Incoerenti

29 marzo 2007 Commenti disabilitati su Incoerenti

Il cristiano che sostenesse i Dico sarebbe «incoerente». È quanto si legge nella Nota del Consiglio permanente della Cei «a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto», il documento preannunciato alcune settimane fa dal cardinale Ruini, messo a punto dopo un giorno e mezzo di discussione vivace dal «parlamentino» dei vescovi presieduto dal suo successore, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.

Inferno

27 marzo 2007 Commenti disabilitati su Inferno

Il santo Padre ieri l’altro ha parlato in una parrocchia romana dell’Inferno. E qui si potrebbe aprire tutto un capitolo sulle battute umoristiche che con rassegnata monotonia si vanno ripetendo lungo le stantie barzellette pie e blasfeme.

Forse non c’è nulla che susciti più umorismo di ciò che mette veramente paura. Si glissa sull’orrore per immunizzare il terrore. Ed è noto che non c’è nulla di più umoristico – e di tragico – dello sdrammatizzare il dramma. Così un certo terrore di fronte al destino umano diviene ridanciano: ridanciano per coprire il brivido della paura.

Il tema dell’Inferno è tra i più evitati nella predicazione e perfino nella liturgia. Sembra che se ne debba accennare soltanto quando si ha voglia di sganasciarsi dalle risa. Anzi, quando si tocca questo argomento, pare ci si debba preparare a sguaiataggini che suscitano il solletico più che mettere di fronte al proprio destino ultimo.

Macché Inferno. Macché Paradiso. Si tratta di miti, di simboli costruiti per suscitare qualche spavento qualche illusione. E la libertà umana si lascia prendere dalla angoscia che blocca ogni serenità e ogni gioia. Una riga sopra queste favole nere, e uno inizia a divertirsi in una esistenza senza senso.

Già, una esistenza senza senso. Il fatto è che se non esistesse l’Inferno, non vi sarebbe nemmeno il Paradiso, e tutta la terra sarebbe come una landa desolata e insignificante. Se non esistesse il Paradiso, l’intero universo sarebbe un gioco da ragazzi un po’ incoscienti, poiché non ci sarebbe un fine da raggiungere e una paura da evitare.

Il bene e il male sarebbero la stessa cosa. Il premio e il castigo sarebbero intercambiabili senza batter ciglio. La vita non avrebbe più significato. La gioia e il pianto si sovrapporrebbero indifferentemente. Qualche teologo affrettato ha sostenuto che non esiste né Inferno né Paradiso come stati di vita e non come luoghi. Ma allora che significato potrebbe avere l’obbedire o trasgredire i comandamenti? Amare od odiare il Signore? E se ci fosse anche un solo beato o un solo dannato, non meriterebbe l’architettura ciclopica del Paradiso e dell’Inferno? E se tutto fosse identico al tutto, che significato avrebbe il premio o il castigo? Castigo. Che poi non è l’ira di Dio che si esprime contro qualcuno, ma la chiusura della libertà che non si lascia raggiungere dall’amore di Dio? E un Inferno e un Paradiso vuoto non potrebbero iniziare a essere occupati da me, da te, per il peccato e per la grazia? Meglio, molto meglio l’Inferno e il Paradiso per raggiungere uno scopo e dare un significato alla vita. Se no, meglio mandare all’aria tutto e dire che nulla ha uno scopo. Ma allora, a che serve un giorno dopo l’altro, senza spararsi un colpo alla tempia.
Alessandro Maggiolini

Carismi

26 marzo 2007 Commenti disabilitati su Carismi

C’è una parola che viene detta più volte nella piazza colma di San Pietro dove Benedetto XVI incontra Comunione e liberazione. «Bellezza», è la parola che ritorna, come una traccia, o un’impronta. La pronuncia il Papa definendo Cl come un Movimento «che testimonia la bellezza dell’essere cristiani» in un’epoca che guarda al cristianesimo come a qualcosa di «faticoso e opprimente».

E nella folla fradicia di pioggia di marzo che colma San Pietro – facce tese in un’attenzione intensa, a non dimenticare una parola – Benedetto XVI ricorda di quel suo «vero amico» morto due anni fa e benedetto da lui nel Duomo di Milano, come fin da ragazzo fu «ferito dal desiderio di bellezza. Non di una bellezza qualunque, ma della Bellezza stessa, la Bellezza infinita che trovò in Cristo».

Sotto la pioggia la piazza è immobile, gli occhi fissi sul Papa. Anche Julian Carrón, nel suo saluto, dice dei suoi che sono «affascinati dalla bellezza di Cristo». E allora non puoi non vedere in quella ripetuta impronta come, in un tempo che associa così facilmente la fede cristiana a un oscurantismo pavido della modernità, a una insensata autolimitazione della libertà personale, a una mortificazione della gioia del vivere, il dono passato attraverso Giussani sia una fede che affascina per la sua bellezza. Cui non si aderisce per una pure buona tradizione, o per moralismo, o per essere "bravi": ma perché ciò che hai visto è così bello che non puoi non seguirlo, se non vuoi rinnegare te stesso, e ciò che vuoi davvero.

Chi non crede non ammette che Dio incroci la sua volontà con la storia. Ma in quegli anni Cinquanta in cui il primo benessere cominciava la mutazione antropologica dell’Italia che ora vediamo quasi compiuta, in un liceo di Milano un prete trova parole nuove per parlare ai già "lontani" figli dei borghesi. È quella bellezza su cui insiste il Papa, la questione decisiva. Si vanno preparando anni che inceneriranno ogni autorità e precetto fondato sugli imperativi morali dei padri: ma l a straordinaria bellezza di Cristo, detta da Giussani al Berchet con la lingua dei tempi nuovi, meraviglia i ragazzi già scettici del boom economico, e getta un seme nuovo, che si allargherà nel mondo.

Giussani, dice il Papa, ripeteva che Cristo è la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo. (Che, dunque, non bisogna accantonare la propria umanità, per essere cristiani. Che anzi quell’ansia di felicità con cui nasciamo – così spesso censurata, come si tace di un sogno impossibile – è realizzata da Cristo). Non meno uomini i cristiani, dunque, come certo laicismo lascia intendere, ma più profondamente uomini. Un cristianesimo radicato nella Bellezza di cui parla il Papa non teme la sfida della libertà, né della ragione. Se si è cristiani perché affascinati da Cristo si è pienamente liberi, come si è liberi nell’amare la donna che si è scelta; e capaci di dare, della propria speranza, la ragione.

Duemila anni dopo, è vero ancora, è possibile ancora? I carismi dei movimenti sembrano riportare il cristianesimo al suo tempo natale. «Il cuore dell’uomo è ancora capace di riconoscere la bellezza, se la trova sulla sua strada», dice Carrón al Papa. E sembra una scommessa, o una promessa, mentre torna a casa la folla, e anche quei due di vent’anni, lei sorridente, abbracciati, tutta la vita davanti sotto la pioggia di Roma.
Marina Corradi

Le cose di lassù

23 marzo 2007 Commenti disabilitati su Le cose di lassù

Consigli per gli acquisti: LE COSE DI LASSU – Esercizi spirituali di Giacomo Biffi alla Curia alla presenza di Benedetto XVI.

P.S. Notare la copertina, la stessa del libro di Augias-Pesce… 

Da Giustino

21 marzo 2007 Commenti disabilitati su Da Giustino

“Tu prega anzitutto che le porte della luce ti siano aperte, perché nessuno può vedere e comprendere, se Dio e il suo Cristo non gli concedono di capire".
Giustino (Dial. 7,3).

Ghetto

19 marzo 2007 § 1 Commento

Una delle cause più sottili di malessere e di avvilimento dei fedeli (e soprattutto dei sacerdoti) è l’impressione di appartenere ormai a una minoranza sociale e culturale; di dover esercitare la missione evangelica tra forze ostili soverchianti; di sentirsi propugnatori di un’utopia che i nostri contemporanei non accettano più neppure come ideale.

[…] Il rimedio non sta nel dimenticare o addirittura nel censurare quell’idea di "mondo" come entità ostile all’iniziativa di Dio, che è ripetutamente enunciata nel Nuovo Testamento […]; non sta cioè nel negare che esiste ed esisterà sempre sino alla fine della storia un complesso organico di forze che si oppongono sistematicamente al progetto salvifico del Padre.

Il rimedio sta nell’accogliere sul serio la parola di Gesù che ci informa che il "piccolo gregge" possiede già un Regno; sta cioè nel non perdere mai di vista la totalità delle cose come stanno, e in particolare l’effettiva estensione del mondo celeste, popolato di angeli e di santi, esuberante della divina energia da cui viene senza soste investita la terra.

Allora svanisce ogni paura e viene superata la tristezza di essere un "ghetto", dal momento che viviamo fin d’ora non in un ghetto, ma in una comunione affollatissima, dove con le Tre Persone divine palpitano e gioiscono le miriadi delle creature beate. Allora possiamo anche percepire quale sia il vero "assedio": il vero assedio è quello operato invisibilmente sui cuori e sulla storia dallo Spirito Santo, effuso senza pause dal Risorto che sta alla destra di Dio; dallo Spirito Santo, che si adopera senza stanchezza a praticare nelle coscienze più indurite innumerevoli brecce segrete, perchè penetri e si affermi la luce e il calore della grazia.

Anzi, il popolo dei battezzati non solo può guardare, ma anche, con la conoscenza di fede, con tutta la vita ecclesiale e segnatamente con la celebrazione dell’eucaristia, può partecipare – e partecipa realmente – a questa esistenza trasfigurata. E così ogni ansietà si dissolve.
Card. Giacomo Biffi

Sacramentum Caritatis

13 marzo 2007 § 4 commenti

Pubblicata l’esortazione "Sacramentum Caritatis". Il Corrierino ci sguazza già. Ma finalmente si dice: «Eccettuate le letture, l’omelia e la preghiera dei fedeli  è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina, così pure siano recitate in latino le preghiere più note della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani in canto gregoriano. Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia».

Dove sono?

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