato tutta la vita, quell’uomo, sempre, comunque e dovunque. Non solo di fronte alle truppe schierate o quando conversava con i comandanti. Recitava anche a casa con la moglie o quando andava a spasso ai giardini, recitava con la nuora e il nipotino. Recitava, di notte, lui sdraiato sul letto e i suoi pantaloni da generale appoggiati sulla poltrona accanto. E – com’è ovvio – recitava con i soldati quando chiedeva loro delle madri e si rabbuiava, quando si permetteva qualche battuta sconcia sui loro amori e quando si interessava al contenuto delle loro gamelle e lo assegnava fin troppo compunto. E anche quando chinava il capo austero di fronte alle tombe ancora fresche dei suoi uomini o pronunciava discorsi fin troppo vibranti e paternalistici alle reclute. La sua recitazione non era un proforma, gli veniva da dentro, era dissolta nei suoi pensieri, nella sua persona. Non ne era consapevole, ma scinderla da lui era difficile quanto setacciare il sale dall’acqua di mare. E difatti era entrata con lui anche nel bunker: in come si era aperto il cappotto e si era seduto sulla cassa di fronte alla stufa, nello sguardo placido e triste che aveva rivolto ai soldati facendo loro gli auguri. Non si era mai accorto di recitare. In quel momento, invece, se ne rese conto di colpo e la sua teatralità svanì per sempre, sale solidificato di un’acqua ghiacciata.
L’acqua era diventata dolce. Era l’ora della pietà dell’anziano per chi è stanco e ha fame. In mezzo a quei poveri disgraziati c’era un uomo inerme, debole, vecchio.
Un soldato intonò sottovoce:
O, Tannenbaum, o, Tannenbam,
wie grun sind deine Blatter…
Al coro si unirono un paio di altre voci. L’odore della resina faceva giarare la testa, e le parole di quella canzone infantile erano come le trombe della Giustizia divina:
O, Tannenbaum, o, Tannenbam,
E dal fondo del mare, dalle sue tenebre fredde affiorarono sentimenti dimenticati, smarriti, si liberarono pensieri di cui non si aveva da tempo memoria…
Non davano gioia, né buonumore, no. Ma la loro forza era una forza umana, la più grande che ci sia».
[Vasilij Grossman, Vita e Destino]

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