31 marzo 2006 Commenti disabilitati su

La cena dei cretini
di Marco Respinti
 
Si apprestava il Bicentenaire della rivoluzione di Francia e Jean Dumont – storico scomparso nel 2001 di cui la Francia farebbe bene a menare più vanto – pubblicò un pamphlet urticante, Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789 (ARGÉ, Bagneux 1987). Fu tradotto come I falsi miti della Rivoluzione francese (prefazione di Giovanni Cantoni, Effedieffe, Milano 1990), ma è il titolo originale a essere significativo: perché sarebbe meglio non celebrare l’Ottantanove come l’alba del “mondo nuovo”.
Dumont si permise l’invettiva perché era un vero topo di biblioteca, uno studioso carico di importanti scoperte documentali. E così, dettagliate le proprie affermazioni lungo un’intera carriera, sciorinò in questo opuscolo “di battaglia” le inibizioni derivate alla società occidentale dalla rivoluzione francese e fortificate dalla cultura che ne derivò nei secoli seguenti.

Ovvero: il falso mito della “modernizzazione decisiva” rispetto ai presunti cascami del passato, quello del “popolo al potere” e quello della sua finalmente conquistata “felicità”. Poi mise in luce l’incapacità della cultura postrivoluzionaria di garantire le libertà sociali e le autonomie per colpa di uno statalismo opprimente e di un nazionalismo aggressivo. Infine la falsità egualitaristica e l’invenzione del terrore poliziesco come strumento di governo quotidiano.
Talché le parole proferite nel 1989 dall’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi – la rivoluzione francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale – sono di più di una semplice boutade.

Il “secolo lungo”
Ma se l’Ottantanove ha prodotto macerie, la philosophie che lo precedette lungo il “secolo francese”, dichiarandosi lume venuto a rischiarare l’antro tenebroso e fetido della superstizione e del servaggio (per dirla con Edgar Quinet), ha invece consegnato alla posterità retaggi profondi e purtroppo duraturi sull’intera cultura progressista, cioè, quella che per lo più oggi domina. Così che, nonostante la definizione di «secolo breve» di Eric Hobsbawm, il Novecento dei noti abissi appare, in verità come “secolo lungo”, apertosi più di 200 anni fa in Francia.
E tra le molte venature di questo lascito, tra le pieghe del suo razionalismo, nei solchi del suo democraticismo, nelle filière del suo egualitarismo, nei meandri del suo statalismo e tra le ans(i)e del suo laicismo, spunta pure, orrendo e raccapricciante, il razzismo.
Sì, il razzismo: quello che, anche ammesso di voler perdonare tutto ai Lumi e alla rivoluzione, mai si penserebbe di collegare al Settecento francese. Perché cozza con la triade libertè, egalitè, fraternitè; perché contrasta con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; perché in urto con la sua retorica emancipazionista, liberazionista e universalista.

Ma non è così. Già da qualche anno in Francia lo storico Jean de Viguerie (cfr. il Domenicale 16 ottobre 2004) e oggi in Italia Marco Marsilio con il volume Razzismo, un’origine illuminista (prefazione di Gianni Scipione Rossi, Vallecchi, Firenze 2006) documentano il contrario. Il razzismo fece parte a pieno titolo del pensiero illuminista, non ne contraddice affatto i canoni e anzi fu un perno centrale di quel “pensiero nuovo” che mirò a travolgere duemila anni di riflessione culturale.
Fu infatti la philosophie che, tra sensismo, meccanicismo e materialismo incipienti, ridusse l’essere umano a specie tra le specie, inserendone la vicenda temporale nell’ambito della mera storia naturale e quindi sottoponendolo a classificazioni e tassonomie quasi fosse una pianta o una bestia qualsiasi. A ciò si accompagnò una critica sempre più serrata della narrazione biblica. E così l’idea di una comune origine dell’umanità lasciò presto il posto ad arzigogolate e aberranti teorie eziologiche che hanno finito per ridurre le “specie” umane a miceti spuntati qua e là per caso, belli o brutti, intelligenti o deficienti, così come i funghi sono eduli o velenosi.

Fu questa la vera rivoluzione, quella che incoronò l’uomo-materia detronizzando l’antico essere umano imago Dei. A essa contribuirono un po’ tutti i padri nobili dell’illuminismo, da Voltaire al conte di Buffon, da Jean-Baptiste-Claude Delisle de Sales a Guillaume-Thomas-François Raynal, da  Denis Diderot a Baptiste-Henri Grégoire. Il resto fu conseguenza pratica.
La riduzione dell’essere umano alla semplice dimensione materiale e naturalistica venne poi rielaborata “scientificamente” nell’Ottocento, che dotò il razzismo di basi “oggettive” e biologiche. La strada per Auschwitz era aperta.

Evoluzionismo ed eugenetica
Ma non solo. Da quel pensiero discende anche l’“eugenetica democratica”, e su questo si possono leggere con profitto Piero S. Colla, Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese (Carocci, Roma 2005), Luca Dotti, L’utopia eugenetica del welfare state svedese, 1934-1975 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2004) ed Edwin Black, The War Against the Weak:  Eugenics and America’s Campaign to Create a Master Race (Four Walls Eight Windows, New York 2003).
In più, sempre da quel pensiero, derivò l’idea secondo cui si può fare qualsiasi cosa dell’uomo, se ciò serve, sin dal suo stadio embrionale. Per esempio, «rigenerarlo» come l’abbé Grégoire, prete giacobino, prospettava per gli ebrei «degenerati».
L’eugenetica, del resto fu inventata, termine e idea, dallo psicologo Francis Galton, il quale introdusse l’evoluzionismo del proprio cugino Charles Darwin nel biologismo “scientifico” con cui poi auspicò la manipolazione umana (tutto da leggere è Richard Weikart, From Darwin to Hitler: Evolutionary Ethics, Eugenics, and Racism in Germany [Palgrave MacMillan, New York 2004]).

200 anni fa, il Terzo Reich
Ora, gli orrori della Shoà hanno prodotto una valanga di riflessioni, ma la cultura occidentale – come bene scrive Marsilio – per non voler essere mai più razzista ha cercato di non esserlo mai stata, rimettendo ogni responsabilità al solo nazionalsocialismo, folle e improvviso.
Eppure la malapianta aveva radici più profonde. Forte delle teorie eugeniste e malthusiane che gli provenivano dai padri illuministi, la Francia rivoluzionaria si macchiò ben 200 anni fa degli stessi crimini che si è soliti associare al nazismo.  Dai massacri del settembre 1792 con cui si eliminarono anche deboli e perversi prefigurando l’Operazione T4 realizzata nel 1939 dal Reich hitleriano, al primo genocidio della storia, quello praticato in Vandea tra il 1793 e il 1794 con tanto di camere a gas ed esecuzioni anzitutto di donne e di bambini, onde estirpare una «race maudite», una razza maledetta, di oppositori.
Insomma solo in virtù della sua memoria corta, certo Occidente può ancora gloriarsi dell’ill
uminismo.

Il domenicale, venerdì 24 marzo

30 marzo 2006 § 3 commenti

L’arcivescovo Angelo Amato, segretario della Congregazione per la
Dottrina della fede, rilegge il documento del 2002 sulle
responsabilità dell’impegno politico: «Mediazione come esercizio di
prudenza non può voler dire compromesso»

È possibile operare da cattolici all’interno di una forza
politica che non sempre rispetta la visione cristiana della
persona, della vita e della famiglia, e a quali condizioni?
Allo stesso modo, è possibile votare per essa senza compromettere
la propria coscienza? A molti sembra impossibile trovare uno
schieramento che soddisfi pienamente le aspirazioni della propria
coscienza per la presenza di questo o quel partito, di questo o
quell’esponente…

«Direi che è importante fare una chiara e netta distinzione tra
forze politiche che rispettano nella loro ispirazione e nel loro
programma di governo i princìpi e le esigenze etiche non
negoziabili, e forze politiche che su questi aspetti e vincoli
fondamentali hanno una visione opposta alla dottrina cristiana o
comunque relativista.
Il cattolico non può appoggiare le forze di questo secondo tipo.
Quando la Chiesa afferma che non opta a favore di nessun partito
e di nessuno schieramento politico non vuol dire che rinuncia a
dare un giudizio etico sui princìpi e sui programmi dei diversi
schieramenti o partiti, in riferimento ai valori e alle istanze
etiche fondamentali richiamate: vita, famiglia, libertà di
educazione, libertà religiosa, giustizia sociale…
Come ha precisato lo stesso cardinale Ruini, non è possibile
non vedere con preoccupazione che singole Regioni in Italia
hanno dato via libera a normative che tendono a equiparare le
unioni di fatto, eterosessuali e omossessuali alle unioni
familiari fondate sul matrimonio, e che vi sono forze politiche
di un determinato schieramento che intendono portare nel
Parlamento nazionale tali proposte.
Spesso il cattolico deve scegliere nel voto il male minore,
purché questo "male minore" non favorisca forze politiche che
non riconoscono o si oppongono ai princìpi e alle norme della
legge morale naturale».

Leggi tutta l’intervista

 

29 marzo 2006 Commenti disabilitati su

Da I SEGNI DEI TEMPI

Vivere in una frontiera d’evangelizzazione come il Giappone aiuta a comprendere alcuni aspetti essenziali della vita e della missione. E’ difficile questa terra, accanto alle radici religiose più che millenarie, all’isolamento che ha caratterizzato il Giappone per molti secoli e ne ha marcato profondamente costumi e mentalità, v’è oggi un’indifferenza religiosa nelle nuove generazioni che lo accomuna all’Occidente. La Chiesa risente di queste condizioni. E sembra come spenta dinnanzi all’urgenza missionaria. I fallimenti ne hanno fiaccato lo zelo, antropologia ed ecclesiologia sono state minate da tante influenze post-conciliari che, da una parte hanno soffiato sul fuoco del nazionalismo, dall’altra hanno come paralizzato ogni iniziativa di annuncio del Vangelo che possa arrivare al cuore dell’uomo. In tanti vescovi, sacerdoti, teologi e operatori pastorali c’è come un ottimismo che, come risultato, ha la totale anestetizzazione d’ogni pulsione realmente missionaria. Ho scoperto un breve saggio dell’allora Card. Ratzinger nel quale, partendo da un’analisi sull’ottimismo post-conciliare, concludeva che "L’ottimismo poteva essere semplicemente una copertura, dietro la quale si nascondeva proprio la disperazione che si cercava in tal modo di superare. Ma poteva trattarsi anche di peggio: questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa e che, senza tanto rumore con il mantello di copertura della riforma, volevano costruire una Chiesa completamente diversa, di loro gusto, che però non potevano iniziare per non scoprire troppo presto le loro intenzioni. Allora il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante per i fedeli, allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa". E’ un articolo  che, anche se si interessa più direttamente delle derive rivoluzionarie della Teologia della liberazione, è, per il Giappone di un’attualità impressionante. Occorre assolutamente leggerlo per comprendere il retroterra di tante posizioni della Conferenza Episcopale nei confronti dei movimenti e di qualunque spiffero evangelizzatore che provenga dall’Estero. Tutto appare in contrasto ad una volontà comune solo ai Pastori della Chiesa di quest’isola. Il Cardinale Mons. Hamao, già Vescovo di Yokohama ed ex Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti, ad esempio, in un’intervista al settimanale "Famiglia Cristiana del 15 dicembre 2003 diceva che  "in Asia i cristiani convivono con grandi religioni – il buddismo, l’induismo – preesistenti all’arrivo del Vangelo. Se in un contesto del genere io predico subito che Gesù Cristo è l’unico Salvatore dell’umanità, rischio di trovare orecchie sorde. L’annuncio deve essere graduale. A Roma molti pensano che così non si evangelizza. In Asia siamo convinti che sia invece un’evangelizzazione più efficace”. Se è vero che "’annuncio cristiano deve partire da Gesù, dalla sua personalità, per arrivare, quando l’interlocutore è prearato, alla proposta dell’intera dottrina cattolica" ancor più importante è, per il porporato giapponese,  "il dialogo con le altre religioni, essenziale per le Chiese locali in Asia, più che dottrinale deve essere “dialogo della vita”. Si riflette e magari si prega insieme per la pace; si collabora per migliorare la società; ci si impegna contro la povetà e la corruzione pubblica. Se poi i seguaci delle altre religioni ci chiedono conto della nostra fede, noi gli illustriamo il Vangelo, ma gradualmente". Buone parole, buone per i cristiani e per i non cristiani. Le parole di Ratzinger si rivelano illuminanti: " Il fenomeno dell’ottimismo avrebbe perciò due facce: da una parte suppone la beatitudine della fiducia, anzi la cecità dei fedeli, che si lasciano calmare da buone parole; consiste dall’altra in una consapevole strategia per un cambiamento della Chiesa in cui nessun’altra volontà superiore – volontà di Dio – ci disturba più, né inquieta più la coscienza, mentre la nostra propria volontà ha l’ultima parola. L’ottimismo sarebbe alla fine la maniera di liberarci della pretesa, fattasi ormai ostica, del Dio vivente sulla nostra vita. Quest’ottimismo dell’orgoglio, dell’apostasia, si sarebbe servito dell’ottimismo ingenuo dell’altra parte, anzi l’avrebbe alimentato, come se quest’ottimismo altro non fosse che speranza certa del cristiano, la divina virtù della speranza, mentre era in realtà una parodia della fede e della speranza". Come non ravvisare l’eco di quel "se" che traspariva dalle parole del Crd. Hamao, "Si collabora…poi, "se" ci si chiede conto della fede….". Probabili orecchie sorde per qualcosa che forse potrebbe interessare. San Massimo il Confessore, nel brano dell’Ufficio delle Letture odierno, scriveva tra l’altro che "Tutti i predicatori della verità, tutti i ministri della Grazia divina e quanti sino ad ora ci hanno parlato della volontà salvifica di Dio, dicono che nulla è tanto caro a Dio e conforme al suo amore quanto la conversione degli uomini mediante un sincero pentimento dei peccati".  A Dio è caro l’uomo, a Dio interessa l’uomo, solo Lui può salvarlo. Non prendere neanche in considerazione il cuore e lo sguardo di Dio rivelati in Cristo è fare del cristianesimo una parodia, e disegnare con argute riflessioni qualcosa di assolutamente diverso. Affermava infatti ancora Mons. Hamao, tra l’altro ex Presidente della Conferenza Episcopale Giapponese " “Ritengo necessario un nuovo Concilio, soprattutto per discutere delle necessità di maggiore autonomia per le Chiese locali. A questo scopo i Sinodi non bastano: sono solo consultivi e spesso ripetitivi. Le Chiese locali, che non sono fatte di bambini, dovrebbero avere più autonomia nell’impostare l’evangelizzazione e la pastorale tra i loro popoli". Accanto a questa analisi il futuro Benedetto XVI ne avanzava un altra: "Riflettei anche su un’altra ipotesi. Era possibile che un simile ottimismo fosse semplicemente una variante della fede liberale nel progresso perenne: il surrogato borghese della speranza perduta della fede". Si tratta dunque di un problema di fede. E qui ci addentriamo su di un terreno molto difficile perchè tocca un nervo scoperto dell’evangelizzazione in Asia, problemi che vanno dall’idea di inculturazione, alla comunione con il Papa, alle stesse antropolgia e cristologia. Temi che hanno trovato un esaustivo approfondimento nella Dominus Iesus. Quello che ci colpiva erano le ult
ime parole di Ratzinger, che ci illuminano sul cammino da seguire per annunciare il Vangelo in questa terra d’Oriente: "Io credo che è possibile comprendere la vera essenza della speranza cristiana e riviverla solo se si guarda in faccia alle imitazioni deformative che cercano di insinuarsi dappertutto. La grandezza e la ragione della speranza cristiana vengono in luce solo quando ci liberiamo dal falso splendore delle sue imitazioni profane". Inculturazione non significa dunque un’imitazione profana di una speranza che, umanamente è assurda perchè prevede la risurrezione di un morto. Il Vangelo di oggi ci guida nel discernimento di questo momento così cruciale per la storia dell’evangelizzazione del Giappone:  "Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio". Ecco il punto. Gesù è Dio, e Dio è Suo Padre. Questo è il cuore dell’annuncio cristiano, Gesù è il Signore, è Dio, e le Sue opere danno la vita. Ad ogni uomo, in ogni luogo. E’ Lui che deve essere annunciato, è Lui la speranza, unica, per ogni giapponese. Questo è il tempo in cui chi ascolta la Sua voce attraverso i suoi inviati, potrà passare dalla morte alla vita. La morte che azzanna decine di migliaia di giovani giapponesi che si incontrano in internet per appuntamenti suicidi. Se non si guarda l’uomo, giapponese o europeo che sia con gli occhi di Cristo non vi sarà amore vero alle persone, non si potrà evangelizzare con un annuncio di vera libertà, l’amore di Dio non raggiungerà nessuno. E’ questa la vera sfida che impegna la Chiesa oggi in Giappone: tornare a Cristo, ascoltare la sua voce, imparare i suoi sguardi, ricevere il suo cuore gonfio di zelo e d’amore. Altro che ottimismo, le persone stanno morendo, gettate in giorni senza senso, succhiate in un ingranaggio folle che toglie dignità e personalità. Famiglie distrutte, aborti di adolescenti, dittatura del lavoro e della scuola, anziani abbandonati insieme agli handicappati in dorate riserve di solitudine. C’è poco da essere ottimisti, ma molto da sperare. Sperare nel potere di Cristo di dare la Vita. Dove c’è la morte. E’ questa l’unica fede della Chiesa di Cristo, da duemila anni, quella che il Papa sta mostrando instancabilmente ai suoi figli e al mondo intero.
Antonello Iapicca

28 marzo 2006 Commenti disabilitati su

Preso dal blog di FILARETUM

La luce, simbolo della Verità che mette in fuga le tenebre del peccato e del male, è sempre stata al centro della liturgia di Pasqua. Bellissimo e suggestivo il rito dell’accensione delle candele, la notte in cui si saluta il Cristo Risorto. Da un braciere ardente  il fuoco si trasmette al grande cero pasquale e, da qui, alle candele tenute dai fedeli. La fiamma grande si propaga attraverso una miriade di fiammelle più piccole, segno e promessa di una fede individuale viva, forte  e piena di calore: quasi una sorta di simbolico impegno a mantenere accesa, nel proprio intimo e nella comunità, la fiamma ardente della Verità. Un antico simbolismo che si intreccia con una fede concreta e realmente vissuta, dunque; ma si tratta, appunto, sempre e solo di un rito simbolico puramente umano, per quanto carico di significati trascendenti? Non soltanto, almeno a Gerusalemme, teatro del dramma della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo, il giorno di Sabato Santo, alla vigilia della Pasqua. E’ in questo giorno che accade nella Città Santa uno degli eventi più prodigiosi e commoventi, legato senza dubbio al mistero del Cristo Risorto: un miracolo sorprendentemente ignorato nel mondo occidentale, in particolare in Europa. Si tratta del miracolo del “Fuoco Santo”, di cui già parlano testi di epoca antichissima, forse addirittura precedente alla costruzione stessa della Basilica del Santo Sepolcro da parte di Costantino, nel IV sec.. Un fenomeno che si ripete costantemente, ogni anno, da centinaia di anni.
Che cosa avviene, dunque, presso la tomba di Gesù alla vigilia della Pasqua? Decine e decine di fedeli muniti di lampade a olio e candele si radunano nel Santo Sepolcro, sotto la supervisione delle autorità della Chiesa cristiano – ortodossa, che da secoli “gestiscono” il miracolo. Le lampade  e le candele vengono poste sulla tomba di nostro Signore e tutte le luci, artificiali e non, vengono spente, così che una fitta oscurità avvolge la Cappella del Santo Sepolcro. Dopo alcune preghiere rituali, il patriarca ortodosso entra nel luogo della sepoltura di Cristo, ed è in questo momento che normalmente avviene il miracolo. Dalla pietra su cui venne deposto il corpo di Gesù si sprigiona un fuoco, il “Fuoco Santo”, che non brucia al contatto ed emette una luce blu intensa, visibile anche all’esterno. Questo fuoco si dispone a formare una colonna, così da poter accendere con esso candele e lampade. Spesso l’intera cappella è avvolta dalla misteriosa luce, e anche lampade molto lontane dal luogo del miracolo si accendono prodigiosamente. Secondo molti testimoni, questo fuoco miracoloso appare talvolta anche nella vicina Chiesa di San Giacomo. Di solito, il miracolo avviene alle due del pomeriggio. 
Le fonti antiche citano un portento con caratteristiche molto simili, se non identiche, già addirittura nel II sec.. In ogni caso, fonti tra le più disparate quali Eusebio di Cesarea, la pellegrina Egeria, autori arabi del X secolo e viaggiatori dell’XI e XII secolo descrivono il prodigio più o meno con le stesse modalità con cui accade oggi. Talvolta, si parla anche di un “fuoco che scende dal cielo”, come accadde nel 1192 anche alla presenza del sultano Salha-ad-Dîn, il famoso “Saladino”, il quale trasse infausti auspici dal prodigioso fenomeno ( di lì a pochissimo, infatti, morì). 
Lo scetticismo post-moderno ha già pronto il suo armamentario di obiezioni più o meno logiche, tutte comunque confutabili. Ciò che conta, per chi sa ancora leggere i segni con occhio puro e una fede semplice, è l’ennesima conferma della bontà divina, che ha voluto lasciare un segno tangibile proprio là dove si è consumato il Mistero più grande della fede cristiana. Il fenomeno del “Fuoco Santo” fa venire in mente quell’intensa energia luminosa che, a detta di alcuni studiosi della Sindone, si sarebbe sprigionata dal corpo di Gesù al momento della Resurrezione. Una pura ipotesi, come tante altre, che forse rende il tutto ancora più suggestivo.

 

28 marzo 2006 Commenti disabilitati su

Al direttore – L’on. Boselli continua a sostenere che la priorità di questo paese è la scuola “pubblica”. All’on. Boselli occorrerebbe ricordare che esiste una legge dello stato, la 62/2000 (varata da una maggioranza di cui lo Sdi faceva parte) che dice che del sistema nazionale di istruzione (ovvero la scuola pubblica) fanno parte, oltre alle scuole statali, anche quelle paritarie, sia private che comunali. L’on. Boselli afferma che le scuole private non devono avere alcun contributo pubblico. Qualcuno potrebbe far presente all’on. Boselli che negli anni 80 quando egli era vicesindaco di Bologna e assessore all’Istruzione si adoperò per lo stanziamento di fondi alle scuole private (allora nemmeno “paritarie”)? L’on. Boselli, infine, afferma che le scuole non statali sono “confessionali” e chi le vuole se le deve pagare. Se qualcuno vedesse l’on. Boselli potrebbe informarlo che nelle scuole paritarie italiane gestite da congregazioni, parrocchie, cooperative messe in piedi da laici, sono ospitati tanti bambini di famiglie atee, agnostiche, musulmane, indifferenti… e tantissimi gratuitamente perché le famiglie non possono permettersi la retta. Si potrebbe poi ricordare all’on. Boselli che il socialismo riformista prevedrebbe pari possibilità di accesso e pari opportunità per tutti; e che uno stipendio da parlamentare permette, come egli ha fatto, di far frequentare al proprio figlio la scuola delle suore mentre lo stipendio di un operaio socialista no?
Mario Monti Guarnieri, via Internet
Il Foglio, martedì 28 marzo 2006

27 marzo 2006 Commenti disabilitati su

L’ENTRATA TRIONFALE

E guarda, a proposito, quell’episodio dell’entrata trionfale a Gerusalemme io lo trovo così bello!
Nostro Signore si è degnato assaggiare il trionfo come tutto il resto, come la morte, non ha rifiutato nulla delle nostre gioie, non ha rifiutato che il peccato.
Ma la sua morte, diamine!, l’ha curata, non vi manca nulla.

Invece, il suo trionfo, è un trionfo per bambini, non ti pare? Un’immagine di Épinal, con l’asinello, le fronde verdi, e la gente di campagna che batte le mani. Una parodia gentile, un po’ ironica, delle magnificenze imperiali. Nostro Signore sembra sorridere – Nostro Signore sorride spesso -, ci dice: «Non prendete troppo sul serio questo genere di cose; ma infine ci sono dei trionfi legittimi, non è proibito trionfare; quando Giovanna d’Arco rientrerà in Orléans sotto i fiori e le orifiamme, con la sua bella tunica di panno d’oro, non voglio che creda di far del male.
Poiché ci tenete tanto, miei poveri ragazzi, l’ho santificato, il vostro trionfo, l’ho benedetto, come ho benedetto il vino delle vostre vigne».
E, quanto ai miracoli, nota bene, è la stessa cosa. Non ne fa più del necessario. I miracoli sono le immagini del libro, le belle immagini.

Bernanos, Diario di un curato di campagna, pp. 173-174

24 marzo 2006 § 3 commenti

La storia della Famiglia degli ultimi vent’anni

Tratto dal sito www.impegnoreferendum.it il 23 marzo 2006

Appena tre giorni dopo l’insediamento a Palazzo Chigi del primo presidente del Consiglio post-comunista, Massimo D’Alema, Livia Turco, proponeva il suo "patto ai cattolici": «Il tema delle unioni di fatto non dovrebbe continuare a essere oggetto di scontro fra la cultura laica e quella cattolica».

Intervenendo a Bologna al primo Forum sull’infanzia, nell’ottobre del 1998, il ministro della Solidarietà sociale lanciava questo messaggio. In realtà più che un patto aveva tutta l’apparenza di un ricatto: aiuti alla famiglia sì, ma a condizione di dare riconoscimento legale alle unioni di fatto. Un diktat che sembra in qualche modo reiterato dalle posizioni di questi tempi. Insomma, ossequio di rito all’articolo 29 della Costituzione, ma al tempo stesso, la richiesta pressante «al mondo cattolico di riconoscere che le politiche sociali non possono discriminare nessuno, e quindi neppure un tipo diverso di convivenza».

Dietro la formale fedeltà all’articolo 29 della nostra Carta fondamentale, infatti, si è progressivamente operata una sterilizzazione della sua portata ordinamentale, una prassi avviata a suo tempo sia dal Pci sia dal Psi, e anche da alcuni democristiani di sinistra. Già nel 1985 l’ipotesi di riforma dell’assegno familiare elaborata, sotto il governo Craxi, dalla Commissione sulla povertà presieduta da Ermanno Gorrieri non si concentrava sulla famiglia con le sue relazioni (il concetto fiscale di «familiare a carico» doveva essere abbandonato) ma sull’«unità di convivenza». Sulla base dell’inveterato dogma secondo cui le unioni di fatto sarebbero sempre e comunque in crescita, già nell’85 si enunciava l’imperativo categorico di tenere «conto dell’evoluzione del costume, quale si manifesta nella caduta del numero di matrimoni e nella diffusione delle unioni di fatto».

Anni dopo, i governi di centrosinistra dal 1996 al 2001 per determinare i beneficiari di un serie di provvidenze per la famiglia hanno scelto l’Isee (Indicatore di situazione economica equivalente). Una forma di "riccometro" che si basa non tanto sulla famiglia com’è definita dalla Costituzione ma sull’entità anagrafica, cioè sullo stato di famiglia nel quale possono essere incluse anche persone semplicemente «legate da vincoli affettivi». Ed è a questo meccanismo che Romano Prodi pensa di far riferimento per il suo annunciato «assegno per le responsabilità familiari».

Dov’è finito quel Pci, che in Costituente si pronunciava per l’indissolubilità del matrimonio? Che ancora negli anni Sessanta su Vie Nuove condannava il promotore della contraccezione di massa, Luigi De Marchi? La rivista comunista considerava il fondatore dell’Aied come una minaccia ben più insidiosa di quella dei fautori della guerra atomica preventiva contro l’Unione Sovietica: «I fautori del controllo delle nascite mirano ad uno sterminio silenzioso delle masse rivoluzionarie». In un altro articolo De Marchi veniva liquidato come «un novello Nerone», che «incita i giovani all’orgia per cantare beffardo sulle rovine della città».

Il fatto è che per i dirigenti del Pci la promozione della famiglia, «la mano tesa» ai cattolici nel primo dopoguerra, rappresentava solo una «svolta tattica», che nel giro di pochi anni doveva dare i suoi frutti. E così fu. Nelle votazioni per l’assemblea costituente del ’46 i socialisti ottenevano il 20.7%, il Pci il 18,9. Nelle elezioni del 1953 il rapporto si invertiva: 12,7 a 22,6 %.

Negli anni ’70 con il sì a divorzio e aborto si avviava il giro di boa antifamiliare, coronato con l’intervista di Berlinguer a Repubblica del 1981, in cui il segretario comunista vantava la «diversità morale» del Pci. Il politico sardo, un tempo ammiratore della virtù di santa Maria Goretti, rivendicava al suo partito tutto il merito della vittoria nel referendum contro la legge sull’aborto: «Chi ha lavorato per il "no" sono state le donne e i comunisti». E poi tracciava un bilancio retrospettivo: «Nel ’74 per il divorzio, e ancora di più nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un Paese liberissimo e moderno ed hanno dato un voto di progresso».

Il declino della natalità in Italia intanto prendeva una china inarrestabile, forse anche per il duplice trauma inflitto ai militanti e simpatizzanti di quel grosso partito che si fregiava di essere una sorta di seconda forza politica "cattolica". Di fronte al mutamento di scenario, la sinistra sfornava una nuova chiave di interpretazione: il «paradosso italiano». Come dire che se nel nostro Paese non nascono figli la colpa è della concezione tradizionale della famiglia, cioè quella che anche loro approvarono in Costituzione. Una tesi che più recentemente è rimbalzata dalla Francia, Paese abituato al dirigismo politico: «L’Italie malade de sa famille» (L’Italia malata della sua famiglia), come ha scritto Henri Mendras su Le Monde nel febbraio del 2002, suggerendo la ricetta che «il matrimonio non deve essere più la condizione della procreazione».

Si ometteva di ricordare che, se la natalità è scesa fino a quel punto, è prima per l’azione di sfaldamento culturale e poi per il dimezzamento degli assegni familiari tra metà anni ’70 e fine anni ’80, favorita anche alla posizione assunta dal principale sindacato della sinistra. Nel 1991 fu approvata una legge che delegava il governo a introdurre una forma contenuta del quoziente familiare. La Cgil levò gli scudi: «Robin Hood alla rovescia» titolò l’Unità, riferendo il parere del sindacato. «In un momento come questo un semplice trasferimento di 7 mila miliardi (di lire, ndr) dalle imprese alle famiglie sarebbe un disastro», assentì Vincenzo Visco. Risultato: il governo Amato affossò il provvedimento.

A sorpresa, nel referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005 lo slogan natalista è divenuto di moda sotto la Quercia. «Noi proponiamo ai cittadini di migliorare la legge 40 per far nascere più bambini, per farli nascere meglio, perché le madri che le partoriscono lo facciano in maggiore sicurezza, perché la scienza possa ricercare», asseriva il segretario Piero Fassino. Ma con il modello antropologico che genera la vita non si scherza, altrimenti è la stessa vita a essere a rischio. La Spagna è vicina, e l’utero artificiale è altrettanto alle porte, sponsorizzato magari dalle ultime tendenze della cosiddetta "gender theory", la teoria sul "genere". «Lo statuto antropologico nel quale io sono cresciuto – ha scritto recentemente il filosofo Pietro Barcellona (Critica alla Ragione Laica, Città Aperta) – è quello secondo cui i bambini nascono all’interno e in virtù di una relazione affettiva tra due figure fondamentali, la figura paterna e la figura materna».

In un’intervista proprio su queste pagine, circa un anno fa, l’ex presidente del «Centro Riforma dello Stato» sostenne che «uno degli elementi del "principio di realtà" è che la coppia vive il rapporto sessuale tra sessi diversi come un limite all’onnipotenza». «Ciascuno di noi – aggiungeva Barcellona –, in altri termini, sa di non potersi riprodurre da s
olo, non può avere il dominio sulla procreazione. Un grande psicanalista francese, Green, ha scritto che la differenza sessuale da un lato è la prova della nostra mortalità, perché siamo destinati a finire, e dall’altro il riconoscimento della realtà, che cioè solo attraverso il rapporto con l’altro sesso si producono altri esseri umani».

E’ evidente invece che per il diessino Franco Grillini il riconoscimento delle unioni tra omosessuali costituisca il primo passo verso il matrimonio gay. E oggi la sinistra impone questo primo passo come condizione irrinunciabile per dare il suo consenso a una politica a favore della natalità. Un ritorno al dirigismo politico, perché tanto meno i rapporti sono quelli naturalmente riconosciuti, tanto più sono frutto di un ingegneria sociale, tanto più aumenta l’autoritarismo statale in materia di relazioni umane e di etica. C’è un unico modello antropologico capace veramente di generare capitale sociale: si chiama famiglia (Francis Fukuyama, The end of the order). Al di là di questo, alla riprova dei fatti assistiamo alla disgregazione sociale e alla vertiginosa caduta della natalità proprio in quei Paesi ex comunisti che un tempo si facevano un vanto delle loro efficaci politiche nataliste. Gli apprendisti stregoni finiscono sempre per produrre un deserto umano.
di Pier Luigi Fornari

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