Sant’Ambrogio

7 dicembre 2007 Commenti disabilitati su Sant’Ambrogio

Auguri a tutta la chiesa ambrosiana, alla quale sono particolarmente legata, pur non facendone parte.
 
«Egli [Sant’Agostino, n.d.r.] era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano, scettico e disperato, e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo».
Catechesi di Benedetto XVI, 24 ottobre 2007
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«Non sorprende allora che sant’Ambrogio avverta con particolare sensibilità la presenza di Cristo, diffusa e prossima: “Se salirai al cielo, Gesù è là; se discenderai nella profondità della terra, lo trovi presente. Oggi, mentre vi sto parlando, egli è con me, qui, in questo punto, in questo momento, e se in Armenia, adesso, c’è un cristiano che parla, là è presente Gesù”.
Sarà, questa onnipresenza di Cristo la ragione della sua facile reperibilità da parte di quelli che lo cercano sinceramente: “Tu cominci appena a cercarlo, e Cristo ti è già vicino: egli non può mancare a chi lo desidera, dopo che apparve a coloro che neppure lo sognavano e fu trovato da quelli che non domandavano di lui. Se pensi e parli di lui, egli è già presente”; “Vieni anche tu; non importa se tardi, o se è già notte: in ogni ora troverai Gesù”».
Inos Biffi, Osservatore romano, 7 dicembre 2007
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Il coraggio di Biffi

6 dicembre 2007 Commenti disabilitati su Il coraggio di Biffi

È già nella lista della spesa, magari tra i regali di Natale, ma le pillole di Camillo Longone sono come un bicchiere di Vermentino di Gallura prima di un risotto di mare:

EMILIA SAZIA E DISPERATA. Nel 1985 in Italia circolava una leggenda: il paradiso emiliano. Aspiranti studenti fuorisede, registi cinematografici romani, meridionali nemici del meridione, giornalisti con poche idee e tante pagine da riempire, tutti favoleggiavano di una Shangri-La tra le pianure. Il mito si basava su dati reali (alti redditi, forti consumi, servizi più efficienti che altrove) irrealisticamente interpretati, come se di solo pane (o automobili, discoteche, asili comunali…) potesse vivere l’uomo. Biffi, fresco arcivescovo di Bologna, scorrendo le tabelle dell’Istat scoprì che la regione Emilia-Romagna primeggiava anche per aborti, denatalità, suicidi. Conversando con dei giornalisti coniò quindi l’epocale coppia di aggettivi: “Emilia sazia e disperata”. La frase ebbe enorme successo e fu anche profetica siccome una ricchezza senz’anima e senza prole non poteva avere altro esito che il presente abbandono delle città, dei centri storici emiliani, nelle mani degli alieni, dei criminali, dei pisciatori nei portici, con i benestanti asserragliati nelle ville in collina.

SCOMUNICA. Che bella parola. Gli ignoranti la collegano al medioevo, al potere temporale, all’inquisizione o a qualsivoglia altra leggenda nera. Invece è verità bianca, che Biffi restaura descrivendone la genesi evangelica. La scomunica viene istituita da Gesù a Cafarnao, sul lago di Tiberiade, per proteggere gli innocenti, i semplici: chi scandalizza il prossimo col suo comportamento, e non si lascia persuadere né dall’ammonizione personale né da quella pubblica, “sia per te come un pagano e un pubblicano” (Matteo 18, 17).

UNIVERSITA’ CATTOLICA. Si pensava che la Cattolica di Milano, noto covo ciellino, fosse da sempre un baluardo della civiltà cristiana, e che certi remoti scricchiolii fossero da addebitare a uno di quei professori, aspiranti eresiarchi, in seguito giustamente allontanati. Invece ci fu un tempo in cui la venerabile istituzione barcollò finanche nella persona del suo rettore, Giuseppe Lazzati. Correva l’annus horribilis 1974, quando al referendum sul divorzio gli italiani voltarono le spalle al proprio passato e al proprio futuro. Biffi, allora parroco di Sant’Andrea (fuori Porta Romana), visse mesi di pena. Non solo per la distruzione del “principio dell’indissolubilità del matrimonio che arginava gli impulsi egoistici degli adulti e tutelava il diritto dei figli di crescere in un contesto non disarmonico”. Anche per i tanti cattolici che, annusando l’aria divorzista, tradirono. Lazzati concesse aule universitarie ai paladini del divorzio e le negò ai contrari (i ciellini, n.d.r.). “Per motivi di ordine pubblico” fu la motivazione. Biffi nel suo caso è durissimo, non gli concede nemmeno la simpatia umana che concede a Dossetti: “Bella università cattolica, e bell’esempio di coraggiosa militanza ecclesiale”.
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Letture

5 dicembre 2007 § 4 commenti

Così si legge Dante…
(Inferno – Canto XXIX)
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Suor Bakhita

4 dicembre 2007 Commenti disabilitati su Suor Bakhita

Ma quale sarebbe quel filosofo, quel luminare, quel dotto che in un suo scritto che saprebbe letto da milioni di persone e magari pubblicato sulle più importanti riviste (scientifiche) oserebbe inserire la storia di una persona umile, povera, analfabeta, ex-schiava, insignificante agli occhi del mondo, per portarla come esempio per tutti? Temiamo pochi. Ma che importa? Guardiamo e leggiamo invece chi “innalza gli umili” e ce li presenta come vette di santità. Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi parla di una piccola suora sudanese, suor Bakhita:

 «Bakhita nacque verso il 1869 in uno sperduto villaggio africano nel Darfur (che oggi è la provincia occidentale del Sudan). A 6 anni, è rapita, e da allora ricorda solo il terrore provato: quell’essere afferrata all’improvviso; il grido che le muore in gola sotto la minaccia di un coltello; quel cammino lungo e disperato, i tentativi di divincolarsi e di fuggire,  e lo scudiscio che le sferza le gambette per dissuaderla. Poi, sul far del giorno, l’arrivo a un villaggio arabo, di case piccole e basse, e quella specie di porcile dove è stata rinchiusa a lungo, per giorni e giorni. Tutto il resto si è cancellato dalla sua mente: il suo nome, il nome del villaggio, dei fratelli, perfino il nome del papà e della mamma. Poiché la bambina non sa più come si chiama, uno dei due razziatori suggerisce all’altro, ironicamente, "chiàmala  Bakhita!". E Bakhita vuol dire: felice, fortunata.

Ed è proprio in questo piccolo crudele particolare,  che noi vediamo all’improvviso  come si intrecciano la storia della cattiveria umana e quella della salvezza di Dio:  la storia della malvagità che schernisce le sue vittime ("fortunata!": una bambina a cui è stato tolto perfino il ricordo del nome della mamma)  e la storia della tenerezza di Dio che tramuterà quella sventura in felicità,  e in aiuto per il mondo intero».
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«L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva « redenta », non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti” (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3).

Dove sono?

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