150° Anniversario dell'annessione al Piemonte

22 agosto 2009 § 3 commenti

Si incomincia a parlare di 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, sebbene bisognerebbe dire 150° Anniversario dell’illegittima annessione da parte dei Savoia dei vari Stati che componevano la penisola.

Bene parliamone. Iniziamo a conoscerlo meglio il Risorgimento, liberandoci della pseudo-storia che ci viene raccontata dalle elementari fino all’esame di maturità per proseguire negli esami di storia contemporanea dell’Università.

Per ora ci soffermiamo solamente su un’indicazione di un libro, di cui faremo passare alcune pagine, le più significative. Il libro è "La dittatura anticattolica", di Antonio Socci, di cui si può leggere qui un’intervista sul suo libro:

Eppure nel caso dell’Italia si attuò proprio una politica militare. Invece di una politica consensuale e federale si preferì la conquista militare di parte, una violenza di fatto. Una aggressione del Regno sabaudo per fini espansionistici.
Attraverso il lasciapassare di potenze straniere come Gran Bretagna e Germania, l’Italia nasce con un handicap: una democrazia zoppa, non funzionante, antipopolare, tendenzialmente assolutista, e dipendente da potenze straniere con le quali partecipa nell’immane bagno di sangue che fu la prima Guerra mondiale».

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§ 3 risposte a 150° Anniversario dell'annessione al Piemonte

  • utente anonimo scrive:

    A dire il vero, Quid, non è che sia troppo convinto. Se fosse stata una vera guerra, i Mille sarebbero ancora a Marsala. I Lombardi volevano l’unione coi Piemontesi, altro che la guerra. Il Papa invece no, fu derubato, questo è fuor di dubbio. Però voglio dire: fu un fenomeno complesso, riassumerlo nei termini di una pura guerra di conquista mi sembra semplicistico.
    Un abbraccio
    Aurelio

  • accalarenzia scrive:

    Il Papa derubato?
    Bhè può essere, ma ……
    Non vogliamo parlare dei misfatti compiuti dalla Chiesa in duemila anni di storia?
    Perchè non fai mai un pò di autocritica?
    Perchè dai tutta questa mano ideologica alla Lega che sguazza in questo calderone di risentimenti campanilistici per schiavizzare gli operai stranieri e meridionali nelle fabbriche del nord?

    Mi chiamo fuori dalla discussione perchè per me la storia è ferma al 1555 quando l’invasore fiorentino assediò e vinse la mia bella Siena ponendo fine al sogno di libertà della Repubblica Senese.

    Quindi io non sono necessariamente per l’Italia Unita, io sono solo per la mia gente. Penso però che però gli Stati moderni funzionino meglio della divisione in staterelli cittadini.

    Alla fine io nell’Unità d’Italia festeggio tutte le sue parti di sempre: da Parma e Piacenza alle Repubbliche Marinare, dalla Sicilia Normanna a quella Sveva ai Califfati, dalla Repubblica Cisalpina allo Stato della Chiesa.

    Quando tante realtà si fondono in una più grande non si cancella la Storia ma si crea una realtà più grande e più forte.

    L’unione fa la forza.

    Divide et impera.

    Un caro saluto e grazie per lo spunto di riflessione.

    W Il 20 settembre!
    W il Papa Re!

  • Asmenos scrive:

    Mi sembrano appropriate le parole di Galli della Loggia:

    “La storia è positiva
    Ma protesta e paura oggi sono fondate

    No, non è la lettera di un razzista la lettera di questo studente — un bravo studente, si può immagina­re — che il Corriere ha deciso di pubblica­re per contribuire a far conoscere al Paese da quali sentimenti e di quali ragioni si fa forte l’opinione pubblica leghista così dif­fusa al Nord. Ha quasi sempre delle ragio­ni, infatti, anche chi non ha ragione: pure quando tali ragioni, com’è questo il caso, sono costruite su un ordito di vere e pro­prie manipolazioni storiche.

    Quanto scrive Matteo Lazzaro dimo­stra innanzi tutto, infatti, il rapporto stret­tissimo che inevitabilmente esiste tra sto­ria e politica; e di conseguenza, ahimè, il disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole da un lato da una sfilza di manuali di storia redatti al­l’insegna della più superficiale volontà di demistificazione, e dall’altro da una mas­sa d’insegnanti troppo pronti a sintoniz­zarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Gli uni e gli altri presumibilmente convinti di contribuire in questo modo alle fortu­ne del progressismo «democratico» anzi­ché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico di tutt’altro segno. Ecco infatti il risultato che si è fissato nella mente di molti italia­ni: una storia del nostro Paese inverosimi­le e grottesca, impregnata di negatività, violenza, imbrogli e sopraffazione. Una storia di cui «vergognarsi», come pensa e scrive per l’appunto Lazzaro, e che quindi può solo essere rifiutata in blocco: domi­nata dall’orco massone e da quello sabau­do, dalla strega della partitocrazia, dal bel­zebù del «clientelismo», sfociata in «uno dei debiti pubblici più alti del mondo». Nessuno sembra aver mai spiegato a que­sti nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere libera­mente, di fare un partito, un comizio e al­tre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di au­striaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppu­re uno straccio di avvocato. Nessuno sem­bra avergli mai raccontato come 150 anni di storia italiana abbiano anche visto, ol­tre alle ben note turpitudini, un intero po­polo smettere di morire di fame, non abi­tare più in tuguri, non morire più come mosche e da miserabile che era comincia­re a godere di uno dei più alti redditi del pianeta. Così come nessuna scuola sem­bra aver mai illustrato ai tanti Matteo Laz­zaro quello che in 150 anni gli italiani han­no fatto dipingendo, progettando edifici e città, girando film, scrivendo libri: non conta nulla tutto ciò? E si troverà mai qualcuno infine, mi domando, capace di suggerirgli che la democrazia non piove dal cielo, che tra «uno dei debiti pubblici più alti del mondo» e l’ospedale gratuito sotto casa o l’Università dalle tasse presso­ché inesistenti qualche rapporto forse esi­ste? E che la storia, il potere, la società, sono faccende maledettamente complica­te che non sopportano il moralismo del tutto bianco e tutto nero, del mondo divi­so in buoni e cattivi?

    È quando viene all’oggi, invece, che il nostro lettore ha ragione da vendere, e al­le sue ragioni non c’è proprio nulla da ag­giungere. C’è semmai da capirle e inter­pretarle. Il che tira in ballo la responsabili­tà per un verso della classe politico-intel­lettuale di questo Paese, per l’altro quella dei nostri concittadini del Mezzogiorno. Per ciò che riguarda la prima è necessario e urgente che quello strato di colti, di gior­nalisti di rango, di scrittori, di attori della scena pubblica, i quali tutti insieme con­tribuiscono alla costruzione del «discor­so » ufficiale del Paese, la smettano di as­sumere un costante atteggiamento di suf­ficienza, se non di disprezzo, verso ogni pulsione, paura o protesta che attraversa le viscere della società settentrionale (ma non solo! sempre più non solo!) taccian­dola subito come «razzista», «securita­ria », «egoista», «eversiva» o che altro. Pe­ricoli di questo tipo ci saranno pure, ma come questa lettera spiega benissimo si tratta di pulsioni e paure niente affatto pretestuose ma che hanno un senso vero, spesso un profondo buon senso, e dun­que chiedono risposte altrettanto vere, sia culturali che politiche: non anatemi che lasciano il tempo che trovano.

    E infine i nostri concittadini del Mezzo­giorno: questi sbaglierebbero davvero se non avvertissero nelle parole del lettore leghista l’eco neppure troppo nascosta di una richiesta ultimativa che in realtà or­mai parte non solo da tutto il Nord ma an­che da tante altre parti del Paese. È la ri­chiesta che la società meridionale la smet­ta di prendere a pretesto il proprio disa­gio economico per scostarsi in ogni ambi­to — dalla legalità, alle prestazioni scola­stiche, a quelle sanitarie, all’urbanistica, alle pensioni — dagli standard di un pae­se civile, tra l’altro con costi sempre cre­scenti che vengono pagati dal resto della nazione. Il resto dell’Italia non è più dispo­sta a tollerarlo, e si aspetta che alla buo­n’ora anche i meridionali facciano lo stes­so

    Ernesto Galli della Loggia
    19 agosto 2009”

    egli rispondeva a questa lettera:
    http://www.corriere.it/politica/09_agosto_19/Io_studente_leghista_Perche_mi_vergogno_dell_Unita_d_Italia_MatteoLazzaro_30c84cf4-8c8b-11de-90bb-00144f02aabc.shtml

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