Isterie

9 luglio 2007 § 1 Commento

Alberto Melloni, due giorni fa, sul Corriere della Sera, ha dato sfogo alla rabbia della fazione progressista, arrivando addirittura a definire il Motu proprio come «uno sberleffo villano al Vaticano II».
È buffo. Uno “storico del Concilio” come Melloni ignora che durante il Concilio si celebrava proprio la liturgia a cui oggi il Papa ridà cittadinanza. E ignora che mai il Concilio Vaticano II ha messo fuorilegge questa liturgia: semmai fu l’atto dispotico del 1969 che andava contro il Concilio.
Un altro buffo paradosso: questo gruppo di storici “progressisti” che hanno fatto di Giovanni XXIII il loro simbolo, oggi si oppongono proprio al Motu proprio che riconosce la validità del “Messale Romano di Giovanni XXIII” (infatti è l’edizione del 1962 che il Papa restituisce alla Chiesa). E sembrano ignorare il discorso di Papa Roncalli del 22 febbraio 1962, alla firma della “Veterum Sapientia”, dove fra l’altro, esaltando la liturgia in latino, spiegò che essa aveva un legame profondo con “la Cattedra di Pietro”.
[…]
Infine riaffermò la sua validità non solo per «motivi storici ed affettivi» ma anche perché «nel presente momento storico» è segno di unità fra i popoli e serve «all’opera di pacificazione e di unificazione». Anche per «i nuovi popoli che si affacciano fiduciosi alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuti studi medi superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione».
Cinque anni dopo la liturgia latina fu in pratica messa al bando. Melloni accusa oggi Benedetto XVI di aver «spezzato» una continuità ed aver esautorato i vescovi. Ma è vero l’esatto contrario: proprio il Novus ordo fu imposto nonostante la bocciatura della maggioranza dei vescovi. E fu la “proibizione” del Messale latino a “spezzare” la continuità millenaria della liturgia.
Antonio Socci

Bilanci

7 luglio 2007 Commenti disabilitati su Bilanci

La legge 40 funziona.
 
Questo dicono i numeri contenuti nella relazione sulla situazione della procreazione assistita in Italia (il testo integrale è reperibile al link http://www.minister osalute.it/ imgs/C_17_ pubblicazioni_ 662_allegato. pdf , ndr), presentata dal ministro della Salute Livia Turco.
 
Il bilancio è largamente positivo: dal 2003 al 2005 le donne che si sono rivolte ai centri specializzati sono state 10.000 in più, passando da 17.125 a 27.254. La catastrofe che i fautori del referendum avevano prospettato non si è realizzata, e le nascite sono in netto aumento. Sarebbe logico immaginare che l’ascia di guerra venisse sepolta, e i tentativi di mettere le mani sulla legge attraverso una modifica parlamentare, o almeno una sostanziale correzione delle linee guida, fossero abbandonati di fronte alla realtà dei dati.

Invece, le polemiche continuano. Barbara Pollastrini e Maura Cossutta sono intervenute con toni sconfortati, come se le più funeste previsioni si fossero avverate. La prima parla di legge «crudele e cattiva, una legge di tortura», mentre l’altra, più concretamente, punta alla revisione delle linee guida entro la fine di luglio.

La stessa Turco, nell’introduzione al documento, sorvola sui fatti positivi e sottolinea quelli negativi, peraltro modesti sul piano dei numeri percentuali: un calo del 2,7% nei concepimenti ottenuti, un aumento del 3% di esiti negativi delle gravidanze, e dell’1,6% dei parti plurimi. Nel paragrafo in cui si confronta il prima e il dopo, non si fa nemmeno un accenno ai benefici introdotti dalla legge, come l’abolizione di alcune pratiche rischiose a cui venivano sottoposte le donne e i nascituri, pur di ottenere il prodotto, cioè l’oggetto-figlio. Per esempio l’abitudine di ricorrere a stimolazioni ormonali pesanti e pericolose per produrre un numero alto di ovociti e quindi di embrioni da trasferire; se poi, una volta in utero, attecchivano tutti, si operava la cosiddetta riduzione fetale (cioè l’eliminazione dei feti «in eccesso»). Non sarà che il lieve aumento dei parti plurimi registrato sia legato alla scomparsa di questa pratica?

Tutti i commenti si appuntano sulla piccola riduzione di gravidanze: ecco, l’avevamo detto che sarebbe successo, e ora cambiamo la legge. Peccato che quella piccola percentuale anneghi nella voragine di un immenso buco nero: la mancanza di informazioni su circa la metà delle gravidanze. Le coppie infatti tendono a sfuggire al follow up, cioè ai controlli dopo i trattamenti, e del 47,8% delle gravidanze non si sa più niente. Un po’ per la voglia di rimuovere l’idea di un figlio concepito in provetta, un po’ per evitare viaggi e spostamenti, le mamme non tornano nei centri dove sono state sottoposte alla fecondazione assistita.

Manca quindi all’appello la metà dei dati necessari a formulare qualunque ipotesi fondata, e sarebbe onesto avvertire che non si può arrivare a nessuna conclusione certa. Invece si parla di «correlazione» tra l’aumento di gravidanze finite male e l’obbligo di impiantare tutti gli embrioni (al massimo 3) contenuto nella legge. Mentre, come la Turco certamente sa, la legge non obbliga affatto a impiantare 3 embrioni: sono i medici che non si allineano alla tendenza internazionale, che è quella di impiantare un unico embrione per volta, magari congelando gli ovociti.

Come si fa a stabilire correlazioni, per spiegare aumenti percentuali minimi, quando si possiede solo una metà delle informazioni? Nella relazione per la verità si accenna al problema che, secondo gli stessi estensori, rende impossibile «dare informazioni significative sulla sicurezza delle tecniche e sui loro esiti», ma quando, nell’introduzione, si traccia il bilancio della legge i dubbi e le cautele spariscono.

Ieri il ministro Turco, dopo aver lodato il rigore e lo scrupolo con cui l’Istituto Superiore di Sanità ha raccolto ed elaborato i dati disponibili, si è augurata che «tutte le parti si misurino su quei dati, ne valutino il rigore, e a partire da quei dati il Parlamento valuti che fare». Siamo assolutamente d’accordo: purché lo si faccia con onestà, tenendo conto di quello che i dati effettivamente dicono, e soprattutto di quello che NON dicono.
Eugenia Roccella

Sorpresa

5 luglio 2007 Commenti disabilitati su Sorpresa

Cose dell’altro mondo  – Famiglia Cristiana, nel numero da domani in distribuzione, muove un violento attacco contro il governo puntando l’indice contro il "silenzio totale" sul sequestro di padre Bossi – il missionario del Pime sequestrato nell’isola di Mindanao nel sud delle Filippine il 10 giugno scorso – "in questa Italia che si è appassionata ad altri sequestri a diverse latitudini". In un editoriale, Famiglia Cristiana critica l’operato dell’esecutivo. "Non c’è stata alcuna riunione del governo per padre Giancarlo – si legge -, non c’è stato un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che ha convocato un vertice segreto". L’atto d’accusa non si rivolge solo contro il governo. "Non si è mossa la Croce Rossa – aggiunge il settimanale cattolico -, non si è fatto sentire Scelli, l’ex capo dell’ente umanitario, nè Gino Strada, nè qualche altro guru con i contatti giusti. Invece si son mosse polemiche e allora il governo ha deciso di accogliere la disponibilità di Margherita Boniver di recarsi nelle Filippine. Come fosse un’azione di volontariato". "E poi – conclude l’editoriale – quel Giancarlo Bossi è un prete. Quasi che la Chiesa ci sia abituata alle persecuzioni".

Fioroni

2 luglio 2007 Commenti disabilitati su Fioroni

ITALIA SOVIETICA – Non so dire se abbia del tutto ragione monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro e storico allievo di don Luigi Giussani, nel qualificare Giuseppe Fioroni come «il peggior ministro dell’Istruzione nella storia della Repubblica». Francamente, però, condivido il suo stupore e per molti versi anche la sua esasperazione nel constatare come siano proprio politici cattolici a mettere i bastoni tra le ruote alla legge regionale con la quale il presidente della Lombardia Roberto Formigoni e l’assessore Gianni Rossoni intendono dare piena attuazione alle norme del Titolo V della Costituzione in materia scolastica, varate proprio dal centrosinistra pochi mesi prima delle elezioni del 2001. Ricordo che la riforma costituzionale attribuisce alle Regioni competenza esclusiva sulla formazione professionale e competenza concorrente con lo Stato sull’istruzione professionale impartita negli istituti per l’industria, l’artigianato, il turismo, i servizi sociali, gli istituti alberghieri e quelli agrari. Ai corsi professionali in Lombardia, gli iscritti sono aumentati in quattro anni del 500 per cento fino a 30 mila soggetti. La Regione intende ora estendere alla durata triennale dei corsi un nuovo biennio, con titolo di accesso all’università, accreditamento delle scuole pubbliche e private, loro piena autonomia, introduzione di un’Autorità di valutazione sugli standard formativi, certificazione delle competenze acquisite dagli studenti fino al livello di diploma. Il ministro Fioroni ha parlato di fuga in avanti, tacciando Formigoni e i suoi di essere "Pierini". Giudica la legge lombarda una rottura dell’uniformità del sistema dell’istruzione professionale, che deve restare saldamente "uniforme" sul territorio garantito e per questo deve essere affidato alla decisione e alla vigilanza statale. Respinge come inammissibile la disponibilità espressa dalla Lombardia di accollarsi vigilanza e competenza anche sul sistema dell’istruzione professionale e non solo della formazione. Accusa la giunta regionale di puntare a un totale controllo sull’intero sistema scolastico, licei compresi. Aggiunge che ciò implicherebbe la competenza su risorse finanziarie di origine extraregionale. In altre parole, boccia l’idea su tutta la linea e considera "una bravata" l’intenzione che la anima.
Ciò che fa riflettere, naturalmente, non è che i cattolici quanto a scelte politiche possano preferire la sinistra o la destra. Il punto è che sia proprio sulla prospettiva di aprire la scuola in chiave di autonomia e decentramento che i cattolici si dividano tanto aspramente. Dopo decenni di statalismo laicista espropriatore delle libertà formative che erano linfa e ricchezza nel nostro paese proprio della tradizione cattolica, si tratta di una vera e propria sindrome di Stoccolma. Non è questione di disconoscere il ruolo storico che la scuola di Stato ha avuto nel dare unità culturale e nazionale al paese. Ma di non riconoscersi più in una impostazione per la quale la scuola di Stato è unica dispensatrice di formazione (sulla base dell’idea che la prima esigenza da soddisfare sia quella di chi vi lavora invece che quella di chi la frequenta), e di promuovere invece il principio di libera scelta delle famiglie di allocare tramite voucher a istituti statali o privati le risorse volte alla formazione dei figli. L’Autorità di valutazione serve proprio a vigilare affinché all’offerta pubblica possano concorrere privati e statali, perché ciò che conta è solo lo standard qualititativo della formazione offerta. Non sono princìpi eversivi, ma liberali.

di Oscar Giannino

Dove sono?

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