La felicità è reale solo quando è condivisa

31 marzo 2008 Commenti disabilitati su La felicità è reale solo quando è condivisa

«L’unico modo per vivere è rinunciare agli altri», così Cesare Pavese scrive amaramente nei suoi “Dialoghi con Leucò”. E sappiamo bene come la drammaticità della vita fosse al centro dei suoi pensieri e come questa drammaticità (e forse quella conclusione alla quale era arrivato) l’abbia spinto a togliersi la vita.
 
Conclusione diametralmente opposta alla quale arrivò Christopher McCandless al termine della sua breve esistenza terrena. Egli, forse nell’ultimo giorno della sua vita, appuntò su un libro: «La felicità è reale solo quando è condivisa». Eppure Christopher aveva vissuto da solo, proprio per fuggire da una società che riteneva ostile e ipocrita. Se ne era andato lontano da una famiglia in cui il rispetto, l’amore e l’affetto erano coperti da bugie e litigi. Aveva viaggiato per due anni in lungo e in largo per gli Stati Uniti, allontanandosi dalle persone non appena queste divenivano ‘amiche’, forse per timore che questi rapporti si logorassero troppo presto. Ha concluso la sua vita in Alaska, dopo 113 giorni vissuti in solitudine, alla ricerca della bellezza e della verità nella natura, la quale però si rivelerà per quello che è: ostile e cinica. Vedendo le scene finali del bel film di Penn ("Into the wild", tratto dal libro di Jon Krakauer "Nelle terre estreme", che fu anticipato da questo articolo dello stesso Krakauer) viene da pensare che il giovane Chris abbia riconosciuto quella verità e l’abbia rimpianta nel momento di maggiore solitudine, mentre andava consapevolmente, ma non auspicandola, incontro alla morte. In quei momenti – secondo il regista – il giovane ha ritrovato la pace perdonando, come già gli aveva chiesto di fare – prima del viaggio in Alaska – l’amico Ron.
Dice bene (come al solito) Luisa Cotta Ramosino nella sua recensione al film. Il viaggio di Chris è un’ascesi, che attraversa luoghi e persone dell’America, e che gli permetterà di giungere alla piena consapevolezza che ciò di cui si era privato – la compagnia dei simili –  gli avrebbe permesso di incontrare quella felicità che aveva così ardentemente ricercata: «la felicità è reale solo quando è condivisa».

Bisogna contare fino a dieci…

27 marzo 2008 § 14 commenti

Mario Capanna chiede le scuse dell’Università Cattolica per averlo espluso nel 1968.

Varie reazioni:
1. Ma un calcio in c*** ti dovrebbe dare…
2. Ma non si vergogna?
3. L’Università italiana dovrebbe esigere da lui i danni per come si è ridotta dal 1968 ad oggi;
4. Rendiamo grazie all’Università Cattolica dell’espulsione dell’epoca.

Sapessero ancora compiere questi gesti educativi le istituzioni scolastiche e universitarie…

Saul Bellow ed il 'Voglio, voglio, voglio'

26 marzo 2008 Commenti disabilitati su Saul Bellow ed il 'Voglio, voglio, voglio'

Saul Bellow viene spesso indicato come l’autore americano che più ha rappresentato, criticandola e mettendola in ridicolo, la società americana e/o la società opulenta tout court. Così viene scritto anche nella brevissima recensione di Wikipedia (permettete di citarla) sul suo libro "Il re della pioggia". E nella stessa brevissima introduzione all’edizione Mondadori – collana "I Miti" – si ribadisce come il libro sia simbolo della "radicale rivolta contro le rovine e lo squallore della civilizzazione".

A nostro avviso in "Il re della pioggia" si trovano piuttosto numerosi spunti che mostrano quanto in Bellow, di origini ebraiche, l’uomo sia ardente di desideri che la ricchezza non può soddisfare, così da renderlo aspro, inconcludente, chiuso nel proprio egoismo. Eugene Handerson è il protagonista de "Il re della pioggia", ricco americano, rampollo di una dinastia che vede la sua vita sempre più disperata. Due mogli, coi figli non ha buoni rapporti, ha dentro di sé una rabbia inspiegabile che lo porta ad essere spesso violento, ad abbruttire la propria bella casa con un allevamento di maiali; i rapporti con la sua seconda moglie vanno via via deteriorandosi, entrambi rinchiusi nel proprio mondo; è perseguitato da una voce che gli dice: "Voglio, voglio, voglio". La prima svolta nel libro avviene quando Handerson causa indirettamente la morta di una anziana signora, fatto che lo sconvolge: "Oh vergogna! Vergogna! O infame vergogna! Possibile? Perché ci consentiamo tanto? Cosa facciamo? […] Anche tu morirai di questa infezione. La morte ti annienterà e nulla resterà e non avanzerà altro che robaccia. Perché nulla sarà stato e nulla rimarrà. Mentre qualcosa ancora è… Adesso!».

Si può legittimamente pensare che questa reazione sia una sorta di "Carpe diem". Ma in realtà non sarà così. Spinto dal desiderio di ritrovare se stesso, intraprende un viaggio in Africa, un viaggio che diverrà di redenzione: "Dovrò dunque fuggire nel deserto e restare fino a che il diavolo non mi sia uscito di corpo, ed io sia in grado di accostarmi a un essere umano senza indurlo alla disperazione, al primo sguardo? […] Voglio gettare via il fucile e il casco e l’accendino e tutta questa roba, e magari gettar via anche la mia violenza, e campare nel deserto, di vermi. Di lacuste. Fino a che dentro di me non sia riarso tutto il male che c’è».

Handerson incontra dapprima la tribù degli Arnewi, presso i quali cadrà ancora nella sua tracotanza; interessante invece tutto il cammino che farà presso i Wariri, il cui re, Dafhu, diviene suo amico e suo mentore: «Vuoi sapere una cosa maestà? Ci son dei tipi che rendono bene per male […]. Non vogliono spendere la propria vita trascorrendo d’ira in ira. A colpisce B? B colpisce C? Non ci basta l’alfabeto per descrivere la progressione. Un uomo in gamba vorrà che il male finisca in lui. Si terrà il colpo. Nessun altro lo avrà da lui, e questa è un’ambizione sublime».

A fianco del re, Handerson comincia a cambiare e a spogliare se stesso da tutto ciò che lo opprime: «Il genere umano deve muoversi più decisamente verso la bellezza»; «Non credo che le lotte del desiderio possano mai essere vinte. Età di desiderio e di volere, di volere e di desiderio, e come possono essere terminate? Nella polvere, nella polvere, nella polvere»; «Io debbo cambiare. Non debbo vivere sul passato, che mi distruggeva. I morti sono i miei padroni di casa, ed a poco a poco mi sbattono fuori. I porci eran la mia provocazione. Io dicevo al mondo sei un animale. Debbo ricominciare a pensare come vivere. Devo fare in modo che Lily rompa con il ricatto e mettere l’amore sulla strada giusta». L’avventura africana e nelle sue vicissitudini lo sta dunque convertendo nel suo modo di intendere la vita e di come condurla.

E il re? «Ebbene, Handerson, che ci stanno a fare le generazioni? Questo ti prego di spiegarmi. Solo per ripetere paura e desiderio, senza alcun cambiamento? Non può essere per questo soltanto, sempre, sempre, sempre. L’uomo buono cercherà di spezzare il cerchio. Non c’è via d’uscita da quel cerchio per chi non prende le cose nelle sue mani. […] Dalla gente non sentite altro che desiderio, desiderio, desiderio, prendere ogni cosa di petto, e paura e colpire, colpire. Ormai basta! È tempo di una parola di verità. È tempo di qualcosa da sentire. Altrimenti, con l’accelerazione di una pietra, si precipita dalla vita nella morte».

Al termine del libro, il cammino è compiuto, Handerson può tornare in America dalla sua famiglia rinato, conscio di aver riscoperto il vero significato della vita: «Ci vogliono far credere che noi desideriamo sempre illusioni, sempre illusioni. Ebbene, io non desidero illusioni, affatto. Dicono: pensa grandi cose. Bé, ma queste naturalmente son balle, un altro slogan d’affari. Ma la grandezza! Quella è completamente una cosa diversa. Oh, la grandezza! O Dio, […] io non intendo la grandezza enfia, gonfia, falsa. Non intendo l’orgoglio, oppure il darsi delle arie. Ma quando l’universo intero è entrato in noi, allora vuole uno scopo per la nostra esistenza. L’eterno è legato a noi, e vuole la sua parte».

Settimana Santa – Sabato

22 marzo 2008 § 2 commenti

«Cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre; pensate alle cose di lassù non a quelle della terra» (Col 3, 1-2).

Noi "cerchiamo le cose di lassù appunto perché lassù" si trova la chiave per sciogliere gli enigmi e per superare le contraddizioni dell’universo, dell’uomo, delle sue vicissitudini; e soprattutto perché appunto dall’alto […] può arrivare a noi ogni efficace iniziativa di riscatto, di innovamento, di elevazione del cosmo e della famiglia umana.

[…] Ogni attenzione alle realtà terrene che non partisse dalla contemplazione delle realtà celesti, rischierebbe di essere non bene inquadrate o addirittura devianti, e ogni azione diretta a sistemare o ad alleviare i guai del mondo, che non fosse un’umile e generosa collaborazione con l’opera di redenzione intrapresa dal Padre del Signore nostro Gesù Cristo, potrebbe inavvertitamente assumere le incongruenze di un ingenuo pelagianesimo.
Tutto questo implica la capacità di salvare nella nostra vita e nella nostra giornata gli spazi di silenzio che favoriscano la contemplazione delle "cose di lassù",  la determinazione a non lasciarsi travolgere dal vociare, dalla frenesia, dall’irruenza di quello che san Paolo chiama la "scena di questo mondo" (cfr. 1Cor 7, 31).

Settimana Santa: Lunedì | Martedì | Mercoledì | Giovedì | Venerdì

Al termine della Settimana Santa
gli auguri di una Santa Pasqua di Risurrezione

Settimana Santa – Venerdì

21 marzo 2008 Commenti disabilitati su Settimana Santa – Venerdì

1a Meditazione – Venerdì

Proponiamo […] un percorso scandito da tre "sguardi" ravvicinati sull’eucaristia, quindi anche sulla realtà ecclesiale.

PRIMO SGUARDO
[…] La nostra attenzione si rivolge alle "forme" per così dire "esteriori", che al rito eucaristico sono state assegnate dal suo Isitutore.
In primo luogo, la celebrazione centrale della comunità cristiana è una "eucaristia", cioè, come dice il vocabolo greco, un "ringraziamento" (I).
[…] In secondo luogo è "obbedienza al comando di Cristo" (II). Poiché all’origine dell’eucaristia c’è un ordine categorico del Redentore – "Fate questo" -, ogni celebrazione è intrinsecamente un’obbedienza. […] Egli, essendo l’unico Signore, è il solo che può dare ordini sia agli uomini sia agli elementi del mondo. La suprema docilità del pane e del vino, che si lasciano immediatamente trasformare, sono per noi un segno e quasi un modello della nostra disponibilità a entrare senza sussitere nel grande arcano gioco di Dio.
In terzo luogo la celebrazione è un "sacramento" (III), cioè è un’azione significante che […] diventa per volontà del Salvatore operosa di una realtà sovrumana di grazia, offerta alla partecipazione dei credenti.

[Ne consegue che] (I) La Chiesa è per essenza il luogo della terra che innalza al cielo il canto ininterrotto di gioiosa riconoscenza.
(II) Se l’eucaristia è mistero di obbedienza, mistero di obbedienza è nella sua natura profonda anche la Chiesa. […] La Chiesa non è qualcosa che noi dobbiamo inventare, un edificio che si debba progettare, perché corrisponda alle aspirazioni e ai gusti degli uomini del nostro tempo: è adesione esistenziale a un progetto che ci preesiste.
(III) Dall’eucaristia la Chiesa desume […] l’indole sacramentale. È in se stessa un segno operativo ed è principio di segni operativi della grazia di Dio.

(I) […] L’umanità sembra diventata sempre più incapace di ringraziare e perciò si allontana sempre più dalla gioia. C’è nella cultura prevalente dei nostri tempi l’idea che l’uomo debba tutto a se stesso, alla sua intelligenza, alla sua abilità. Si va smarrendo il senso del "dato", vale a dire di ciò che l’uomo inizialmente riceve, che gli preesiste, che non è stato né costruito né pensato da lui. […] Probabilmente per salvarsi […] il mondo deve riscoprire la parola "grazie" e il senso dell’esame e della vita come di un dono, che inspiegabilmente ci è stato fatto, e da cui prende inizio la nostra avventura.

(II) Il mondo è dominato dall’idea che la libertà sia un pregio solo quando è intesa come assenza di riferimenti vincolanti. Non c’è nulla di più fuorviante.
Questo è allora il secondo dono che gli  uomini inconsapevolmente si attendono dalla presenza sulla terra dall’eucaristia e della Chiesa: l’irradiazione nella coscienza dell’umanità almeno della "nostalgia dell’obbedienza".

(III) Un’altra inconscia aspirazione dell’uomo è quella di saper leggere nel libro dell’universo. Sotto questo profilo l’umanità sta diventando analfabeta: le cose non le appaiono più nel loro aspetto di simboli e di cifre, […] ma come proprietà da possedere utilitaristicamente e come puri beni da consumare.
[…] Così tutto diventa privo di senso. La natura, la vita, l’amore, il sesso, lo stesso esercizio della ragione, sembrano non avere in sé alcun valore oltre quello di essere usati.

SECONDO SGUARDO
[…] Memoria (I), l’alleanza (II), la tensione escatologica (III).

(I). Se l’eucaristia è "memoria", anche noi siamo una viva e oggettiva memoria. Siamo costituzionalmente un "popolo che ricorda".

(II) […] Siamo legati a Dio da un patto che è anche e prima ancora un’elezione. […] Reciprocamente, l’alleanza ci impegna all’osservanza di clausole che riguardano il nostro comportamento: esse sono i dieci comandamenti, rinvigoriti e riassunti nel comando della carità.

(III) La Chiesa […] appare quasi ponte che si inarca tra l’uomo e l’altra "epifania" del Signore e ci consente di sovrastare le forze maligne dalle quali è insidiata la storia.

2a Meditazione – Venerdì

TERZO SGUARDO
A un terzo livello di approfondimento ci incontriamo nei contenuti "reali" dell’aucaristia. […] Il sacrificio della croce, cioè la sofferenza e la morte di Cristo (I); la gloria della Resurrezione (II); il sacerdozio e la regalità di Gesù (III), perennemente vivo alla destra del Padre.

(I) La Chiesa […] non può dimenticare mai di essere chiamata […] a rivivere il mistero della croce, cioè il mistero dell’incomprensione, della sofferenza, dello spargimento di sangue.

(II) Pur restando immersa nel mondo decrepito, la Chiesa ha una vitalità nuova e diversa. La permanenza dei residui dell’uomo vecchio anche all’interno di cuori cristiani e delle strutture ecclesiastiche, fa sì che questa "noovità" e questa "diversità" abbiano molte insidie e molti contrasti. I veri credenti non se ne stupiscono, ma si adoperano con ogni impegno, perché l’originalità del Vangelo si affermi e prevalga.

(III) […] L’umanità redenta e nobilitata […] non smarrisce mai la letizia, la speranza, la certezza della sua fortuna, perché sa di avere "nelle sue viscere" il "Salvatore potenete", il "Dio con noi", il Salvatore e Re dell’universo.

L’umanità è torturata da tre enigmi esistenziali […]: l’enigma della sofferenza (a), l’enigma della morte (b), l’enigma dell’assenza di DIo (c).

(a). L’immanenza apostolica in essa di una Chiesa, che trova ispirazione e forza dal mistero della croce, dal mistero della resurrezione, dal mistero della presenza di Cristo Rivelatore del PAdre, Sacerdote e Re […] mette a disposizione degli uomini la sola valida opportunità di capire i motivi della loro diffusa disperazione e il solo modo convincente di superarla nella più alta prospettiva offerta dal piano di Dio.

(b). La morte è la sconfitta che aspetta ogni uomo. […] L’eucaristia introduce nel mondo la vittoria pasquale e fa balenare gli occhi […] una visione dell’esistenza, nella quale tutto, anche la morte, ha un senso e una positività.

(c) Una terza causa di angoscia esistenziale è per l’uomo l’avvedersi dell’assenza e del silenzio di Dio. […] La salvezza sta nel tornare a scoprire che il silenzio di Dio non è silenzio, perché con il mistero della croce e della resurrezione proclamato ogni giorno nell’eucaristia tutta la storia è già giudicata; che la latitanza di Dio non è latitanza, perché in Gesù di Nazaret, che si offre sotto i veli del pane e del vino, Dio ha scelto di restare accanto all’uomo in tutte le ore, anche le più buie e tragiche, della vita.

Settimana Santa: Lunedì | Martedì | Mercoledì | Giovedì

Settimana Santa – Giovedì

20 marzo 2008 Commenti disabilitati su Settimana Santa – Giovedì

[…] Dedichiamo questo giorno alla Chiesa […].

1a Meditazione – Giovedì

[…] La nostra meditazione – dopo aver contemplato "Il Primo, l’Ultimo e il Vivente" (cfr. Ap 1, 17) – passa adesso al secondo grande tema: la realtà ecclesiale vista come il risultato dell’azione redentiva di Cristo, e anzi come il completamento del suo stesso mistero.

[…] [Pietro] sa scrutare la realtà ecclesiale con una intelligenza che va oltre la desolante "scena" esteriore. E anzi si preoccupa di attirare l’attenzione dei suoi destinatari e sull’incredibile ricchezza che già connota la "verità" della Chiesa: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1Pt 2, 9-10).
Dal canto suo, anche l’autore della Lettera agli Ebrei non si fa troppe illusioni sulla cristianità cui si rivolge: ne conosce bene la meschinità, i cedimenti, le tentazioni. I suoi membri sono stati «esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni» (Eb 10, 33). E molti sono fortemente inclini ad apostatare (cfr Eb 6, 6-8). In mezzo a loro si può temere che spunti qualche "radice velenosa" così che «molti ne siano infettati» (Eb 12, 15).
Egli nota che la stessa vita comunitaria manca di assiduità e fervore. Perciò si rende opportuna l’esortazione a "non discutere le riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare" (cfr. Eb 10, 25).

I famosi cattolici adulti? Ops, silenzio!!

[…] Un caso particolarmente ricco ed emozionante […] è l’ultimo libro dell’Apocalisse […].

[…] La visione del capitolo 12 è sotto questo profilo esemplare. La sorte della "donna" – nella quale si ravvisa incontestabilmente la Chiesa – è descritta come un insieme di splendore e di sofferenza, di insidia e di sicurezza, che è difficile interpretare secondo un succedersi diacronico che tende a un esito conclusivo: in tal caso, infatti, la "gloria" dovrebbe essere posta al termine e non al principio della descrizione.
Qui invece si vuol dire che la Sposa dell’Agnello (cfr. Ap 19, 7) – la quale secondo la sua dimensione storica e terrestre dolora e geme per il travaglio del parto (cioè per la fatica di dare al mondo l’Adamo salvifico e di generare l’umanità nuova) – secondo la sua dimensione eterna […] è già una regina felice e cosmicamente gloriosa, «vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12, 1).

[…] Lo sguardo dell’Apostolo [Paolo] sulle sue comunità è disincantato: conosce bene la loro povertà spirituale, anche se gli restano sempre carissime. Ha a che fare con gente sciocca e volubile.

[…] Sono facili a dividersi in fazioni (cfr. 1Cor 1, 10-12), pronti a inorgoglirsi senza motivo (cfr. 1Cor 4, 6-14), propensi a litigare fino ad ordire i tribunali civili contro i fratelli (cfr. 1Cor 6, 1-11), inclini a mettere in discussione gli indirizzi pastorali dell’Apostolato […].
Ma proprio a questa umanità difettosa e senza fulgore Paolo assegna una "natura teologica", che la sua riflessione scopre sempre più ammirevole ed alta.
La comunità cristiana è l’"Israele di Dio", che custodisce dentro di sé la "elezione", la vocazione alla salvezza, l’alleanza nuova ed eterna.

2a Meditazione – Giovedì

La Chiesa che Paolo esalta con tanta lucidità e tanto vigore […] è la Chiesa nella quale si entra con il battesimo e si cresce con la partecipazione eucaristica; nella quale si vive con alterne vicende di santificazione e di fallibilità; nella quale non mancano le ansie, le tensioni, le incertezze esistenziali.

È la creazione […] in quanto è stata raggiunta e trasformata dall’azione redentrice.

[…] Come, essa [la Chiesa] è tutta tratta dal nuovo Adamo [Cristo]; come Eva si congiunge al suo nuovo Adamo e diventa la "Madre dei viventi", cioè il comprincipio di diffusione della vita nuova.

[…] Il peccato originale dell’ecclesiologia […] è il ritenere che la verità della Chiesa possa essere attinto a partire non dalla sua intrinseca relazione con Cristo, come è insegnato dalla Rivelazione, ma dalla sua […] relazione col mondo; non dal suo rapporto di quasi -immanenza col Regno, ma dal suo pur incontestabile coinvolgimento nella storia. Così, credendo di fotografare la Sposa del Re, si finisce col fotografare soltanto il suo guardaroba: gli abiti dimessi e impolverati di cui la riveste fatalmente la nostra povertà.

Settimana Santa: Lunedì | Martedì | Mercoledì

Settimana Santa – Mercoledì

19 marzo 2008 Commenti disabilitati su Settimana Santa – Mercoledì

[…] Se ieri abbiamo guardato a Gesù nella sua gloria e nella sua signoria cosmica, oggi vogliamo fermare la nostra attenzione su ciò che egli ha fatto per noi nei giorni più salienti della sua azione redentrice.

1a Meditazione – Mercoledì – Ripensando al Giovedì Santo

[…] «Fate questo in memoria di me». Vale a dire: «Vi prego, non dimenticatemi».

[…] In un momento di eccezionale rilevanza del suo cammino salvifico, la sera dell’ultima cena, all’inizio della sua tremenda sofferenza, "nell’ora del suo passaggio da questo mondo al Padre" (cfr. Gv 13, 1), egli fa appello alla nostra capacità di ricordare: «Fate questo in memoria di me».

[…] In questi giorni di raccoglimento ci viene spontaneo ripensare a come noi siamo facili a dissiparci e a lasciare che la nostra mente divaghi così spesso e così a lungo lontana dal pensiero di Cristo. E ci diventa allora naturale e doveroso arrossire dei troppi nostri giorni ingrati e distratti.
La Chiesa, però, per fortuna non si dimentica, e […] riscopre continuamente, per così dire, la sua identità e la sua natura più incontestabile e vera.
La Chiesa è, primariamente ed essenzialmente, una "memoria": la memoria indefettibile del suo Salvatore, una memoria che, restando sempre viva e appropriata, risale da due millenni lungo la storia dispersa e sbadata degli uomini.

Chi dice "Gesù sì, Chiesa no", è ben servito…

[…] È una "memoria oggettiva", che si istituisce e si avvera per se stessa, quale che sia la nostra disattenzione; noi però dobbiamo impegnarci a "soggettivizzarla", cioè a tenerla il più possibile desta e consapevole dentro di noi, perché partecipare a una messa senza pensare esplicitamente a Cristo significa contraddire l’intrinseca natura del rito.
Tale memoria non è tanto il richiamo a un’idea, a una teoria, a una dottrina: è il ricollocarci intenzionalmente al cospetto di una persona, che noi con gli occhi della fede percepiamo presente e vicina; di una persona che conta per noi, di una persona amata, di una persona che è il centro e il senso della nostra vita.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». [Benedetto XVI, «Deus caritas est», Introduzione]

È stato detto questa mattina: «Questa “idea” la posso vedere». La tragedia per noi è che Cristo rimanga un’idea, mentre è una presenza e la posso vedere, debbo cioè riconoscerla nella compagnia nostra, in questo fatto vivente che è la nostra compagnia, rimanessimo in dodici in tutto il mondo: la nostra compagnia, questo fatto vivente, il cui significato supera la sua forma e la sua consistenza.
[Don Luigi Giussani, «Essere certi di alcune grandi cose»]

[…] In cena Domini. Gesù ha voluto iniziare l’azione decisiva della nostra redenzione nel contesto di un banchetto. […] Il cibo e la bevanda presi insieme sono sempre stati in ogni cultura segno di connessione sociale, garanzia di solidarietà, testimonianza di pace.

[…] La sera del più grande dono d’amore è però anche la sera del tradimento. Non riusciremmo a cogliere tutto lo spessore del Giovedì Santo se ci dimenticassimo di quest’ombra insipiegabile e tragica che incombe sull’ultima cena del Signore: l’eucaristia entra nella vicenda umana «in qua nocte tradebatur». […] Siamo così costretti a rievocare, insieme con la straripante generosità del Signore, anche la tremenda possibilità dell’uomo di rifiutarsi a tanto amore.
[…] Quella sera a Gerusalemme, nello stesso cenacolo e alla stessa tavola, si affrontarono l’amore di Dio e l’egoismo dell’uomo.
Ma vince l’amore, questo ci dice l’eucaristia.

2a Meditazione – Mercoledì – Ripensando al Venerdì Santo

Gesù, consumato secondo il rito il banchetto pasquale […] abbandona la calda intimità del cenacolo e col piccolo gruppo degli Apostoli esce nella notte. Era la notte più cupa e tragica della storia: la notte dell’amicizia tradita, dell’amore abbandonato, dell’innocenza trattata come colpa; […] Tristezza, paura, angoscia: con queste tre parole gli evangelisti evocano il tremendo mare di pena che invade il cuore del Signore.

[…] Che cosa faceva Gesù nell’ora della sua grande afflizione? Ce lo dice San Luca: «In preda all’angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22, 44). In tal modo ci ha indicato come si affronta il dolore: non con la sterile ribellione, non con le filosofie aride e inconcludenti, non con il tentativo di indurirsi in uno stoicismo orgoglioso, ma con la ricerca confidente e appassionata di Dio nella preghiera; […] "Fu esaudito": "colui che poteva liberarlo da morte" ascolta le "forti grida", vede le "lacrime" del Figlio suo che chiede di non morire, e l’accontenta. Ma l’accontenta secondo una sapienza più alta e perfetta di quella della logica umana; l’accontenta facendo della stessa morte il principio della redenzione e della vita immortale; […] È una grande lezione per noi: il Padre accondiscende sempre alle nostre giuste domande, ma lo fa di solito secondo un modo che supera infinitamente le nostre proposte e le nostre attese.

Settimana Santa: Lunedì | Martedì

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per marzo, 2008 su Quid est Veritas?.