Consigli da linkare

30 giugno 2008 § 5 commenti

È nato un nuovo sito sulla salute femminile, non femminista, ma femminile: SAFE, per avere uno sguardo libero su temi che riguardano la salute, non solo femminile.

 

Tu sei il vasaio ed io sono l'argilla

28 giugno 2008 § 1 Commento

«Have thine own way Lord have thine own way thou arty the potter I am the clay», procedi nel tuo cammino o Signore procedi nel tuo cammino tu sei il vasaio ed io sono l’argilla

È un versetto che la vecchia coreana de "Io sono l’argilla" di Chaim Potok ripete sovente perché sa che è una preghiera degli "spiriti stranieri" e allora perché non pronunciarla insieme alle sue preghiere rivolte agli spiriti dei suoi antenati?

I personaggi de "Io sono l’argilla" sono due poveri vecchi in fuga dai coreani del Nord, profughi che cercano di salvare le loro poche cose su un carretto lungo la penisola coreana, e un ragazzino, trovato moribondo in un canale. La donna lo prende con sé, lo cura, gli dona l’amore; 

Il vecchio è il personaggio più interessante, dal cinismo di vedere il ragazzo come un intralcio, come "una pietra al collo", si smuove nel vedere l’amore della donna per quel ragazzo: «La donna, sveglia sotto le imbottite e incapace di muoversi per il freddo, lo guardò smarrita. Il cuore gli venne meno a quello sguardo ed egli si spaventò di un sentimento di pietà che non gli era familiare», fino al momento decisivo: «perché non si era sposato di nuovo quando era ormai chiaro che [la moglie, ndr] non avrebbe potuto aver figli; c’era stato nei suoi sentimenti per lei qualcosa di profondo, più fondo che la mera convenienza del matrimonio? […] e una mattina, mentre guardava il ragazzo […] avvertì in fondo a se stesso una svolta lenta e tortuosa e poi un aprirsi di porte su recessi sempre più profondi dentro di sé, grotte dentro grotte, e il cuore prese a battergli forte, e si chiese se questo era ciò che intendevano con la parola amore, parola che aveva sentito pronunciare ogni tanto, una sensazione sconcertante di calore e tremore e vicinanza che adesso provava per questo ragazzo».

Ciò che muove la donna è il desiderio di donare amore, un desiderio amputato da ricordi tristi; il ragazzino, da parte sua, non è mosso solo da riconoscenza, è mosso dal desiderio di amare e di essere amato e fa tutto per amore dei vecchi. Tutti sono argilla nelle mani di altri vasai, tutti sono vasai per gli altri. E poi c’è il Vasaio…

"La libertà non è star sopra un albero"

27 giugno 2008 § 1 Commento

Sta cosa della libertà mi sta persiguitando, e solo ora comincio a capirci qualcosa. Prendiamo certe definizioni di "libertà" che si trovano in "Si può vivere così?" di don Giussani:

«La libertà […] è il rapporto con l’infinito, con Dio, il rapporto realizzato col Mistero. La libertà è la capacità di raggiungere il destino, la libertà è il nesso, il rapporto con il destino ultimo, è la capacità di raggiungere Dio come destino ultimo».

«La libertà è il favorire la disponibilità intellettuale, affettiva e creativa a partecipare e a corrispondere alla Presenza che ha dettato il tuo inizio»

Se uno non ci rimugina su e non ne discute non è facile venirne fuori, abituati come siamo a parlare di libertà come "essere liberi di fare il ca**o che vogliamo". Poi, anche il Papa te la butta lì, senza tanti giri di parole a confermare ciò che discutiamo da mesi:

«Occorre solo capire il dinamismo dell’essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la nostra totalità e completezza. Così si vede che non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso proprio nel Figlio di Dio, trova la sua vera umanità.
[…] Solo chi può dire "no" sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire "no" a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà. Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l’ha superata, perché Gesù ha visto che non il "no" è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il "sì", la conformità con la volontà di Dio. Solo nel "sì" l’uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del "sì", nella unificazione della sua volontà con quella divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa "divino". Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel "sì" che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua».
[leggi tutto]

Ok, quindi, "La libertà non è star sopra un albero… la libertà è partecipazione", partecipazione all’infinito.

Mi alma canta

25 giugno 2008 § 16 commenti

Mi alma canta,

canta la grandeza del Señor

y mi espiritu

se estremece de gozo en Dios,

mi Salvador. (2v)

Porque mirò con bondad

la pequeñez de su servidora, (2v)

en adelante todas la gentes

me llamaran feliz, me llamaran feliz,

me llamaran feliz!

Mi alma canta… (1v)

Derribò del trono a los poderosos

y elevò a los humilides,

colmò de bienes a los hambrientos

y despidiò a los ricos

con las manos vacias.

Mi alma canta,

canta la grandeza del Señor

y mi espiritu

se estremece de gozo en Dios,

mi Salvador.

Mi alma canta… (1v)

mi Salvador.

[Gen Verde]

Vos quoque, Coldplay?

21 giugno 2008 § 11 commenti

Ahi, ahi, ahi. Carissimi Coldplay, che mi combinate? Vabbhé, lo sapevo che eravate un po’ ‘politically correct’, anti-qui e anti-là, che non volete che le vostre canzoni siano utilizzate in spot commerciali, ecc. ecc., però vi ascoltavo lo stesso…

Ma ora che mi fate? Mi intitolate il vostro ultimo lavoro "Viva la vida" e poi mettete in copertina un’immagine apologetica della rivoluzione francese? Vabbhé, forse c’è dell’ironia (non credo), ma accostare un "Viva la vida" con la rivoluzione francese, trionfo della morte, mi fa salire un conato di vomito, e che ca**o… 

Briciole di luce

19 giugno 2008 § 11 commenti

Un sacerdote, di fronte ai dubbi di un giovane che gli chiedeva se aveva fatto bene quel giorno a recarsi dalla fidanzata senza neanche avvisarla per condividere con lei una cosa bella, disse:
«Prendete un grande manager che una mattina ha una riunione importante. Si è sposato da poco. Ad un certo punto la segretaria lo avvisa che ha in linea la moglie. "Ma non può dirle di aspettare? Sono in riunione!", "gliel’ho detto, ma non vuole sentire ragione, ha insistito per parlare con lei". Il grande manager alquanto seccato si fa passare la telefonata e chiede alla moglie che cosa c’è di così urgente. La moglie gli dice che aspetta un bambino. Ha fatto bene questa donna a telefonare al marito anche se sa che è molto occupato? Sì, ha fatto bene, perché non si può rimandare l’Avvenimento, non c’è nulla che si possa inserire fra l’Avvenimento e la raltà e tutto ciò che noi inseriamo, dubbi, pare, ecc., svilisce l’Avvenimento».

L’assemblea rimase in silenzio, ammirata da quella verità che troppe volte si tramuta in quotidianità.

Un tale si alzò e disse al sacerdote: «Sì però bisognerebbe vedere le circostanze…Insomma, mettiamo che lui non è un manager ma è un medico che sta operando…»

Il sacerdote non lo fece nemmeno finire di parlare:
«Ecco vedete? Questi sono i discorsi che hanno inibito il cristianesimo!»

Delle memorie e delle digressioni del Cardinal Biffi/4

17 giugno 2008 § 3 commenti

Ancora alcune considerazioni sul concilio da parte del Cardinale Biffi:

«La valutazione di alcune frasi mi lasciava esitante. Ed erano proprio quelle che più facilmente di altri conquistavano gli animi, perché apparivano conformi alle istintive aspirazioni degli uomini.
C’era, per esempio, il giudizio di riprovazione sui "profeti di sventura". […] Perfino nel discorso della solenne apertura – 11 ottobre 1962 – si faceva dell’ironia severa sui "profeti di sventura", che annunziavano eventi sempre infausti, "quasi che incombesse la fine del mondo".
[…] Ricordo che una perplessità mi prese però quasi subito. Nella storia della Rivelazione, annunziatori anche di castighi e calamità furono solitamente i veri profeti, quali ad esempio Isaia […], Geremia […], Ezechiele […]. Gesù stesso, a leggere il capitolo 24 del Vangelo di Matteo, andrebbe annoverato tra i "profeti di sventura". […]
La frase di Giovanni XXIII si spiega col suo stato d’animo del momento, ma non va assolutizzata. Al contrario, sarà bene ascoltare anche quelli che hanno qualche ragione di mettere all’erta i fratelli, preparandoli alle possibili prove, e coloro che ritengono opportuni gli inviti alla prudenza e alla vigilanza».

«"Bisogna guardare più a ciò che ci unisce che non a ciò che ci divide". […] È un principio comportamentale di evidente assennatezza, che va tenuto presente quando si tratta di semplice convivenza e di decisione da prendere nella spicciola quotidianità. Ma diventa assurdo e disastroso nelle sue conseguenze, se lo si applica nei grandi temi dell’esistenza e particolarmente nelle problematiche religiose. È opportuno, per esempio, che si usi di questo aforisma per salvaguardare i rapporti di buon vicinato in un condominio o la rapida efficienza di un consiglio comunale. Ma guai se ce ne lasciassimo ispirare nella testimonianza evangelica di fronte al mondo, nel nostro impegno ecumenico, nelle discussioni coi non credenti».

«"Bisogna distinguere tra l’errore e l’errante". […[ Il principio è giustissimo e attinge la sua forza dallo stesso insegnamento evangelico: l’errore non può che essere deprecato, combattuto dai discepoli di colui che è Verità; mentre l’errante […] è sempre un’immagine viva […] del Figlio di Dio incarnato e pertanto va rispettato, amato, aiutato per quel che è possibile. [Ma, ndr] il popolo cristiano va messo in guardia e difeso da colui che di fatto semina l’errore, senza che per questo si cessi di cercare il suo vero bene e pur senza giudicare la responsabilità soggettiva di nessuno che è nota solo a Dio.
Gesù a questo proposito ha dato ai capi della Chiesa una direttiva precisa: colui che scandalizza col suo comportamento e con la sua dottrina, e non si lascia persuadere né dalle ammonizioni personali, né dalla più solenne riprovazione della ecclesìa, "sia per te come un pagano e un pubblicano"; prevedendo e prescrivendo così l’istituto della scomunica».
[pp. 178-179]
[4 – continua]
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