15 febbraio 2006 § 5 commenti

Stranocristiano oggi ci ha segnalato una lettera di Marco Pannella inviata a tutti gli iscritti alla mailing list dei radicali. Pannella segnala a sua volta una lettera che ha scritto qualche giorno fa a Beppe Grillo sul "rientro dolce" e la "bomba demografica". Leggendo le sconsiderate posizioni di Giacinto Pannella detto “Marco”, ci è tornato alla mente un articolo di Piero Gheddo apparso su Il Timone di un paio di mesi fa, in cui il sacerdote dimostrava come la povertà non la si combatte con gli aborti o il controllo demografico, ma semplicemente con lo sviluppo, che naturalmente comporta la diminuzione delle nascite, l’aumento delle aspettative di vita e soprattutto la qualità della vita. Per dimostrarlo portava il chiarissimo esempio dell’India:

 

L’India diventa indipendente il 15 agosto 1947, quasi sessant’anni fa. Gli indiani sono aumentati da 361 milioni a un miliardo e 30 milioni, passando dal 3,2% all’1,9% di aumento annuo. Il prodotto nazionale lordo (pil) è aumentato dall’1,3% negli anni cinquanta al 3,8% negli anni settanta e al 6,2% negli anni novanta. La produttività agricola dallo 0,5% nel 1951-1952 al 3,2% negli anni novanta (l’autosufficienza alimentare è la base di ogni sviluppo economico e sociale!). La popolazione giudicata “sotto il livello minimo di povertà” è passata dal 55% nel 1973 (prima era peggio!) al 34% nel 1997. Il reddito medio pro capite, parificando il valore della moneta e la capacità di acquisto, da 121 (nel 1951) a 400 dollari.
[…]L’India è estesa meno di Sudan ed Etiopia sommate assieme e ha un miliardo e 30 milioni di abitanti, mentre i due paesi africani non arrivano a 80 milioni e sappiamo quanto sono sono in preda alla fame, all’instabilità politica e alle guerre etniche! L’India ha più abitanti di tutto il continente africano (800 milioni) in un territorio che è circa un decimo di quello africano; e quasi tre volte abitanti del Sud America (400 milioni), in un territorio che è circa un quarto di quello sudamericano (il Brasile è due volte e mezzo più vasto dell’India)! Negli anni cinquanta del Novecento l’India importava 2,1 milioni di tonn. di cereali l‘anno (1951), oggi esporta cibo in Medio Oriente, Africa e, fino a qualche anno fa, anche in URSS e paesi dell’Europa orientale. Le riserve statali indiane di grani sono sui 40 milioni di tonn., sufficienti per non far temere un’altra carestia come l’ultima grande carestia nazionale del 1966.

 

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Forse una maggiore conoscenza dei dati scientifici e delle analisi socio-politiche ed economiche sul perchè della povertà permetterebbe di dire meno baggianate. Sempre che lo si voglia.

14 febbraio 2006 Commenti disabilitati su

Per Pasqua Benedetto XVI potrebbe decidere di revocare la scomunica alla corrente scismatica dei lefebvriani. Oggi, in Vaticano, i capi dicastero della Curia romana si riuniranno proprio per discuterne il rientro: il cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos, prefetto della congregazione per il clero, e il cardinale Francis Arinze, prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, saranno chiamati a presentare una prima relazione sullo stato della situazione e sulle possibilità concrete che gli scismatici vengano reintegrati. Tra un mese una seconda riunione inter-dicasteriale raccoglierà altre osservazioni e poi la sintesi dei lavori passerà nelle mani di Ratzinger che, se deciderà – come è altamente probabile – positivamente, lo comunicherà non dopo la prossima Pasqua.
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14 febbraio 2006 § 2 commenti

Il Papa conferma Ruini capo della Cei

ROMA – Il Papa ha confermato il cardinale Camillo Ruini alla presidenza della conferenza episcopale italiana, «donec aliter provideatur», cioè finché non si provveda altrimenti; Benedetto XVI lo ha inoltre confermato come suo vicario generale per la diocesi di Roma.

13 febbraio 2006 § 1 Commento

 Come la pioggia e la neve,
scendono giù dal cielo
e non vi ritornano
senza irrigare e far germogliare la terra,
così ogni mia parola non ritornerà a me,
senza operare quanto desidero,
senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata

 

10 febbraio 2006 § 1 Commento

S. Messa di esequie di Don Andrea Santoro Omelia del Cardinale Camillo Ruini
Basilica di S. Giovanni in Laterano, 10 febbraio 2006

Celebriamo la Messa di suffragio per un sacerdote romano, Don Andrea Santoro. Uno dei tanti, perché questa Diocesi ha circa 900 sacerdoti e ogni anno alcuni di loro fanno ritorno al Signore. Eppure questa Basilica è straordinariamente affollata, e tutti sappiamo il perché. Don Andrea aveva 60 anni, era originario di Priverno ma come sacerdote era totalmente romano: nato in una famiglia profondamente cristiana, si era formato nel Seminario Romano Minore e poi in quello Maggiore. Era diventato sacerdote 35 anni fa, il 18 ottobre 1970. Poi aveva percorso le tappe consuete della vita e del ministero di un sacerdote romano: vicario parrocchiale nella parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro al Casilino e poi in quella della Trasfigurazione. In seguito parroco della parrocchia di Gesù di Nazareth e finalmente di quella dei Santi Fabiano e Venanzio, fino all’Anno Santo del 2000. E tuttavia già da molti anni Don Andrea manifestava una strana inquietudine, che poteva sembrare un’instabilità di carattere. Ha chiesto infatti a più riprese e con forte insistenza, prima al Cardinale Poletti e poi a me, di poter lasciare Roma per dedicarsi a esperienze nuove e diverse, sempre però incentrate sulla ricerca della prossimità a Cristo e sulla preghiera. Così già nel 1980 ha passato un periodo a Gerusalemme e anche nel 1993-94 ha trascorso un anno sabbatico, guidando vari pellegrinaggi dell’Opera Romana con meta la Terra Santa e in genere il Medio Oriente.
Ma la sua propria strada, la sua chiamata specifica e definitiva Don Andrea l’ha individuata con certezza soltanto in età matura, attraverso le esperienze dei pellegrinaggi che continuava a guidare in Medio Oriente e l’affettuosa insistenza dell’allora Vicario Apostolico dell’Anatolia, la parte orientale della Turchia, Mons. Ruggero Franceschini, che lo voleva con sé, come sacerdote “fidei donum”, dono della fede, mandato da Roma a rendere presente Cristo in quelle terre dove la fede cristiana aveva messo agli inizi robuste e feconde radici, giungendo da lì ben presto fino a Roma. Proprio questo era l’animo e lo spirito con cui Don Andrea chiese di andare in Anatolia: intendeva essere una presenza credente e amica, favorire uno scambio di doni, anzitutto spirituali, tra l’Oriente e Roma, tra cristiani, ebrei e musulmani.
All’inizio la sua richiesta di partire per l’Anatolia mi ha lasciato perplesso e ha trovato in me una certa resistenza: mi rincresceva privare Roma di un ottimo parroco e temevo che Don Andrea, uomo pieno di iniziative, non reggesse a lungo in una situazione che non consentiva, invece, molti margini di azione e nemmeno una ricchezza di relazioni. Tra l’altro Don Andrea ignorava del tutto la lingua turca. Egli però era un uomo tenace nel domandare, quando riteneva di dover corrispondere a una chiamata del Signore. Così è partito e ricordo l’insistenza con la quale, allora, e tante volte in seguito, mi chiedeva conferma che però egli non andava di propria volontà e nel proprio nome, ma nel nome e per mandato della Chiesa di Roma. Sì, perchè Don Andrea era, istintivamente, un uomo della Chiesa; nemmeno concepiva di poter appartenere a Cristo senza appartenere alla Chiesa.
È cominciato così, nel 2000, il suo soggiorno in Anatolia, dapprima ad Urfa, vicino alla località biblica di Harran, la terra di origine del Patriarca Abramo: ad Urfa Don Andrea era intimamente felice, pur nella solitudine in cui viveva e nelle grandi difficoltà dell’apprendimento della nuova lingua. Sentiva infatti compiersi misteriosamente in se stesso le parole della chiamata di Abramo, che spesso ripeteva: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). Dopo tre anni però si apriva per lui una possibilità nuova, dove avrebbe potuto avere una sia pur piccola comunità cristiana e una chiesa da riaprire e restaurare. Andava dunque a Trebisonda – Trabzon in turco –, con gioia e con fiducia, e lì continuava a pregare e a cercare di fare del bene, nel rispetto delle leggi locali, fino a domenica scorsa, a quella fine improvvisa che tutto il mondo conosce ma di cui, nell’ottica di Don Andrea, non è importante approfondire i particolari. Dobbiamo soltanto respingere con sdegno le accuse e insinuazioni assurde e calunniose riguardo a mezzi non leciti per ottenere conversioni, escluse in radice dalla sua rigorosa coscienza di cristiano e di sacerdote.
Vorrei soffermarmi piuttosto sulla sostanza vera della sua vita e della sua missione, che è anche il significato e l’insegnamento della sua morte. Don Andrea ha preso tremendamente sul serio Gesù Cristo e, da quell’uomo tenace, rigoroso, addirittura testardo che era, ha cercato con tutte le sue forze di muoversi sempre e rigorosamente nella logica di Cristo, e ancor prima di affidarsi a Cristo nella preghiera, non presumendo certo delle proprie forze umane. Per lui dunque valgono davvero le parole che l’Apostolo Paolo ha detto di se stesso: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21).
Per questo Don Andrea è stato, inseparabilmente, uomo di fede e testimone dell’amore cristiano. Uomo di fede, anzitutto: nei molti anni del suo ministero di sacerdote a Roma non si stancava di cercare persone da condurre, o ricondurre, all’incontro con il Signore. Lo spingeva la certezza profonda che Gesù Cristo è il Figlio unigenito di Dio e il nostro unico Salvatore: una certezza che sosteneva la sua vita e gli chiedeva imperiosamente di conformarsi a Cristo in tutte le scelte e i comportamenti quotidiani. Perciò Don Andrea viveva poveramente, era esigente con se stesso, e non di rado anche con gli altri. Le sue richieste, però, erano dettate dall’amore, nascevano dalla carità di Cristo che ardeva in lui e che a volte sembrava fargli dimenticare un poco il senso della misura.
Al centro dei suoi comportamenti stava infatti una semplice convinzione: Gesù Cristo ha dato per tutti la sua vita sulla croce e quindi un discepolo di Cristo, e massimamente un sacerdote, deve a sua volta voler bene a tutti e spendersi per tutti, senza distinzioni. Come scrive l’Apostolo Paolo, “l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (2Cor, 5,14).
Così, forse, possiamo comprendere più profondamente la sua scelta di andare a vivere e a svolgere il ministero in Turchia, anzi, nella parte per noi più remota della Turchia. Don Andrea era un uomo di intelligenza penetrante, e all’occorrenza anche molto concreto. Sapeva bene che in quella terra e tra quelle popolazioni il suo slancio apostolico avrebbe dovuto accettare moltissime limitazioni e di fatto, serenamente, le aveva accettate e interiorizzate. Era convinto infatti che una presenza di preghiera e di testimonianza di vita avrebbe parlato da sé, sarebbe stata segno efficace di Gesù Cristo e fermento di amore e riconciliazione.
La sua fine violenta potrebbe portare a concludere che si illudeva. Ma egli una simile fine l’aveva sicuramente messa nel conto, considerata una possibilità concreta: molte sue parole, e forse ancor più alcuni suoi silenzi, ci rendono certi di questo; anch’io ne sono testimone. Il fatto è che Don Andrea credeva fino in fondo alle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa Messa: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.
In realtà Don Andrea era un uomo a cui il coraggio non mancava, un uomo abbastanza lucido e animoso da affrontare giorno dopo giorno, inerme, il rischio della vita. Il suo, infatti, era un coraggio cristiano, quel tipico coraggio di cui i martiri hanno dato prova, attraverso i secoli, in innumerevoli occasioni: un coraggio cioè che ha la sua radice nell’unione con Gesù Cristo, nella forza che viene da lui, in maniera tanto misteriosa quanto vera e concreta.
Di un coraggio analogo ciascuno di noi ha bisogno, se vuole affrontare da cristiano il cammino della vita. E ne abbiamo bisogno tutti insieme, se vogliamo, nell’attuale situazione storica, affermare il diritto alla libertà di religione, madre di ogni libertà, come valido in concreto ovunque nel mondo, davvero senza discriminazioni.
Noi siamo oggi, pur con tutti i nostri difetti, infedeltà e peccati, i cristiani di Roma, e Don Andrea era certamente un autentico cristiano di Roma. Ci fa bene perciò ascoltare le parole della Lettera di San Paolo ai Romani che sono state lette nella seconda lettura: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita … potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. Così saremo aiutati anche noi a non cedere alla paura, ricordando l’ammonimento di Gesù: “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima: temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28).
Ho messo l’accento sul coraggio di Don Andrea e sul significato del coraggio cristiano. Questo coraggio, però, non è per colpire ed uccidere, ma per amare e per costruire, in concreto per costruire la comprensione, l’amicizia e la pace là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio. Ripeto qui le commosse parole pronunciate mercoledì da Papa Benedetto, dopo aver ricordato la lettera di Don Andrea che aveva appena ricevuto: “Il Signore … faccia sì che il sacrificio della sua vita contribuisca alla causa del dialogo fra le religioni e della pace tra i popoli”. Questo era certamente l’animo con il quale Don Andrea è andato a vivere in Turchia e questo è il senso che egli intendeva dare a una sua eventuale morte violenta e prematura.
Spesso si pensa che per ogni singolo uomo, nel nostro caso per Don Andrea, con la morte tutto sia terminato. Già la Sapienza dell’Antico Testamento, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, è però di diverso avviso. Essa ci assicura che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” e “nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti … la loro fine fu ritenuta una sciagura”, ma invece “la loro speranza è piena di immortalità”. Don Andrea era nutrito di questa certezza; anzi, aveva una speranza ancora più grande: quella speranza e quella certezza che Gesù stesso attesta nel Vangelo di questa Messa, quando parla del chicco di grano che morendo produce molto frutto. Dice infatti Gesù, riferendosi alla propria morte ormai imminente: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. Anche Don Andrea, in unione con Gesù, può dire queste parole: la sua tragica morte è infatti, in realtà, la sua glorificazione; non solo la glorificazione effimera che possiamo attribuirgli noi, ma la gloria eterna che solo Dio può dare.
Permettetemi, a questo riguardo, di esprimere con franchezza la mia personale convinzione. Rispetteremo pienamente, nel processo di beatificazione e canonizzazione che ho in animo di aprire, tutte le leggi e i tempi della Chiesa, ma fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di Don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano.
Termino ricordando con commozione le parole pronunciate da sua madre, Maria Polselli vedova Santoro: “La mamma di Don Andrea perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è amore”.
Alla mamma e alle sorelle di Don Andrea siamo tutti vicini con l’affetto, la gratitudine e la preghiera. Esse condividono fino in fondo la fede del loro figlio e fratello e perciò sanno che egli, adesso, è a loro ancora più vicino, nel mistero del Dio che è amore. Allo stesso modo, Don Andrea rimane nel cuore della Chiesa di Roma e questa Chiesa confida nella sua intercessione, come in quella di tanti altri propri figli che prima di Don Andrea hanno versato il sangue per il Signore.
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Grazie Psico

9 febbraio 2006 § 1 Commento

9 febbraio – Beata Anna Katharina Emmerick Mistica, religiosa

Nella seconda metà del mese di agosto del 1820, Anna Katharina ebbe visioni sui misteri del sacrificio della santa Messa. In queste, ella ricevé immagini dei tempi antichi e sul significato delle reliquie sull’altare, ma anche sulla tiepidezza e l’indifferenza con la quale viene trattato spesso il santissimo Sacramento dai preti e dai laici.
«Io vedo disse dappertutto sacerdoti cingersi delle grazie della Chiesa e dei tesori dei meriti di Gesù e dei Santi, ma praticare i sacrifici e predicare in modo morto. Mi venne mostrato un pagano che stava su una colonna, egli era intento a parlare in modo così acceso del nuovo Dio di tutti gli dei e di un altro popolo che tutti restavano rapiti dalle sue parole. Questa visione mi tempestò giorno e notte. Mi venne mostrata l’attuale miseria e la dissoluzione, sempre nel contesto di quei tempi, ed io avevo il compito di pregare per tutto questo senza posa. La lettura sciatta della Messa è una cosa mostruosa! Il modo di leggere è molto importante! Ebbi un’immagine dei misteri della santa Messa, e come tutto ciò che è santo si possa riferire a questa fin dall’inizio del mondo. Vidi i diversi significati delle forme e delle superfici; il significato della forma del circolo e della figura rotonda della terra, degli astri, di tutti i fenomeni ambientali e dell’Ostia. Vidi il profondo significato del Mistero dell’incarnazione, della redenzione e del sacrificio della santa Messa, e come Maria potesse giungere così lontano con il suo infinito abbraccio. Ricevetti, innanzi all’anima mia, alcune immagini dell’Antico Testamento, dove potei vedere e comprendere il sacrificio dalla prima offerta e il meraviglioso significato della sacra Spoglia e quello delle reliquie sotto l’altare dove viene letta la Messa.

Le visioni della Beata Anna Katharina Emmerick

8 febbraio 2006 Commenti disabilitati su

Per non uccidere don Andrea una seconda volta
di Bernardo Cervellera

La morte di don Andrea Santoro, il sacerdote della diocesi di Roma ucciso alle spalle, mentre pregava nella sua chiesa  a Trebisonda, era quasi da prevedere. Come era quasi sicura la violenza contro la chiesa di san Marone a Beirut e gli attacchi alle chiese in Iraq. Tutte le volte che si crea tensione fra il mondo islamico e il mondo occidentale, chi ne fa le spese sono sempre i cristiani. Essi – sebbene appartengano a una comunità più antica dell’Islam – sono sempre presentati come una longa manus dell’occidente. In più, offrono una caratteristica importante per chi voglia colpirli: sono indifesi, disarmati, perfino amorosi verso i loro persecutori. Sono la vittima giusta.

Era perciò quasi prevedibile che nella tempesta islamica causata dalla pubblicazione delle vignette su Maometto, qualche cristiano ne facesse le spese.

Chi ha ucciso don Andrea? Ankara ha già fatto arrestato un giovane. Ma dietro la mano assassina vi è una connivenza più grande. C’è anzitutto quella dei governi che soffiano sul fuoco dello scandalo islamico. Le violenze in Siria, Libano, Iran, Iraq, Afghanistan è difficile pensare siano avvenute senza il sostegno, il pagamento, la soddisfazione di Damasco e Teheran.

Il nostro timore adesso è che Don Andrea rischia di essere ucciso una seconda volta, diluendo o vanificando il senso del suo martirio.

Il primo passo l’ha fatto il governo turco e tutti coloro che hanno voluto minimizzare la sua morte, dicendo che è causata solo da un giovane squilibrato e che l’elemento religioso non è importante.

Tant’è: proprio ieri il giovane killer ha confessato di essere stato spinto all’odio dallo scandalo in lui suscitato dalle vignette blasfeme su Maometto, pubblicate nella stampa occidentale. Pur continuando a  dire che la pista del conflitto religioso non vale, Ankara ha messo guardie e vigilanza a tutte le chiese e gli obiettivi religiosi del paese. Anche personalità del governo italiano hanno dichiarato ai media che “la Turchia è un paese molto secolarizzato e non bisogna vedere nell’uccisione del sacerdote un gesto anti-cristiano”.

Un altro passo verso la vanificazione è compiuto dal parlamento europeo che desideroso di inglobare la Turchia nella comunità economica, fa richieste sulla libertà di mercato, ma si dimentica di domandare piena libertà religiosa ad un paese che –  “molto secolarizzato” – non permette alle chiese cristiane di avere seminari, scuole, possedere case o chiese, senza garantire stabilità a persone e comunità che vivevano in Turchia molti secoli prima dell’Islam.

Un passo ulteriore per uccidere la testimonianza di don Andrea è fatto da coloro che lo trasformano in un profeta del multiculturalismo e del dialogo a priori, paurosi nell’affermare la chiara e bella identità cristiana di questo sacerdote. Benedetto XVI, ha ricordato oggi nell’udienza, “l’anima sacerdotale” di don Andrea, la sua “commovente testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa”. A leggere infatti le riflessioni del sacerdote ci si accorge che egli è andato in Turchia non spinto dal “dialogo” slavato, o dalla voglia di fare del bene a poveri e derelitti, ma dal desiderio di far rivivere la Chiesa, corpo di Cristo. È da questo che nasce anche tutto il suo impegno verso i poveri e le prostitute, il suo dialogo con l’Islam, ma anche con l’ebraismo. In un brano da lui scritto, pervenuto ad AsiaNews, egli dice cos’è il dialogo: “Europa e Medio Oriente (Turchia compresa…), Cristianesimo e Islam devono parlare di se stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l’uomo e di pensare la donna, della propria fede. Devono confrontarsi sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, i doveri dell’uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana”.

A leggere queste parole si resta stupiti per la loro attualità. La mancanza di dialogo e i tentativi di guerra fra oriente e occidente vengono proprio dalla mancanza degli elementi dettati da don Andrea: da una parte, un’Europa dimentica di sé, della propria tradizione religiosa, irrispettosa della propria storia e superficiale nello sguardo alle altre religioni; dall’altra un Islam che non sa parlare di sé, né guarda a sé,  all’individuo, alla donna, ai poteri di Dio e dello stato e continua a buttare sull’altro, sugli altri, sui nemici, le colpe della propria arretratezza. E così diventa strumento in mano al dittatore di turno.

Se l’occidente vuole davvero sconfiggere il fondamentalismo, deve lavorare per esigere dai paesi islamici piena libertà di agire e di parlare ai cristiani e alle altre religioni. Lo stesso devono attuare i paesi dell’oriente, se vogliono davvero testimoniare che l’Islam è una religione della pace e della tolleranza. Don Andrea Santoro aveva offerto la sua carne perché “Cristo abitasse in Turchia”, come ha detto una volta. Nella sua morte, Cristo ha abitato in Turchia fino al sacrificio della croce. Per questo, come ha detto ancora il papa, il martirio di don Andrea contribuirà “alla causa del dialogo fra le religioni e della pace fra i popoli”.

Dove sono?

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