150° Anniversario dell'annessione al Piemonte/2

7 settembre 2009 § 5 commenti

Festeggiare il 150° anniversario della piemontesizzazione dell’Italia? Neanche morti. Qui della neo-retorica nazionalista (nuova bandiera degli ex-internazionalisti) non interessa, perché 1. L’Italia nasce molto prima del 1861; 2. Dell’Italia creata con l’invasione del Piemonte ci piace poco. Molto poco. Del resto il buon Fedor…:

“Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Proseguiamo in questo lavoro di "smitizzare" l’Unità d’Italia (?), iniziato qui. Dopo Socci, Invernizzi:

«Questa è l’altra grande ferita dopo la “questione cattolica” che pesa sulla storia italiana: la “questione federalista”. Grandi cattolici come il beato Antonio Rosmini l’avevano proposta, ma anche intellettuali “laici” come Carlo Cattaneo; non vennero ascoltati e così il rifiuto di una soluzione federalista, che avrebbe rispettato le peculiarità delle diverse popolazioni italiane, comportò fra l’altro quella guerra civile nel Sud d’Italia che costò 10 mila morti nel decennio 1860-1870 e segnò l’inizio della “questione meridionale”».
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§ 5 risposte a 150° Anniversario dell'annessione al Piemonte/2

  • utente anonimo scrive:

    Brava Quid!
    Mi piace questo tuo filone storico! Oltretutto, come sempre, sei originale [bè, a parte la volta che scrivesti quella pizza su come Berlusconi liberò l’Europa dal comunismo…. sto scherzando!!!!! ;-)]
    Un abbraccio!

  • utente anonimo scrive:

    REPETITA IUVANT

    Mi sembrano appropriate le parole di Galli della Loggia:

    “La storia è positiva
    Ma protesta e paura oggi sono fondate

    No, non è la lettera di un razzista la lettera di questo studente — un bravo studente, si può immagina re — che il Corriere ha deciso di pubblica re per contribuire a far conoscere al Paese da quali sentimenti e di quali ragioni si fa forte l’opinione pubblica leghista così dif fusa al Nord. Ha quasi sempre delle ragio ni, infatti, anche chi non ha ragione: pure quando tali ragioni, com’è questo il caso, sono costruite su un ordito di vere e pro prie manipolazioni storiche.

    Quanto scrive Matteo Lazzaro dimo stra innanzi tutto, infatti, il rapporto stret­tissimo che inevitabilmente esiste tra sto ria e politica; e di conseguenza, ahimè, il disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole da un lato da una sfilza di manuali di storia redatti al l’insegna della più superficiale volontà di demistificazione, e dall’altro da una mas sa d’insegnanti troppo pronti a sintoniz­zarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Gli uni e gli altri presumibilmente convinti di contribuire in questo modo alle fortu ne del progressismo «democratico» anzi ché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico di tutt’altro segno. Ecco infatti il risultato che si è fissato nella mente di molti italia ni: una storia del nostro Paese inverosimi le e grottesca, impregnata di negatività, violenza, imbrogli e sopraffazione. Una storia di cui «vergognarsi», come pensa e scrive per l’appunto Lazzaro, e che quindi può solo essere rifiutata in blocco: domi nata dall’orco massone e da quello sabau do, dalla strega della partitocrazia, dal bel zebù del «clientelismo», sfociata in «uno dei debiti pubblici più alti del mondo». Nessuno sembra aver mai spiegato a que sti nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere libera mente, di fare un partito, un comizio e al tre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di au striaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppu re uno straccio di avvocato. Nessuno sem bra avergli mai raccontato come 150 anni di storia italiana abbiano anche visto, ol tre alle ben note turpitudini, un intero po polo smettere di morire di fame, non abi tare più in tuguri, non morire più come mosche e da miserabile che era comincia re a godere di uno dei più alti redditi del pianeta. Così come nessuna scuola sem bra aver mai illustrato ai tanti Matteo Laz zaro quello che in 150 anni gli italiani han no fatto dipingendo, progettando edifici e città, girando film, scrivendo libri: non conta nulla tutto ciò? E si troverà mai qualcuno infine, mi domando, capace di suggerirgli che la democrazia non piove dal cielo, che tra «uno dei debiti pubblici più alti del mondo» e l’ospedale gratuito sotto casa o l’Università dalle tasse presso ché inesistenti qualche rapporto forse esi ste? E che la storia, il potere, la società, sono faccende maledettamente complica te che non sopportano il moralismo del tutto bianco e tutto nero, del mondo divi so in buoni e cattivi?

    È quando viene all’oggi, invece, che il nostro lettore ha ragione da vendere, e al le sue ragioni non c’è proprio nulla da ag giungere. C’è semmai da capirle e inter­pretarle. Il che tira in ballo la responsabili tà per un verso della classe politico-intel lettuale di questo Paese, per l’altro quella dei nostri concittadini del Mezzogiorno. Per ciò che riguarda la prima è necessario e urgente che quello strato di colti, di gior nalisti di rango, di scrittori, di attori della scena pubblica, i quali tutti insieme con tribuiscono alla costruzione del «discor so » ufficiale del Paese, la smettano di as sumere un costante atteggiamento di suf ficienza, se non di disprezzo, verso ogni pulsione, paura o protesta che attraversa le viscere della società settentrionale (ma non solo! sempre più non solo!) taccian dola subito come «razzista», «securita ria », «egoista», «eversiva» o che altro. Pe ricoli di questo tipo ci saranno pure, ma come questa lettera spiega benissimo si tratta di pulsioni e paure niente affatto pretestuose ma che hanno un senso vero, spesso un profondo buon senso, e dun que chiedono risposte altrettanto vere, sia culturali che politiche: non anatemi che lasciano il tempo che trovano.

    E infine i nostri concittadini del Mezzo giorno: questi sbaglierebbero davvero se non avvertissero nelle parole del lettore leghista l’eco neppure troppo nascosta di una richiesta ultimativa che in realtà or mai parte non solo da tutto il Nord ma an­che da tante altre parti del Paese. È la ri chiesta che la società meridionale la smet ta di prendere a pretesto il proprio disa gio economico per scostarsi in ogni ambi to — dalla legalità, alle prestazioni scola stiche, a quelle sanitarie, all’urbanistica, alle pensioni — dagli standard di un pae se civile, tra l’altro con costi sempre cre scenti che vengono pagati dal resto della nazione. Il resto dell’Italia non è più dispo sta a tollerarlo, e si aspetta che alla buo n’ora anche i meridionali facciano lo stes so

    Ernesto Galli della Loggia
    19 agosto 2009”

    egli rispondeva a questa lettera:
    http://www.corriere.it/politica/09_agosto_19/Io_studente_leghista_Perche_mi_vergogno_dell_Unita_d_Italia_MatteoLazzaro_30c84cf4-8c8b-11de-90bb-00144f02aabc.shtml

    ASMENOS

  • quidestveritas scrive:

    Di storia si può parlare o quello che dice Galli della Loggia è oro colato? Infondo c’è chi non la pensa come lui senza pensare che l’Unità d’Italia sia solo stato un male. Ma da qui a celebrare i 150° dell’annessione al Piemonte ce ne passa…

    P.S. Spero che non lo riposterai per la terza volta al prossimo post sull’Unità d’Italia…

  • utente anonimo scrive:

    Oro colato? Semplicemente esprime il mio punto di vista…

  • quidestveritas scrive:

    Mi sembra che l’analisi di Galli della Loggia porti con sé un paradosso temporale. Ossia paragona lo Stato di oggi, con ospedali gratuiti, Università accessibili a tutti e cosucce simili, all’Italia pre-Unità. Insomma, pesa le mele con i kiwi…
    Che ne sappiamo di come sarebbe stata l’Italia federalista di Cattaneo e Gioia?

Che cos'è?

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