31 gennaio 2006 Commenti disabilitati su

31 gennaio
SAN GIOVANNI BOSCO

Nessuno si perda d’animo! Nessuno si lasci smarrire nei momenti delle difficoltà e delle eventuali sconfitte! Nessuno si lasci vincere dalla tentazione della inutilità degli sforzi di fronte alla società secolarizzata, e non di rado dimentica dei valori trascendenti! Ricordate ciò che don Bosco scriveva ad un parroco sfiduciato: “Ella poi stia tranquilla. Non parli d’esentarsi dalla parrocchia. C’è da lavorare! Morrò sul campo del lavoro "sicut bonus miles Christi". Sono buono a poco? "Omnia possum in eo qui me confortat". Ci sono spine? Con le spine cambiate in fiori gli angeli tesseranno per lei una corona in cielo. I tempi sono difficili? Furono sempre così, ma Dio non mancò mai del suo aiuto. "Christus heri et hodie"” (Torino, 25 ottobre 1878). […]

Riguardo all’opera educativa e formativa della gioventù, che è il “carisma” proprio della Congregazione salesiana, vi esorto ardentemente a voler edificare come don Bosco sulla roccia consistente della volontà di Dio. È importante sottolineare e tenere sempre presente che la pedagogia di don Bosco ebbe una valenza, e una prospettiva, estremamente “escatologica”: essenziale – come dice ripetutamente Gesù nel Vangelo – è entrare nel regno dei cieli. Ma, parafrasando le parole di Cristo, non l’invocazione semplicemente sentimentale, né l’impostazione ideologica, e neppure l’altruismo sociale e utopistico, possono far entrare nel regno dei cieli; bensì il compimento della volontà di Dio: cade la pioggia, soffiano i venti, straripano i fiumi, si abbattono su quella casa, ma essa non cade, perché è fondata sulla roccia (cf. Mt 7, 21-27). Bisogna perciò costruire anche l’edificio dell’educazione sulla roccia della volontà di Dio: questo fu l’intento primario e costante di don Bosco, che non si può certamente accusare di astratto misticismo o di egoismo spirituale! […] La visione soprannaturale dell’esistenza è l’insegnamento radicale di don Bosco ed è l’unico mezzo per edificare veramente sulla roccia!

Giovanni Paolo II
Martedì, 3 aprile 1984

30 gennaio 2006 Commenti disabilitati su

LE CIFRE
Su 20.757 Giusti riconosciuti da Yad Vashem, solo 371 sono connazionali. Eppure oltre l’80% dei 43.000 ebrei italiani è sfuggito alla persecuzione, per un totale di 7.700-7.900 vittime contro 35.000 salvati, di cui 6.500 scappati al Sud o in Svizzera e 28.600 nascosti da privati

I giusti dimenticati

Milano
Don Bussa celò
i ragazzi in oratorio

Un prete ambrosiano di trincea. Che comincia ad essere conosciuto anche grazie a ad un sito tutto dedicato alla sua memoria. Don Eugenio Bussa non è solo l’indimenticabile sacerdote dell’Isola Garibaldi di Milano, per mezzo secolo al servizio dell’educazione di migliaia di ragazzi e di giovani – almeno due generazioni passate attraverso l’oratorio Patronato sant’Antonio – , ma anche un Giusto. Durante la Seconda guerra mondiale si è prodigato per salvare parecchi ragazzi ebrei, sottraendoli ai rastrellamenti nazisti.
Di lui il cardinale Carlo Maria Martini ha scritto: «Quando uomini così grandi ci passano accanto non possiamo più vivere come se ciò non fosse accaduto: essi sono un dono e un richiamo all’imitazione e al dono di noi stessi per il bene dei fratelli». Prete e uomo dalla carità praticata con discrezione e riservatezza, votato al conforto e all’aiuto spirituale e materiale, ha rischiato più volte la vita nascondendo nei suoi ambienti piccoli ebrei inseguiti dalle feroci persecuzioni razziali.

Torino
Per Angela furono
«pazzi» da ricovero

Vercellese, padre del giornalista Piero, medico dalle foreste del Congo a Parigi, nel primo dopoguerra si occupa di politica, passando da Democrazia sociale ai socialisti riformisti. Accusatore del fascismo, finisce confinato per quasi vent’anni – dopo il delitto Matteotti, per il quale accusa Mussolini – a San Maurizio Canavese, in una casa di cura per malati di mente quale direttore sanitario. Qui offre soccorso alle vittime della persecuzione razziale e agli oppositori politici falsificando le cartelle cliniche. Il suo metodo? Trasformare ebrei in ariani, sani in pazzi. Ad aiutarlo ci sono fidatissimi collaboratori: il suo vice Giuseppe Brun, suor Tecla, gli infermieri Fiore Destefanis e Carlo e Sante Simionato. Tra i salvati di Angela ci sono i coniugi Nella e Renzo Segre, che sfuggono alla deportazione restando segregati in clinica per un anno e mezzo e fingendosi malati di mente, o la moglie e la figlia dell’avvocato Massimo Ottolenghi, nascoste nel reparto femminile. Spiato, catturato in una rappresaglia fascista che provoca vittime innocenti, all’ultimo momento scampa alla fucilazione grazie al conte di Robilant intervenuto presso il federale di Torino, Giuseppe Solaro. Dopo la Liberazione ha continuato a fare il medico. È mancato nel 1949 a settantaquattro anni; solo nel 2002 è entrato tra i Giusti delle Nazioni.

Firenze
Il valdese Vinay li accolse in casa

Notissimo pastore valdese, morto nel 1996 a ottantasette anni, fondatore della sezione italiana del Movimento internazionale della riconciliazione, animatore di varie esperienze di pace e di solidarietà – da Agape a Riesi –, parlamentare (senatore indipendente nelle liste del Partito comunista italiano dal 1976 al 1983, amico della nonviolenza, ma anche Giusto delle nazioni per aver salvato vite dalla Shoah. Lui è Tullio Vinay e a Firenze, dove vive durante la Seconda guerra mondiale, è colpito da molte denunce perché svolge «opera di disfattismo nei confronti della guerra». Il coraggio di questo convinto pacifista contempla anche il rischio della vita per nascondere alcuni ebrei. In casa sua, dove ci sono la moglie Fernanda e due bimbi piccoli. Gli ha dedicato un essenziale profilo Giuseppe Marasso nel libro a più voci Le periferie della memoria, edito pochi anni fa dal Movimento nonviolento.

Roma
In convento con suor Fernanda

Il loro convento – nella Roma occupata – è ad un passo dalla sede del Comando delle Ss. E non di rado i nazisti entrano nel loro istituto per usarne la grande cucina. Sono le suore di san Giuseppe di Chambéry. E come quelle di altre congregazioni religiose femminili – un buon centinaio – aprono le porte agli ebrei che devono nascondersi. Sono uno dei nodi della rete di assistenza organizzata dalla Chiesa. Secondo il numero dei rifugiati tutti gli ambienti dell’edificio possono trasformarsi in stanze e camere dove resistere. Bambini e bambine vengono fatti passare per alunni delle scuole dell’istituto, e se arrivano i tedeschi le mamme diventano consorelle con tanto di abito religioso, o tutt’al più si mettono a zappare in silenzio nell’orto. Per la testimonianza e il ruolo svolto da queste religiose a favore degli ebrei perseguitati suor Fernanda (all’anagrafe civile Maria Corsetti) ha ricevuto il titolo di Giusto fra le nazioni, il 17 marzo 1998. Padre Gumpel, in una intervista ad Antonio Gaspari, ha parlato tempo fa di una lettera inviata da Pio XII alla sua madre superiora in cui si parla degli ebrei: come «figli diletti».

Bellaria
Nell’albergo di Giorgetti

Trentotto ebrei jugoslavi in fuga dai tedeschi, dopo l’8 settembre 1943, e… un albergatore. Lui è Ezio Giorgetti, e per loro trova posto nel suo edificio: il Savoia, a Bellaria. Un’ospitalità che diventa solidarietà pura e con qualcuno – come Josef Conforti – vera amicizia. Sarà soprattutto quest’ultimo a rendere la preziosa testimonianza per il titolo di Giusto. Con dettagli che dilatano l’orizzonte della salvezza. Che indicano la cooperazione del maresciallo dei carabinieri Osman Carugno e del commerciante Giuseppe Rubino. Con loro vanno ricordati tanti anonimi contadini, quelli del paese di Pugliano Vecchio, nell’entroterra. Quando nel 1944 a Bellaria la situazione diventa troppo pericolosa, il piccolo paese sull’Appennino diventa tutto un rifugio. Ogni abitazione quassù libera una stanza e la pulisce, mettendola a disposizione dei fuggiaschi. In una casa si ricava una cucina e lì si condivide quel che passano l’orto, il pollaio, la stalla. Al centro del paese vien fatta una buca profonda. Quando questo "servizio igienico" si riempie, il tutto si usa come concime. Durante la ritirata anche Pugliano Vecchio viene occupato dalla Wehrmacht, ma i tedeschi hanno fretta e la notte del 21 settembre 1944 lasciano subito il paese. Il gruppo è salvo e pronto a partire per la Palestina.

Tr eviso
In 234 salvati da don Pasin

Trevigiano, don Ferdinando Pasin chiude la sua vita in quella stessa chiesa – San Martino – dove, dopo esperienze a Noventa come cappellano e a Musile come vicario, vive a lungo, diventando un simbolo del servizio totale alla causa dei più deboli. Si consuma emblematicamente nella sua San Martino, già ridotta a povero cumulo di polvere e macerie nel tragico Venerdì santo del 7 aprile 1944 . Già accanto al suo vescovo, monsignor Longhin, e con lui a fianco dei profughi che cercano riparo dalle sponde di quel Piave che la Grande guerra ha insanguinato, non è titubante nello schierarsi con i perseguitati dalla dittatura fascista durante il secondo conflitto mondiale. Avvocato dei deboli, segretario dell’Unione cattolica del Lavoro, difende le prime conquiste sindacali e politiche, lotta insieme ai partigiani, accanto ai nuclei resistenti sorti all’ombra dei campanili mentre prende corpo la prima direzione regionale del Movimento di liberazione. La sua assistenza agli ebrei ha come cornice la resistenza trevigiana. Chi li ha contati, preparando le relazioni che hanno portato al conferimento per lui di Giusto, indica il numero di duecentotrentaquattro ebrei. Grazie a lui non conobbero il lager.

Cotignola
Un paese di eroi

Ha ragione, Gregorio Caravita, a scrivere nel suo Ebrei in Romagna 1938-194
5 ( Longo Editore) che il comune di Cotignola merita un ricordo particolare, caso raro, in Italia, dove tutta la struttura amministrativa si presta alla salvezza organizzata degli ebrei (nonché dei partigiani e dei perseguitati politici). Un coraggio ancor più vero perché Cotignola per cinque mesi è sulla linea del fronte prima della battaglia finale dell’aprile 1945, dunque sotto intensi controlli. Regista e artefice del coordinamento è il commissario prefettizio Vittorio Zanzi; con lui collaborano istituti e famiglie (come i Dalla Valle, Vincenzo Tambini, Luigi Varoli…). Si tratta – come sempre – di trovare nascondigli e cibo, ma anche di preparare documenti falsi. Destinatari una quarantina di israeliti. Il giorno in cui Cotignola viene liberata la distruzione appare totale. Quest’angolo di Romagna è del tutto sconvolto, case saccheggiate e provviste distrutte, scompiglio e rovina. Ma gli ebrei sono salvi. E con loro i salvatori. Oggi onorati nella Foresta dei Giusti.

Roma
Caronia li spacciò per moribondi

E’ morto nel 1977 e undici anni dopo gli è stato tributato il riconoscimento Giusto fra le Nazioni. Di professione medico e docente in Pediatria, Giuseppa Caronia per il suo antifascismo viene costretto a lasciare l’insegnamento all’università di Roma. Entra comunque in servizio al policlinico Umberto I dove, nel corso del 1944, ospita a suo rischio diversi perseguitati, sia politici che razziali. Il suo stratagemma più usato è quello di mentire sul reale stato di salute dei suoi degenti. Le carte mediche che falsifica per i ricoverati nella sua clinica non lasciano spazio a speranze. Le diagnosi indicano malattie gravissime, tali da sconsigliare verifiche. Se poi qualcuno, come accade, non ha proprio un brutto aspetto, ecco un camice pronto a trasformarlo in medico, infermiere o – se la cosa non funziona – almeno in barelliere. L’elenco dei pazienti – una novantina, compresi quelli veri – copre una quarantina di ebrei. Che evitano la deportazione. Per lui, nell’immediato dopoguerra, c’è subito una cattedra universitaria, poi fu deputato alla Costituente e parlamentare per due legislature.

Tagliacozzo
Per Tantalo furono «parrocchiani»

A Tagliacozzo, dove fu parroco dal 1936 al 1940, i più anziani lo ricordano ancora e gli hanno dedicato una scuola vicino alla stazione. Per altri è il «prete eroe della Marsica». Non lontano, Magliano de’ Marsi è la cornice di una grande amicizia. Quella con gli Orvieto, una famiglia romana ebrea che si reca lì in villeggiatura. Quando per i tristi eventi bellici gli Orvieto, sfollati da Roma, vengono ricercati, lui non ci pensa un minuto: apre loro casa sua, facendoli sentire a loro agio, presentandoli e difendendoli sempre come «i suoi migliori parrocchiani». Lui è don Gaetano Tantalo, nato a Villavallelonga nel 1905; Nicolino Saralo gli ha dedicato una biografia per le edizioni San Paolo (Un sacerdote amico, umile, eroico). Un prete che conosce anche l’ebraico e le feste dei «fratelli maggiori». Quando devono celebrare la Pasqua ebraica procura loro anche un recipiente adatto per gli "azzimi". Gli Orvieto, finita la guerra, non dimenticano l’amicizia di don Gaetano. E quando don Tantalo ammalato, va a Roma a curarsi, sono gli Orvieto ad ospitarlo. E sono loro, questa volta, a mettere a sua disposizione in casa, un inginocchiatoio e un breviario nuovo. Sul viale dei Giusti anche don Gaetano oggi ha il suo albero.

Balcani
Rotta, un nunzio in prima linea

Milanese, classe 1872, sacerdote a ventitré anni, diplomatico per tutta la vita, Angelo Rotta dagli anni Trenta è nunzio apostolico nell’area balcanica. Come membro del corpo diplomatico vaticano in Bulgaria si prodiga per salvare gli ebrei minacciati in quel Paese, fornendo certificati di transito (e c’è chi aggiunge anche certificati falsi di battesimo) per espatriare nell’allora Palestina britannica. Successivamente, nominato nunzio apostolico a Budapest, non si limita a protestare contro la deportazione degli ebrei – intervenendo presso il governo quando gli antisemiti, sotto il comando di Adolf Eichmann, intraprendono azioni di polizia –, ma distribuisce ben quindicimila "carte" che pongono i possessori sotto la protezione dello Stato vaticano. Così riesce a salvare numerosi ebrei ungheresi , coinvolgendo anche i diplomatici stranieri in Ungheria, compreso Raul Wallenberg, nel creare una grande rete solidale. Centinaia di ebrei sono ospitati nella nunziatura e in case protette che godono dell’extraterritorialità. Angelo Rotta, mancato nel 1965, è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem. Con lu i vanno ricordati altri nunzi accomunati dallo stesso impegno: Angelo Roncalli – il futuro Giovanni XXIII – in Turchia, Giuseppe Burzio in Slovacchia, Andrea Cassulo in Romania.

28 gennaio 2006 § 1 Commento

Parlano le comunità di recupero più serie e impegnate: «Le
nuove norme sono un’opportunità in più per il recupero dei
nostri ragazzi. Si è tenuto conto delle richieste che
andavamo formulando da anni»

«Nel complesso penso che le nuove norme siano una
opportunità in più per il recupero dei nostri ragazzi. Un
passo in avanti nel contrasto alle tossicodipendenze».
Don Chino Pezzoli è il fondatore della "Comunità
promozione umana", presente in Italia con 30 centri e
che in Lombardia è la più popolosa, con circa 500
ospiti. «Negli ultimi 30 giorni si sono presentati da noi
37 giovanissimi che chiedono di essere accolti e
recuperati», racconta don Chino.

Perché considera lo "stralcio Giovanardi" un importante
passo avanti in favore proprio degli ultimi arrivati?

Innanzitutto si tratta di innovazioni discusse alla recente
conferenza di Palermo da 1.200 partecipanti. Le nostre
istanze sono state accolte. Per esempio si distingue
decisamente tra spacciatore e consumatore. Il consumo di
droga, infatti, non viene perseguito penalmente come reato
con una condanna al carcere, ma si applicano le sanzioni
amministrative, graduate con attenzione. Bisogna tenere
conto di come una volta quello dello spacciatore era un
"mestiere" di nicchia, adesso le mafie hanno aperto veri
supermarket delle droghe, assoldando tanti giovanissimi
nello spaccio. Ora, se uno viene trovato con uno spinello è
necessario che si indaghi per verificare se davvero si
tratti di "uso personale" o se invece non vi siano legami
proprio con il mondo della "distribuzione". Purtroppo il
confine tra consumatore e spacciatore non è poi così netto.

È sufficiente questo per farvi dire che sia una buona legge?

No, penso anche alla possibilità di curare i detenuti in
strutture di recupero per un periodo massimo di sei anni, e
non solo quattro. Capitava spesso che un tossicodipendente
condannato al carcere e "detenuto" in un centro di recupero
venisse portato via dalle comunità al raggiungimento del
termine di 48 mesi, obbligandolo a scontare il resto della
pena in carcere. Non sempre quattro anni sono sufficienti
alla piena riabilitazione. E il ritorno in carcere
significava, questa sì, la definitiva condanna alla
tossicodipendenza.

Però non si distinguerà più tra droghe pesanti e leggere.

Prima di tutto le droghe leggere non lo sono affatto. Il
principio attivo ha raddoppiato la sua potenza distruttiva.
È la legge è chiara anche in questo senso: dice di
dissuadere i consumatori e ricorrere a pene amministrative,
perché la diffusione di queste sostanze apportano
inevitabili ricadute sociali, non solo sui singoli
consumatori.

È inesatto affermare che chi verrà trovato con una "canna"
finirà dritto in galera?

Non si può assolutamente sostenere ciò. Lo "stralcio
Giovanardi" spiega che si ricorrerà ad ammonizioni, pene
amministrative, e dunque ad una seria possibilità di
recupero. I tempi cambiano e l’uso combinato di droghe,
alcol, extasy, cocaina, cannabis apportano al consumatore
danni gravissimi. Insomma, l’apparente consumo di drogne
"leggere" invece produce effetti molto "pesanti".

Il fronte delle comunità di recupero su queste norme si è
diviso. Perché?

Perché ci sono i tentacoli della politica, delle ideologie,
dei pregiudizi. Io dico: non dobbiamo fare la guerra ai
poveri. Piuttosto dovremmo essere soddisfatti, dopo anni di
lotte, del riconoscimento della pari dignità tra pubblico e
privato sociale. La possibilità data alle strutture
accreditate di certificare lo stato di tossicodipendenza e
dunque avviare con la persona che ci chiede aiuto il
percorso riabilitativo è un segno di grande speranza.

Da Milano Nello Scavo
(C) Avvenire, 27 gennaio 2006

27 gennaio 2006 Commenti disabilitati su

Tempo fa, un conoscente, durante una discussione all’indomani dell’11 settembre, mi disse:
«Io sono stato a Dachau, ho pianto nel vedere quel campo di concentramento, ma penso comunque che Israele oggi dovrebbe essere ributtato in mare».

 

 

Quel discorso mi sconvolse, perché veniva da un giovane cattolico impegnato in politica, ma soprattutto perché – pensai – ricorrenze come La Giornata della Memoria non hanno alcun valore se rimangono sospese nell’alone della storia, se muoiono in dati statistici e non hanno alcun riferimento con la realtà.

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Cara Mamma, verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di concentramento di Auschwitz.
Per me, va tutto bene.
Amata mamma, sta tranquilla per me e per la mia salute, perchè il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto.
Sarebbe bene non scrivermi prima che io ti mandi un’altra lettera, perchè non so quanto tempo rimarrò qui.
Con cordiali saluti e baci. 
Raimondo
Kolbe
(Padre Massimiliano,
ora chiamato Raimondo Kolbe n.16670,
scrive la sua ultima lettera,
e la scrive a sua madre). 

26 gennaio 2006 Commenti disabilitati su

«Capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa […] Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto».
S.Teresa del Bambino Gesù
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La carità è Dio: ecco perché supera ogni cosa al mondo. La Carità increata è Dio, e la carità creata è partecipazione di Dio, come la luce dell’aria illuminata è partecipazione della luce stessa, come il fuoco dei ferro incandescente è la partecipazione del fuoco stesso.
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La santità alla quale Gesù ci ha chiamati non è uno stato di perfezione naturale ove tutto si risolverebbe nell’evitare i peccati e nell’acquistare penosamente umane virtù morali: la santità è partecipazione alla vita divina in Lui, alla sua filiazione divina, alla sua spirazione d’Amore infinito.

 

25 gennaio 2006 Commenti disabilitati su

Gregorio Mendel

Egli fu, in effetti, contemporaneamente uomo di fede, uomo di cultura e uomo di scienza.
Uomo di fede Gregorio Mendel fu, a partire dalla nascita in una famiglia della Moravia profondamente cattolica. Dalla famiglia alla parrocchia, dalla scuola al convento, il suo cammino fu, per così dire, del tutto naturale. Prima di divenire uomo di cultura e di scienza, Gregorio Mendel fu uomo di fede. E tale egli restò, sapendo strettamente unire, come già altri, ma in un modo ben superiore, la vita cristiana e monastica alle sue ricerche scientifiche, e sempre mantenendo il genio della sua intelligenza eccezionale ugualmente rivolto verso il suo Creatore per lodarlo e adorarlo, e verso la creazione, per scoprire le leggi in essa nascoste dalla provvida sapienza di Dio.

Uomo di fede e di cultura, Gregorio Mendel fu pure uomo di scienza, e noi senza dubbio non celebreremmo né l’uno né l’altro, se a ciò non ci inducesse la rinomanza che i suoi lavori e le sue scoperte scientifiche diedero alla sua vita austera di sacerdote e di abate agostiniano. L’umile ma geniale studioso degli incroci del “pisum sativum” è divenuto il padre della genetica moderna, le cui leggi dell’ereditarietà sono oggi anche insegnate agli studenti, a cominciare dal liceo.
Ben lungi dall’opporsi alla fede, la vera scienza si allea con essa in una simbiosi feconda, nella quale la conoscenza e l’amore vanno congiunti. Lo annotava sant’Agostino in un passo sul quale l’abate del monastero di Brno si sarà probabilmente soffermato più di una volta a meditare: “La bellezza della terra è come una voce muta che si leva dalla terra. Tu l’osservi, vedi la sua bellezza, la sua fecondità, le sue risorse; vedi come si riproduca un seme facendo germogliare il più delle volte una cosa diversa da quella che era stata seminata. Osservi tutto questo e con la tua riflessione quasi ti metti ad interrogarla . . . Pieno di stupore continui la ricerca e scrutando a fondo scopri una grande potenza, una grande bellezza e uno stupefacente vigore. Non potendo avere in sé né da sé questo vigore, subito ti vien da pensare che, se non se l’è potuto dare da sé, gliel’ha dato lui, il Creatore. In tal modo ciò che hai scoperto nella creatura è la voce della sua confessione che ti porta a lodare Dio”

Queste unità biologiche, la cui esistenza fu scoperta da Gregorio Mendel, sono ora nelle mani stesse dell’uomo il quale, attraverso un rigoroso metodo scientifico, è riuscito a raggiungerne la piena conoscenza. Avrà l’uomo la capacità di utilizzare le meravigliose conquiste di questo ramo della scienza, iniziato nell’orticello di Brno, a esclusivo servizio dell’uomo? Gregorio Mendel aveva intravisto qualche cosa del futuro quando, nel presentare i suoi risultati, sottolineava che essi davano “la soluzione di una questione che, in vista della storia dell’evoluzione delle forme organiche, non è di piccola importanza”. L’uomo incomincia oggi ad avere nelle mani il potere di controllare la propria evoluzione. La misura e gli effetti, buoni o no, di questo controllo dipenderanno non tanto dalla sua scienza quanto piuttosto dalla sua sapienza. Scienza e sapienza che sono in modo quasi emblematico armonizzate in Gregorio Mendel.
Giovanni Paolo II
Sabato, 10 marzo 1984

23 gennaio 2006 § 1 Commento

Io, medico, che ho fatto obiezione per dire sì alla vita e no alla disumana routine degli aborti

di Boffi Emanuele

Giovanni Coven è anestesista all’ospedale San Matteo di Pavia. Quando nel 1978 passò la legge sull’aborto, l’allora giovane medico alle prime esperienze si schierò subito in suo favore perché «pensavo di svolgere un’opera di bene». Per Coven era tutto misurabile con la ragione euclidea e la donna una figura calcolabile base per altezza: «Per me era un problema di proporzioni: la donna ha le sue fattezze, ha il suo bagaglio di esperienze drammatiche e difficili, ha una gravidanza indesiderata che rende insopportabile la vita. L’embrione è minuscolo, invisibile, muto. Poiché la donna viene da te, medico, e ti coinvolge emozionalmente con la sua vicenda, spesso costellata di esperienze di abbandono, di violenza, di miseria, tu che rispondi? All’aut-aut – o donna o embrione – io sceglievo in base alle dimensioni corporeee visibili». Così, per Coven «esistevano situazioni sofferte in cui la donna è sola e in cui l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) è la soluzione. Poi esistono casi in cui anche tu medico ti accorgi che l’Ivg è una scappatoia. Ma, anche in questo caso, mi dicevo, chi sono io per poter fissare un limite fra i due estremi?». Il tunnel del dubbio conduceva a una sola uscita obbligata: «Lasciare a lei la scelta se tenere o meno il figlio». Come per tutti gli anestesisti, anche per le cure e gli sguardi di Coven passavano tante donne. «Fare aborti è un sacrificio, costa fatica, non è gratificante dal punto di vista professionale. Se lo fai è in nome di quello che ritieni un bene. Per un certo verso, senti quasi di compiere un gesto umanitario».

PIANO PIANO, UNO SI BRUCIA
Però. «Però poi finisci col raccontare barzellette mentre addormenti le pazienti». Però, ad un certo punto, questo vertiginoso sforzo titanico che vuole reggere sulle spalle il dolore del mondo si perde nella routine. «è normale. Nessuno regge. Innanzitutto mi accorgevo che per molte delle donne che sceglievano l’Ivg la scelta non era vissuta con quello stesso sentimento tragico e ideale che aveva spinto me a schierarmi per l’aborto. E in secondo luogo mi accorgevo di essere io il primo a non saper respirare ogni volta quello spirito umanitario che mi ero imposto. Così, anestetizzavo le pazienti che di lì a poco sarebbero passate per le mani dei medici con assoluta indifferenza, anzi, quasi rimuovendo il problema scherzandoci su, cercando di lavorare senza pensare». La meccanicità ha la sua domanda serafica: «Entravo in sala operatoria e chiedevo: ‘Quante ne dobbiamo fare oggi?’». Quella donna che si voleva liberare era diventata un numero, la prossima su cui mettere le mani.
Finché un giorno, Coven si chiese: «Ma che razza di persona sono diventato?». Ogni aborto lascia un malessere, un tormento che piano piano ti usura. «Uno si brucia». E la scottatura ha portato Coven, dopo sette anni, a cambiare idea e a fare domanda d’obiezione di coscienza. «Da solo non ce l’avrei mai fatta, ho dovuto avere paura per come mi ero ridotto. Poi ho trovato chi mi ha aiutato». Coven s’è convertito, è tornato a frequentare la messa e la Chiesa, oggi fa parte del movimento dei neocatecumenali. «Oggi, quando incontro una donna che desidera abortire, inizio a dirle: ‘Senta, lasci che le dica una cosa’». Poi comincia a raccontarle dei tanti modi con cui può salvare il frutto del suo grembo, le possibilità che ci sono perché quel bambino possa vedere la luce, «sempre nel rispetto della sua libertà», e chiedendo sempre e comunque di poter essere lui il primo ad essere accolto nella sua intimità, perché anche il secondo, il figlio, possa fare altrettanto. Coven, con un po’ di pudore, dice di capire bene i sentimenti dei quattro medici che al San Matteo hanno fatto domanda di obiezione di coscienza. «Non li giudico (figurarsi, con quel che ho combinato io), ho rispetto per la loro libertà. Dico solo che io oggi considero l’embrione qualcosa di sacro, cioè di intangibile, su cui Qualcuno ha posato il suo sguardo prima di noi».
Tempi num.4 del 19/01/2006

Dove sono?

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