30 dicembre 2005 § 3 commenti

Nel post precedente abbiamo voluto ricordare come nel calendario liturgico il S.Natale sia seguìto da ricorrenze di avvenimenti “di morte”: il 26 dicembre – giorno di Santo Stefano – si celebra il primo martire cristiano; mentre il 28 dicembre è la solennità dei Santi Innocenti, in cui si ricorda la strage dei bambini perpetrata da Erode.

Il giorno di Santo Stefano ci siamo recati in chiesa e tra le panche semideserte abbiamo riflettuto sul significato di questo calendario e abbiamo trovato che esso – oltre ad avere una motivazione teologica – presenta anche una sua vita propria. È un percorso simile alla nostra vita: dopo la nascita siamo posti di fronte alle avversità della vita, ai dispiaceri, alle sofferenze, fino ai lutti. Così la vita spirituale, dopo la gioia dell’incontro con Cristo, vi sono le difficoltà nel cammino, vi sono gli ostacoli, le sofferenze, le piccole (e le grandi) “persecuzioni”.

Infine vi è una corrispondenza con gli avvenimenti più importanti della vita di Cristo. Se all’annuncio degli angeli i pastori accorsero alla mangiatoia e in seguito giunsero anche i Re Magi, il Natale richiama ancora una certa partecipazione, si accorre, si gioisce o semplicemente si fa presenza. Ma il giorno dopo, la ricorrenza del martirio di Stefano può essere paragonabile al Venerdì santo, quando Gesù non ha più davanti a sé la folla immensa che lo accoglie festante (Natale?), ma è solo, solo con sua Madre e un discepolo. E infatti le chiese sono mezze vuote dopo il pienone di Mezzanotte.

 

 

28 dicembre 2005 § 2 commenti

28 dicembre – Solennità dei Santi Martiri Innocenti

La liturgia non ci trasmette un’immagine molto romantica del Natale, ma ci ricorda certamente quel “segno: il bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 12), come segno di tenerezza e di bellezza. Ci mette davanti anche tutta una serie di segni che anticipano in qualche modo il destino di quel Bambino, come destino di fatica, di sofferenza, di rifiuto e di morte. Il giorno dopo Natale è Santo Stefano, il primo martire, e oggi 28 (siamo sempre nella festa di Natale, perché fino al 1° dell’anno è il giorno di Natale) c’è questo episodio tremendo dei Santi Innocenti, che storicamente è difficile da definire, ma che ricorda in un modo chiarissimo la figura di Erode.

[…] è l’immagine del Natale più vera, anche se poco romantica, da presepe o da musica natalizia, però esprime effettivamente il significato della nascita del Figlio di Dio. Quella nascita è di salvezza, annuncia la vita per il mondo e la speranza per l’uomo, però non sono facili, non vengono magicamente attraverso una trasformazione da bacchetta magica dell’ordine del mondo. Avvengono invece attraverso il dono di sé, attraverso la via dell’offerta di se stesso che Cristo fa, e della quale il martirio degli Innocenti è una profezia. È un annuncio da lontano, una delle tante profezie che nel Vangelo di Matteo scandiscono i primi capitoli dell’infanzia di Gesù. L’episodio dell’uccisione degli Innocenti è accompagnato dal richiamo di un versetto di Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un ululato grande: Rachele piange i suoi figli, non vuole essere consolata, perché non sono più” (Ger 31, 15; Mt 2, 18).

Mons. Luciano Monari – Vescovo, 28 dicembre 1999
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27 dicembre 2005 Commenti disabilitati su

Soffermiamoci in questa notte sui pastori. Che specie di uomini sono? Nel loro ambiente i pastori erano disprezzati; erano ritenuti poco affidabili e, in tribunale, non venivano ammessi come testimoni. Ma chi erano in realtà? Certamente non erano grandi santi, se con questo termine si intendono persone di virtù eroiche. Erano anime semplici. Il Vangelo mette in luce una caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un ruolo importante: erano persone vigilanti. Questo vale dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano vicino alle loro pecore. Ma vale anche in un senso più profondo: erano disponibili per la parola di Dio. La loro vita non era chiusa in se stessa; il loro cuore era aperto. In qualche modo, nel più profondo, erano in attesa di Lui. La loro vigilanza era disponibilità – disponibilità ad ascoltare, disponibilità ad incamminarsi; era attesa della luce che indicasse loro la via. È questo che a Dio interessa. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue. Ma alcune persone hanno chiuso la loro anima; il suo amore non trova presso di loro nessun accesso. Essi credono di non aver bisogno di Dio; non lo vogliono. Altri che forse moralmente sono ugualmente miseri e peccatori, almeno soffrono di questo. Essi attendono Dio. Sanno di aver bisogno della sua bontà, anche se non ne hanno un’idea precisa. Nel loro animo aperto all’attesa la luce di Dio può entrare, e con essa la sua pace. Dio cerca persone che portino e comunichino la sua pace. Chiediamogli di far sì che non trovi chiuso il nostro cuore. Facciamo in modo di essere in grado di diventare portatori attivi della sua pace – proprio nel nostro tempo. 

Benedetto XVI, Omelia nella Solennità del Natale del Signore
Santa Messa di Mezzanotte

23 dicembre 2005 § 5 commenti

 «Rallegratevi, ve lo ripeto, rallegratevi poiché il Signore è vicino» (Fil 4,4-5). Lui bussa alla porta, ci è vicino e così è vicina la vera gioia, che è più forte di tutte le tristezze del mondo, della nostra vita… Si è fatto carne con la nostra carne, sangue del nostro sangue. È uomo con noi e abbraccia tutto l’essere umano.
Benedetto XVI


Quidestveritas augura a tutti gli amici e a chi passa di qua un Santo Natale del Signore

22 dicembre 2005 § 5 commenti

AUGURI RICEVUTI DA ITACALIBRI

La carità di Dio per l’uomo è una commozione, un dono di sè che vibra, si agita, si muove, si realizza come emozione, nella realtà di una commozione: si commuove. Questa commozione ha una ragione: Dio vede l’uomo fatto per la felicità e in preda a tentazioni e a debolezze e a confusione che gli impediscono questo, che gli attardano il cammino, glielo fanno più difficile. Allora la compassione verso l’uomo diventa commozione; gli va là vicino e gli dice: "Dai, coraggio, che vengo anch’io con te".
Luigi Giussani
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Gli auguri del Papa

21 dicembre 2005 § 2 commenti

In questi ultimi giorni dell’Avvento la liturgia ci invita a contemplare in modo speciale la Vergine Maria e san Giuseppe, che hanno vissuto con intensità unica il tempo dell’attesa e della preparazione della nascita di Gesù. Desidero quest’oggi rivolgere lo sguardo alla figura di san Giuseppe. Nell’odierna pagina evangelica san Luca presenta la Vergine Maria come "sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe" (Lc 1,27). E’ però l’evangelista Matteo a dare maggior risalto al padre putativo di Gesù, sottolineando che, per suo tramite, il Bambino risultava legalmente inserito nella discendenza davidica e realizzava così le Scritture, nelle quali il Messia era profetizzato come "figlio di Davide". Ma il ruolo di Giuseppe non può certo ridursi a questo aspetto legale. Egli è modello dell’uomo "giusto" (Mt 1,19), che in perfetta sintonia con la sua sposa accoglie il Figlio di Dio fatto uomo e veglia sulla sua crescita umana. Per questo, nei giorni che precedono il Natale, è quanto mai opportuno stabilire una sorta di colloquio spirituale con san Giuseppe, perché egli ci aiuti a vivere in pienezza questo grande mistero della fede.

L’amato Papa Giovanni Paolo II, che era molto devoto di san Giuseppe, ci ha lasciato una mirabile meditazione a lui dedicata nell’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, "Custode del Redentore". Tra i molti aspetti che pone in luce, un accento particolare dedica al silenzio di san Giuseppe. Il suo è un silenzio permeato di contemplazione del mistero di Dio, in atteggiamento di totale disponibilità ai voleri divini. In altre parole, il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all’unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre" Giuseppe Gesù abbia appreso – sul piano umano – quella robusta interiorità che è presupposto dell’autentica giustizia, la "giustizia superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli (cfr Mt 5,20).

Lasciamoci "contagiare" dal silenzio di san Giuseppe! Ne abbiamo tanto bisogno, in un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e l’ascolto della voce di Dio. In questo tempo di preparazione al Natale coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù nella nostra vita.

Benedetto XVI, domenica, 18 dicembre 2005

21 dicembre 2005 Commenti disabilitati su

«Ma la differenza più forte tra cristianesimo e islamismo è a proposito di un tema centrale come la concezione di essere umano.

Lo dimostra il fatto che molti paesi islamici non hanno accettato la dichiarazione dei diritti dell’uomo promulgata dalle Nazioni Unite nel 1948, o l’hanno fatto con la riserva di escludere le norme che contravvenivano alla legge coranica, cioè in pratica tutte. Dal punto di vista storico bisogna dunque riconoscere che la dichiarazione dei diritti dell’uomo è un frutto culturale del mondo cristiano, anche se si tratta di norme “universali”, in quanto valide per tutti. Nella tradizione islamica, infatti, non esiste il concetto di uguaglianza di tutti gli esseri umani, né di conseguenza quello di dignità di ogni vita umana. La sharia è fondata su una triplice disuguaglianza: tra uomo e donna, tra musulmano e non musulmano, tra libero e schiavo. In sostanza l’essere umano di sesso maschile viene considerato pienamente titolare di diritti e di doveri solo in quanto appartenente alla comunità islamica: chi si converte a un’altra religione o diventa ateo viene considerato un traditore, passibile della pena di morte o, come minimo, della perdita di tutti i diritti.

La più irrevocabile di queste disuguaglianze è quella tra uomo e donna, perché le altre possono essere superate – lo schiavo con la liberazione, il non musulmano con la conversione all’islam – mentre l’inferiorità della donna è irrimediabile in quanto stabilita da Dio stesso. Nella tradizione islamica il marito gode di una autorità pressoché assoluta sulla moglie: mentre all’uomo è consentita la poligamia, la donna non può avere più di un marito, non può sposare un uomo di altra fede, può essere ripudiata dal marito, non ha alcun diritto sulla prole in caso di divorzio, è penalizzata nella divisione ereditaria e dal punto di vista giuridico la sua testimonianza vale la metà di quella di un uomo».

Cristianesimo e islam nella storia
di Walter Brandmüller

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