Carità e Solidarietà

29 dicembre 2008 § 2 commenti

«Se anche distribuissi tutte le mie sostanze […] ma non avessi la carità, niente mi giova», dice san Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi. Dunque, sin dall’inizio, nell’insegnamento cristiano i gesti di solidarietà non bastano. Anche quella estrema, distribuire tutte le proprie ricchezze, non serve a niente se non c’è la carità. Cos’è allora la carità? E cos’è la solidarietà? Atteniamoci al vocabolario. La carità è «la virtù morale per cui si ama il prossimo indipendentemente dai suoi meriti e senza pretendere nulla in cambio». La solidarietà invece è «un rapporto di fratellanza che unisce i membri dell’intera umanità e si manifesta con atti di reciproco aiuto e assistenza materiale e morale».

Virtù squisitamente cristiana la prima (è una delle tre virtù teologali, insieme con fede e speranza); virtù civile la seconda, certamente derivata dalla prima in un mondo che da duemila anni conosce il cristianesimo, ma riconosciuta e fatta propria anche da chi non condivide una visione cristiana della vita.

Domanda: perché la Chiesa è scivolata, a tutti i suoi livelli, verso una predicazione della solidarietà, come se avesse dimenticato che è la carità la missione che Cristo le ha lasciato in consegna? Tentativo di risposta: forse predicando la solidarietà parla il linguaggio del mondo per intercettarne la sensibilità… Tutto cominciò negli anni Ottanta: un sindacato che si chiamava Solidarnosc, invocando la Madonna riuscì ad abbattere il comunismo (non fece tutto da solo, ma fece molto). Da allora, dai tempi di papa Wojtyla, la parola “Solidarietà” irruppe nel mondo cristiano come parola chiave. Ma può la Chiesa, che detiene tra i suoi tesori la carità, limitarsi a predicarne la copia politically correct, la solidarietà? O tutto deriva da una confusione di parole?
Paolo Pivetti [Il Domenicale, 20 dicembre 2008]

Santo Natale!

24 dicembre 2008 § 5 commenti

Agli amici, ai passanti, a chi passerà di qui ancora, a chi passerà di qui per una volta sola…

Riu, riu, chiu la guarda ribera
Dios guarde el lobo de nuestra cordera.
[Riu, riu chiu canta l’allodola
Dio preservò dal lupo la nostra agnella]

El lobo rabioso la quiso morder,
Mas Dios poderoso la supo defender;
Quisole hazer que no pudiesse pecar,
Ni aun original esta Virgen no tuviera.
[Il lupo rabbioso la volle sbranare
ma Dio onnipotente la seppe difendere,
volle che ella non potesse peccare,
che neppure un peccato questa Vergine avesse.]

Este qu’es nascido es el gran monarca,
Cristo patriarca de carne vestido;
Hanos redimido con se hazer chiquito,
Aunqu’era infinito, finito se hizera.
[Colui che è nato è il grande Re,
Cristo patriarca di carne vestito,
ci ha redenti facendosi piccolo
malgrado fosse infinito, si rese finito.]

Muchas profecias lo han profetizado,
Y aun en nuestros dias lo hemos alcancado.
A Dios humanado vemos en el suelo
Y al hombre nel cielo porqu’er le quisiera.

Yo vi mil Garzones que andavan cantando,
Por aqui bolando, haciendo mil sones,
Diziendo a gascones Gloria sea en el cielo,
Y paz en el suelo qu’es Jesus nascieta.

Este viene a dar a los muertos vida
Y viene a reparar de todos la caida;
Es la luz del dia aqueste mocuelo;
Este es el cordero que San Juan dixera.
[Costui viene a dare ai morti la vita,
e viene a riparare la caduta di tutti,
è la luce del giorno questo bambino
questo è l’agnello di cui S.Giovanni parlò]

Pues que ya tenemos lo que desseamos,
Todos juntos vamos presentes llevemos;
Todos le daremos nuestra voluntad,
Pues a se igualar con el hombre viniera.

[Poiché già abbiamo ciò che desideriamo,
tutti insieme andiamo e doni portiamo,
tutti gli daremo la nostra affezione,
poiché Egli è venuto a farsi uguale all’uomo]
Villancico del sec. XVI – Anonimo

Un Dio che sfonda la distanza

23 dicembre 2008 § 1 Commento

Spazio e tempo – Per pietà di ognuno di noi il Mistero è entrato nella storia per facilitare a ognuno di noi il Suo riconoscimento. Dio ha sfondato questo vuoto tra sé e l’esperienza dell’uomo… Dio, il Mistero che fa tutte le cose ha sfondato la lontananza, il vuoto che l’uomo inevitabilmente porrebbe tra il tempo e lo spazio… il Mistero ha sfondato l’astrazione e la lontananza in cui sarebbe inevitabilmente tenuto dall’uomo, poiché non essendo né visibile, né toccabile, né udibile, il pensiero non lo può afferrare come afferra il significato di un viso e l’affezione non vi si può dirigere come si dirige su di un viso…

Dio ha sventrato, ha sfondato la distanza in cui noi lo sentiremmo e lo terremmo. Come Dio ha sfondato questa lontananza? Incarnandosi e uscendo dal seno di una donna come bambino… per farsi riconoscere, Dio è entrato nella vita dell’uomo come uomo, secondo forma umana, così che il pensiero e tutta la immaginatività, l’affettività e tutto il suo sognare sono stati come bloccati, calamitati, per quella speranza che un giorno Lui ha suscitato in me.
Don Giussani 1994

"Le nubi piovano il Giusto"

22 dicembre 2008 § 1 Commento

Sabato sera finalmente un angolo, uno spazio di tempo, di sosta, per attendere come si deve il Natale, con canti e letture che predispongano l’animo a qualcosa che spinge lo sguardo un po’ più in là e un po’ più in su. Dio sa quanto ne abbiamo bisogno. Ebbene, pochi canti, poche letture, ma un attimo di silenzio per soffermarci almeno a pensare a quell’attimo in cui l’infinito si è fatto infinitamente piccolo. In questi pochi giorni che ci dividono dal Natale li vogliamo ricordare qui, per condividere con gli amici e con i semplici visitatori ciò che di bello abbiamo potuto udire e ciò che di bello abbiamo trattenuto.

L’attesa – «L’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza. Dio entra veramente nelle cose umane solo se non è soltanto pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla».
Benedetto XVI – Spe Salvi

 

Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, e le nubi piovano il Giusto.

Non adirarti, o Signore, non ricordarti piú dell’iniquità:
Ecco che la citta del Santuario è divenuta deserta:
Sion è divenuta deserta: Gerusalemme è desolata:
La casa della tua santificazione e della tua gloria,
Dove i nostri padri Ti lodarono.

Peccammo, e siamo divenuti come gli immondi,
E siamo caduti tutti come foglie:
E le nostre iniquità ci hanno dispersi come il vento:
Hai nascosto a noi la tua faccia,
E ci hai schiacciati per mano delle nostre iniquità. 

Guarda, o Signore, l’afflizione del tuo popolo,
E manda Colui che sei per mandare:
Manda l’Agnello dominatore della terra,
Dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion:
Affinché Egli tolga il giogo della nostra schiavitú. 

Consolati, consolati, o popolo mio:
Presto verrà la tua salvezza:
Perché ti consumi nella mestizia, mentre il dolore ti ha rinnovato?
Ti salverò, non temere, Perché io sono il Signore Dio tuo, il Santo d’Israele, il tuo Redentore.

Sacconi, un ministro coraggioso

19 dicembre 2008 Commenti disabilitati su Sacconi, un ministro coraggioso

Partecipate alla E-Campagna di SamizdatOnLine:

SACCONI, UN MINISTRO CORAGGIOSO

 

Futuro prevedibile

18 dicembre 2008 § 7 commenti

Fra cinquant’anni, quando la medicina avrà trovato il modo di curare le persone in stato di coma persistente, qualcuno accuserà la Chiesa di aver taciuto di fronte alle sentenze che condannavano a morte per fame e per sete quei disabili.

In attesa di qualcosa che c'è

17 dicembre 2008 Commenti disabilitati su In attesa di qualcosa che c'è

Sì, si potrebbe parlare dell’ennesima polemica italiana, fatta di tante parole e di pochi fatti, di tanto fumo e di poca carne, ma a cosa servirebbe? Anche a rispondere in modo dottrinale, e c’è chi ci sta pensando, non servirebbe a molto, se non a quei pochi che consapevoli della propria ignoranza vorrebbero colmarla. Ed allora noi ci dedichiamo ad altro, vorremmo metterci in un atteggiamento di attesa, proprio del tempo di Avvento, ma soprattuto proprio del cuore dell’uomo, se anche Cesare Pavese lo riconosceva: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?».

«Quando attendo, io sento che non basto a me stesso. Ognuno di noi lo sa, quando aspetta un amico o un’a­mica. Si guarda ogni secondo l’orologio, per vedere se non sia ancora ora. Si è tesi al­l’attimo nel quale l’amico o l’amica scenderà dal treno o suonerà alla porta di casa. Grande è la no­stra delusione, se di fronte alla porta di casa si trova qualcun altro. L’attesa fa nascere in noi una tensione eccitante. Sentiamo di non bastare a noi stessi. Nell’attesa usciamo da noi stessi verso colui che tocca il nostro cuore, che lo fa battere con più forza, colmando la nostra attesa». [Anselm Grün]

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