Ancora sulla Verità e sulla Carità

13 novembre 2007 § 3 commenti

via Caffarra

Gesù ha detto di Se stesso: «io sono la Verità», cioè: “io – la mia persona, la mia vita e la mia morte, le mie parole – sono la rivelazione perfetta, la manifestazione completa del mistero di Dio all’uomo” e del suo progetto di salvezza. Il contenuto di questa rivelazione il “che cosa” essa rivela e manifesta è la carità di Dio. Nella rivelazione cristiana dunque Verità e Carità coincidono.

[…] La cosa che stupisce maggiormente nella narrazione che la Scrittura fa della carità di Dio in Cristo, è che Dio desidera essere corrisposto. La Scrittura usa un termine incredibile: parla di gelosia di Dio. Dio è geloso. Alcuni Padri della Chiesa dicono che Dio prova una passione per l’uomo.

Dunque dobbiamo dire che quando il cristianesimo parla di carità, parla in primo luogo di Dio che in Cristo rivela che Egli ama l’uomo, e desidera che l’uomo corrisponda a questo amore, cioè a sua volta ami Dio.

[…] S. Tommaso spiega molto bene questo fatto. Egli scrive: “Per la stessa ragione per cui amiamo qualcuno per se stesso, amiamo tutti i suoi famigliari, i suoi parenti, i suoi amici, in ragione del legame che hanno colla persona amata [per se stessa]. Allo stesso modo si deve dire che la carità ama Dio per se stesso, e a causa di questo ama tutti gli altri in quanto sono ordinati a Dio; pertanto la carità ama Dio in ogni prossimo” [Q. disp. un. De charitate a.4]. L’amore con cui ami il prossimo è lo stesso amore con cui ami Dio. Nessuno aveva mai detto questo! L’amore cristiano del prossimo è qualcosa di unico nel mondo.
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Corpi

12 novembre 2007 Commenti disabilitati su Corpi

Ad un incontro di catechesi per famiglie, si è parlato dei simboli del battesimo e dell’importanza della corporeità nel cristianesimo; il battesimo, del resto, ha al centro del rito il corpo del battenzando, nella sua completezza: testa, petto, bocca, orecchie. Dai commenti è risaltato come la Chiesa abbia forse trascurato la dimensione del “corpo”, quasi rendendolo un tabù. O così pare ai più. Oggi, per altri motivi, scopro che Giovanni Paolo II ha dedicato cinque anni di catechesi, dal 1979 al 1984, alla “Teologia del Corpo”. Forse non è dunque vero che la Chiesa abbia sottovalutato l’importanza del "corpo".

Cerimonie

8 novembre 2007 § 7 commenti

[Monsignor Guido Marini, nuovo cerimoniere papale, in occasione della Messa per la Memoria dei Cardinali defunti, celebrata il 5 novembre,] ha “condotto le danze” con fare composto, spirituale. Qualche giorno prima aveva dichiarato: «Non sono qui per fare invenzioni ma per applicare scrupolosamente le norme liturgiche». E tanto ha fatto. Per tutta la messa è stato accanto al Papa tenendo le mani giunte, come si conviene. Indossava un rocchetto (una sorta di camice corto) con tanto di pizzo, rispolverato per l’occasione dopo anni di dimenticatoio.

La liturgia è stata un sontuoso ritorno dell’orientamento verso Oriente, verso il Signore veniente, colui che dall’alto risorge e indica la strada della salvezza. Un ritorno che sa di antico, di messa pre conciliare, e che lunedì si è esplicitato prettamente nella presenza della croce nel bel mezzo dell’altare, posta sopra la sacra mensa con accanto – come si conviene – i sei candelieri accesi.

Benedetto XVI ha celebrato fronte al popolo ma, grazie allo spostamento della croce dal lato dell’altare al centro di esso, ha ridato un obiettivo comune allo sguardo suo e dell’assemblea, il tutto nel segno di una corretta visione democratica dell’ortoprassi liturgica.

Lo aveva detto bene, il cardinale Ratzinger, anche in "Introduzione allo spirito della liturgia": «Tra i fenomeni veramente assurdi del nostro tempo io annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la croce, durante l’eucaristia, rappresenta un disturbo?».
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La Chiesa secondo Ruini

7 novembre 2007 Commenti disabilitati su La Chiesa secondo Ruini

Dall’intervista a Ruini, Corriere della Sera, 4 novembre 2007

Qual è l’attitudine verso l’Italia dei due Papi di cui lei è stato vicario?

«C’è una differenza, non solo di stile: Benedetto XVI viveva già in Italia da oltre vent’anni; Giovanni Paolo II era sconosciuto a molti, me compreso. Ma c’è una grande somiglianza: entrambi partecipano della profonda convinzione che l’Italia e la Chiesa italiana abbiano un ruolo centrale nel contesto europeo e mondiale. Io stesso, nei due decenni trascorsi nel Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, ho notato che dall’estero si guarda all’Italia come a un’esperienza che ha qualcosa da dire anche a loro».

La Chiesa italiana è un modello per gli altri episcopati?

«La situazione reale è rovesciata rispetto a quella talora raffigurata in Italia: non c’è qui da noi una Chiesa di retroguardia rispetto ad altri Paesi più illuminati, più aperti al futuro; è vero semmai il contrario, sono gli altri a rivolgersi a noi con grande interesse».
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Spigolature

6 novembre 2007 Commenti disabilitati su Spigolature

In genere funziona così: il personaggio – scomodo – che dice cose scomode, ma che ogni tanto viene invitato in tv per metter pace alla coscienza, ma senza fargli dire le cose a cui tiene di più, muore. La sua vita viene rivista nei telegiornali edulcorando tutto ciò che diceva, e spremendo sopra ai mielosi servizi una spruzzata di sentimentalismo, offuscando, nascondendo, ignorando la sua vera vita, la sua testimonianza, trascurando di riferire quali erano le parole che più spesso pronunciava. Un po’ quello che è successo con Giovanni Paolo II; con padre Pio; ora con don Benzi. Noi non ci asciughiamo le lacrime. Noi rileggiamo cosa ci diceva veramente:
 
"E’ una società vecchia, cioè una società di vecchi capaci solo di spegnere le realtà più belle create da Dio: il matrimonio, la famiglia, la dignità della donna, la libertà dello spirito, l’amore di Dio e del prossimo". La difesa della vita dal concepimento alla morte naturale era per don Benzi "il primo dei grandi appuntamenti che Cristo sta dando a tutti i cristiani e soprattutto alle comunità e movimenti riconosciuti dalla Chiesa: la lotta per difendere la donna a non abortire, la lotta per garantire un’assistenza dignitosa ai malati terminali, la lotta per il riconoscimento della vera famiglia, la lotta per vincere la droga, l’impegno per accogliere veramente gli immigrati a partire dai fratelli nella fede, l’impegno per accogliere gli zingari a partire dai fratelli nella fede, l’impegno per accogliere i carcerati e per superare le carceri, l’impegno per non essere impiegati della carità ma innamorati di Cristo, l’impegno per essere popolo, la lotta per la liberazione dalla schiavitù della prostituzione".

2 novembre – Commemorazione dei defunti

2 novembre 2007 Commenti disabilitati su 2 novembre – Commemorazione dei defunti

[…] Da come guardiamo la morte – altrui e nostra – si capisce come guardiamo la vita. Siamo quasi niente. La morte dun­que è la conferma del nostro niente? O al contrario la conferma, del nostro es­ser ‘quasi’ niente? In altre parole, è una sorta di coperchio finale che cala sulla nostra esistenza breve o lunga, e sigilla nel nulla tutto quel che abbiamo vissu­to e sentito? O è una specie di accento fi­nale, di intonazione ultima data alla vi­ta, di accordo trovato tra il tempo e l’e­terno, tra il finito e l’infinito? Mille e mil­le sono i modi con cui gli uomini hanno immaginato di trovare questo accordo. Mille i modi con cui hanno cercato di modulare questo accento, di lanciare il ponte tra tempo e durata oltre di noi. Mo­di religiosi e modi idolatri.

Oggi prevale la cura della fama, come se essa piccola o grande che sia, assicuras­se un merito alla vita. Durare sì, nelle chiacchiera degli uomini o nelle intito­lazioni delle strade. I famosi sembrano i più fortunati e forti tra gli uomini. Ma ‘l’uom s’etterna‘ solo perché la sua fa­ma dura oltre la sua fine? O forse, come ha espresso Dante, la fama è la preoccu­pazione un po’ isterica di intellettuali co­me Brunetto Latini, una finta, una ma­lacopia dell’eterno? Solo l’incontro con Beatrice, con una presenza amata e pie­na di grazia, introduce l’uomo a speri­mentare la vertigine e il mistero buono dell’al di là, dell’eterno che inizia nel tem­po e ci chiama. Senza quell’incontro, la memoria dei morti diventerebbe solo un incubo, un farsi amaro sangue, un’om­bra da cui dopo breve sosta fuggire, co­me nelle struggenti epigrafi antiche.
Davide Rondoni
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