30 novembre 2005 § 12 commenti

Il nuovo ordine religioso

Limitare la libertà della Chiesa in nome dei diritti delle donne e lezioni di storia delle religioni uguali per tutto il Continente. Così il Parlamento del Consiglio d’Europa progetta di realizzare l’ateismo di Stato…

di Riccardo Cascioli

Hai voglia a dire che è la Chiesa a interferire negli affari della politica.
La verità è che c’è una ventata (diciamo pure un uragano) di  statalismo a livello europeo che interferisce gravemente negli affari della religione, e soprattutto di quella cattolica, cercando di metterla sotto tutela.
Se è sotto gli occhi di tutti ciò che sta accadendo in Italia – con le forze sconfitte nel referendum sulla Legge 40 che hanno scatenato la campagna d’autunno contro la Chiesa -, meno evidente, ma non per questo meno preoccupante, è ciò che sta avvenendo in Europa.

Lo dimostrano due votazioni effettuate il 4 ottobre scorso all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, l’organismo pan-europeo che raggruppa i 46 Paesi del Vecchio Continente. La prima è l’approvazione della Risoluzione 1464, "Donne e religione in Europa", dove si comincia con il riconoscere che la religione "gioca un ruolo importante" nella vita delle donne europee (art.1), ma per dire subito dopo che "questa influenza è raramente benigna: i diritti delle donne sono spesso ridotti o violati in nome della religione" (art.2).

La religione, dunque, fa male, e questa è una legge generale.

Entrando nel dettaglio, da una parte – dice la risoluzione all’art. 3 – troviamo "violazioni estreme", quali i "cosiddetti crimini d’onore, i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili", che sebbene in crescita sono però ancora rari in Europa. La risoluzione, se ne deduce, non è stata proposta dunque per questi casi. Infatti pare che il problema vero delle donne in Europa siano "più sottili e meno spettacolari forme di intolleranza e discriminazione" che però hanno come effetto la stessa "sottomissione delle donne", ad esempio "rifiutando di mettere in questione una cultura patriarcale che mantiene il ruolo di moglie, madre e casalinga come ideale" (art.4). Quale sarà questa religione, peraltro descritta in modo caricaturale, che vorrebbe l’Europa come l’Afghanistan dei taleban?

Ma se una donna decidesse di sua iniziativa di stare a casa per crescere i propri figli? Vorrebbe dire che è plagiata e lo Stato deve dunque liberarla dalla religione. Leggere per credere: "La libertà di religione – si dice facendo appello alla responsabilità degli Stati membri – non può essere accettata come pretesto per giustificare le violazioni dei diritti delle donne, siano essi aperte, subdole, legali o illegali, praticate con o senza il consenso nominale delle vittime, le donne" (art. 5).

Bisogna però aspettare ancora qualche articolo per capire l’obiettivo vero della risoluzione. Nell’elenco delle richieste che il Consiglio d’Europa fa agli Stati membri troviamo infatti all’art.7.3 che deve essere garantita "la separazione tra chiesa e Stato (minuscole e maiuscole come nell’originale, ndr) che è necessaria per assicurare che le donne non siano soggette a politiche e leggi religiosamente ispirate (p.es. nell’area della famiglia, del divorzio e dell’aborto)".

Eccoci perciò al dunque: il più grosso pericolo – dal punto di vista religioso – che corre oggi l’Europa non è il terrorismo e fondamentalismo islamico, ma il rischio di essere influenzata dalla Chiesa cattolica in materia di vita e famiglia. Per cui gli Stati europei devono limitare la libertà di religione laddove entri in conflitto con i diritti delle donne, ad esempio quando venga "limitata la libertà di movimento o il loro accesso alla contraccezione venga impedito dalla famiglia o dalla comunità" (art. 7.4).

Non basta: gli Stati devono "rifiutare che dottrine religiose democratiche e irrispettose dei diritti delle donne influenzino le decisioni politiche" (art.7.6). Tale pensiero non è molto distante dalla prassi consolidata nella Cina comunista: la religione è tollerata come fatto privato, e in ogni caso non può predicare ciò che è in contrasto con l’ideologia di Stato.

Così arriviamo al paradosso per cui – secondo la risoluzione del Consiglio d’Europa – alla Chiesa cattolica è fatto divieto di insegnare la propria dottrina in materia di sacralità della vita e di famiglia.
Tali affermazioni sono poi rafforzate dalla Raccomandazione 1720 approvata lo stesso giorno dalla stessa Assemblea parlamentare, riguardante "Educazione e religione". Se la religione – come abbiamo visto – è una minaccia, allora è importante educare alla religione nel modo giusto. Nella raccomandazione, infatti, si riconosce che molti problemi – fondamentalismo, razzismo, xenophobia, conflitti etnici – nascono da ignoranza religiosa, come quella che porta tanti giornalisti a "proporre parallelismi tra Islam e certi movimenti fondamentalisti e radicali" (art.4).

Il Parlamento del Consiglio d’Europa chiede dunque al Consiglio dei ministri essenzialmente due cose:
1. Un programma di studio della religione per la scuola primaria e secondaria sostanzialmente uguale per tutti, pur nel rispetto delle diverse situazioni locali. Cardine dell’insegnamento deve essere "la storia delle principali religioni così come la scelta di non avere religione" (art. 14.2). Lo scopo è "far scoprire agli studenti le religioni praticate nel proprio Paese e in quelli vicini, e far loro capire che ognuno ha lo stesso diritto di credere che la propria religione è la vera fede" (art. 14.1). In questo quadro "Paesi dove c’è predominanza di una religione devono insegnare le origini di tutte le religioni piuttosto che favorirne una o incoraggiare il proselitismo" (art. 8).

Possiamo stare sicuri che prossimamente qualcuno si appellerà a questa raccomandazione del Consiglio d’Europa per colpire l’insegnamento della religione in Italia, anche perché il nostro Paese si trova in difetto anche sulla seconda richiesta, ovvero:

2. Tocca agli Stati formare il personale che deve insegnare le religioni secondo i suddetti criteri, e agli Stati tocca anche il compito di far scrivere e fare adottare i conseguenti libri di testo (art. 14.6). Il personale preparato a fare questo però scarseggia, dicono i parlamentari europei, quindi ecco l’idea: il Consiglio dei ministri deve farsi carico di creare un "Istituto Europeo per la formazione degli insegnanti di studi comparativi delle religioni" (art. 13.3).

E così il quadro normativo è completo. Possiamo stare certi che gli assalti di questi mesi alla Chiesa, in Italia, sono ancora niente rispetto a quello che verrà.

Fonte: Il Timone, n. 47, Novembre 2005

29 novembre 2005 § 10 commenti

L’Occidente, civile perché cristiano
Thomas E. Woods jr. non è nuovo alle provocazioni. E il bello è che le sue asserzioni controcorrente sono fondatissime
di Guglielmo Piombini



Dopo avere scalato nel 2004 la classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti con una guida politicamente scorretta alla storia americana, lo storico Thomas E. Woods jr. offre una nuova prova di coraggio intellettuale pubblicando un studio, How the Catholic Church Built Western Civilization (Regnery, Washington 2005), che capovolge molte delle idee correnti sulla storia del cattolicesimo. Nel libro, aggiornato con gli ultimi risultati della ricerca accademica, Woods dimostra in maniera convincente, elencando una impressionante serie di esempi, come la Chiesa cattolica non si sia limitata a dare un contribuito alla formazione della civiltà occidentale, ma l’abbia interamente costruita dalle fondamenta.

Uno dei miti più consolidati che Woods si propone di smontare è quello della presunta ostilità della Chiesa nei confronti della scienza, complice soprattutto il caso Galileo Galilei. Una vicenda, peraltro, che andrebbe decisamente ridimensionata, non solo perché lo scienziato pisano non subì in pratica alcuna punizione, ma anche perché si tratta dell’unico contrasto tra le gerarchie ecclesiastiche e uno scienziato che i detrattori del cattolicesimo sono in grado di citare.

La scienza, per esempio
Uno sguardo d’insieme all’intera storia della Chiesa rivela infatti una realtà ben diversa. Negli ultimi cinquant’anni, quasi tutti gli storici della scienza, compresi A.C. Crombie, David Lindberg, Edward Grant, Stanley L. Jaki, Thomas Goldstein e J.L. Heilbron, sono giunti alla conclusione che, senza l’apporto spirituale e materiale del cattolicesimo, l’Occidente non avrebbe conosciuto alcuna rivoluzione scientifica. L’idea di un universo creato da Dio e ordinato secondo leggi razionali si è infatti rivelata fondamentale per lo sviluppo della scienza. Nelle civiltà fondate su tradizioni religiose diverse in cui la divinità si confonde con la natura (come per esempio nell’animismo o nel panteismo orientale), l’idea che il mondo fisico sia assoggettato a leggi fisse e prevedibili è inconcepibile; per questo motivo il metodo scientifico ha dunque incontrato grosse difficoltà ad affermarsi. Lo stesso è accaduto nella tradizione islamica, la quale condanna i tentativi di scoprire le regolarità naturali come bestemmie che limitano la volontà libera e arbitraria di Allah.

Anche sul piano concreto è difficile trovare un’istituzione che abbia dato più incoraggiamento alla scienza della Chiesa cattolica. La grande maggioranza degli scienziati europei furono uomini di Chiesa: per esempio, padre Nicola Steno è riconosciuto come il padre della geologia; padre Atanasio Kircher è il fondatore dell’egittologia; padre Giambattista Riccioli è stato il primo a misurare il grado di accelerazione di un corpo in caduta libera; il geniale padre Ruggero Boscovich viene considerato il padre della teoria atomica; i gesuiti hanno dominato a tal punto lo studio dei terremoti che la sismologia venne chiamata “la scienza gesuitica”; per non parlare del contributo incalcolabile dato all’astronomia, tanto che 35 crateri sulla luna prendono il nome da scienziati o matematici gesuiti.

I monaci, benedetti praticoni
Basterebbe inoltre addentrarsi nei sistemi d’insegnamento dell’università medioevale, un’altra gloriosa invenzione del mondo cattolico, per escludere l’idea che la vita intellettuale dell’epoca fosse soffocata dalla superstizione o dall’autoritarismo ecclesiastico. Nelle università medioevali, la cui autonomia venne spesso difesa dai papi, fiorì invece la più ampia libertà di ricerca intellettuale. Era pratica comune che il maestro proponesse una questione da risolvere agli studenti, i quali dovevano confrontarsi tra loro dibattendone razionalmente tutte le possibili sfaccettature. Per ricevere la laurea uno studente doveva inoltre dimostrare di saper “determinare” (cioè risolvere) da solo una questione. Questa enfasi che le università medioevali davano allo studio della logica, osserva Woods, è rivelatrice di una civiltà che mirava a comprendere, dimostrare e persuadere, non certo a imporre o a censurare. Solo da questo metodo di studio poteva svilupparsi una filosofia razionale, rigorosa e sistematica come la cosiddetta scolastica.

Gli uomini di Chiesa eccelsero del resto non solo a livello teorico, ma anche nelle applicazioni pratiche. I monasteri medioevali, particolarmente quelli benedettini, furono dei centri di avanguardia tecnologica, e il loro contributo alla civiltà occidentale è a dir poco immenso. Tra i tanti loro meriti, i monaci eccelsero nel tramandare la cultura antica copiando i testi classici; preservarono l’alfabetizzazione nell’Europa invasa dai barbari; da pionieri aprirono all’agricoltura vaste lande e foreste; introdussero nuove colture, nuovi alimenti e nuove bevande; costruirono i mulini ad acqua, perfezionarono la metallurgia e introdussero in Europa un livello di meccanizzazione sconosciuto a tutte le civiltà antiche. Si presero poi cura del paesaggio, riparando gli argini dei fiumi, i ponti e le strade; s’impegnarono nel soccorso ai viandanti e ai naufraghi, e alleviarono la condizione dei bisognosi con numerose iniziative di carità.
Non va dimenticata, infatti, l’origine cattolica di tutte le opere assistenziali che esistono ancora oggi, a partire dagli ospedali.
Nell’antichità, i poveri e i malati venivano generalmente trattati con disprezzo, ed era assente l’idea di fare del bene al prossimo senza ricevere qualcosa in cambio. I gesti di liberalità verso i poveri erano in genere compiuti da personaggi eminenti in cerca di fama e di benevolenza, e venivano praticati in maniera indiscriminata senza guardare alle effettive necessità dei destinatari. L’impegno della Chiesa verso i bisognosi fu invece un fenomeno completamente nuovo, nello spirito e nelle dimensioni: nessun re o imperatore sarebbe mai stato in grado di mantenere, sfamare e curare tante persone come invece avveniva quotidianamente nelle istituzioni caritatevoli della Chiesa.

Questi atteggiamenti nascevano infatti da una nuova morale che, grazie alla predicazione della Chiesa, aveva gradualmente soppiantato le brutalità dei costumi barbarici. I principi etici fondamentali che ancora oggi prevalgono in Occidente derivano proprio dall’idea cristiana della sacralità della vita umana, che discende a propria volta dalla concezione teologica dell’unicità e del valore di ogni persona in virtù della sua anima immortale. Fu dunque merito delle energiche prese di posizione della Chiesa se vennero abolite quelle pratiche antiche che mostravano disprezzo sommo per la vita umana, quali l’infanticidio e i giochi gladiatori. La Chiesa condannò inoltre la schiavitù, i duelli, il suicidio, l’aborto, la promiscuità, le perversioni sessuali e l’infedeltà coniugale. Se il cristianesimo delle origini attrasse tantissime donne, ricorda Woods, si deve anche al fatto che la Chiesa aveva santificato il matrimonio e proibito il divorzio, che nelle società antiche era generalmente permesso solo agli uomini. La donna trovò quindi negl’insegnamenti della Chiesa una protezione della propria autonomia e questo spiega l’alto numero di donne che hanno raggiunto la santità. In quali altre parti del mondo, fuori dal cattolicesimo, le donne avrebbero potuto liberamente fondare e gestire comunità religiose autorganizzate, scuole, conventi, collegi, ospedali e orfanotrofi?

E liberismo a go-go
Queste elevate idee morali diffuse dal cattolicesimo si riverberarono nel campo giuridico, influenzando in maniera decisiva. La concezione tipicamente occidentale, secondo cui gli uomini possiedono alcuni diritti naturali per il solo fatto di esistere, non nasce affatto nel Seicento con John Locke o nel Settecento con gl’illuministi. Riprendendo gli importanti studi recenti di Brian Tierney, Woods ricorda che l’idea dei diritti naturali nasce fra i giuristi della Chiesa dei secoli XII e XIII, i canonisti medioevali. Partendo da questa elaborazione giusnaturalista, i pensatori cattolici hanno posto anche le fondamenta del diritto che regola i rapporti tra le diverse nazioni, compresa la teoria della guerra giusta. In particolare, il diritto internazionale nasce nel Cinquecento con il domenicano spagnolo Francisco de Vitoria, che prese le difese dei diritti naturali degli indios contro le usurpazioni dei conquistadores.

E non è tutto, perché gli uomini di Chiesa hanno dato grandi contributi anche al pensiero economico moderno. Avvalendosi degli studi di Joseph Schumpeter, Murray N. Rothbard e Alejandro A. Chafuen, Woods ricorda che già nel Medioevo i francescani Giovanni Olivi e san Bernardino da Siena, e poi i tardoscolastici cinquecenteschi della scuola di Salamanca, anticiparono la rivoluzione marginalista di fine Ottocento concependo una compiuta teoria del valore soggettivo, di gran lunga più sofisticata della erronea teoria del valore-lavoro diffusa diversi secoli dopo da Adam Smith e dagli economisti britannici, influenzati probabilmente dalla teologia calvinista.
Come sarebbe oggi l’Europa se nella letteratura, nell’arte, nell’architettura, nella scienza, nella morale, nel diritto e nell’economia dell’Occidente fosse mancata l’impronta della Chiesa cattolica? Si tratta di un interrogativo imbarazzante, che gli uomini occidentali di oggi, secolarizzati e desiderosi di sbarazzarsi delle proprie radici cristiane, preferiscono rimuovere.

Fonte: www.ildomenicale.it

28 novembre 2005 Commenti disabilitati su

Con colpevole ritardo pubblico:

L’Italia è attraversata da una grande emergenza. Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica – a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce  la persona, e quindi la società.
Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro.
Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli.
Per anni dai nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisioni – si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere.
È diventato normale pensare  che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza  risposta.
È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere.
Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa.
Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti.
Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose.
Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà.
È la strada sintetizzata in un libro cruciale, nato dall’intelligenza e dall’esperienza educativa di don Luigi Giussani: Il rischio educativo. Tutti parlano di capitale umano e di educazione, ci sembra fondamentale farlo a partire da una risposta concreta, praticata, possibile, viva.
Non è solo una questione di scuola o di addetti ai lavori: lanciamo un appello a tutti, a chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo.
Ne va del nostro futuro.

28 novembre 2005 § 2 commenti

Vittorio Messori ha voluto condividere in questa intervista a ZENIT le esperienze da lui raccolte nel suo nuovo libro, nel quale approfondisce l’ “abisso di mistero” rappresentato dalla Vergine Maria.

Chi è Maria? Come spiegare il mistero di una donna che viene scelta dal Creatore per dare corpo e sangue a Gesù?

Messori: Maria non è che un’oscura donna di un villaggio oscuro (nessun testo precristiano parla di Nazareth, tanto che qualcuno ha tentato di dimostrare che non esisteva un luogo con quel nome). Maria, per la sapienza del mondo è un nulla. Per la prospettiva della fede è un abisso di mistero: è persona umana come noi e al contempo è strumento indispensabile per l’evento di gran lunga maggiore, l’incarnazione di Dio stesso. In Cielo, stando alla prospettiva cattolica, ci sono oggi due corpi come i nostri, glorificati per l’eternità: quello di Gesù e quello di sua Madre. Anticipano, essi soli, quanto anche noi saremo.

Perchè questo libro? Quali sono gli obiettivi ed il senso della sua ricerca?

Messori: Quando, nel 1976, pubblicai il mio primo libro, “Ipotesi su Gesù”, molti lettori mi chiesero di mettermi al lavoro per delle “Ipotesi su Maria”. La cosa, allora, mi parve strana, inaccettabile. Il fatto è che Gesù lo si incontra sulle strade, la Madre sta in casa, nella discrezione: la si conosce, e la si ama, quando si raggiunge abbastanza intimità con il Figlio per entrare dove Egli abita.

Due, comunque, le sfide che ho cercato di affrontare in queste più che 500 pagine: innanzitutto, mostrare che si può essere convinti devoti mariani senza cadere in una certa retorica, in una certa melassa di un certo devozionalismo. Mostrare, poi, che il far posto alla Madonna non è l’hobby di credenti sentimentali o ignoranti ma un’esigenza irrinunciabile per ogni credente. Tutto ciò che la Chiesa ha detto e dice sulla Madre è, in realtà, a servizio del Cristo, a difesa della Sua umanità e al contempo divinità. La “mariologia” è, in realtà, “cristologia”, i suoi dogmi non sono che conferma e baluardo di quelli sul Figlio. Là dove Maria è stata dimenticata, prima o poi è svanito anche il Cristo.

Innumerevoli gli argomenti e le storie narrate dal libro. Particolarmente interessante il capitolo intitolato “L’Europa e la donna dell’Apocalisse”, in cui racconta si la genesi della bandiera d’Europa, tratta dal bozzetto di un giovane disegnatore alsaziano, tale Arsène Heitz, che si ispirò alla “Donna vestita di sole” dell’Apocalisse. Potrebbe raccontarcela in breve?

Messori: Ma sì, per una sorta di ironia divina, quella Europa che non ha voluto riconoscere le sue radici cristiane, ha adottato (e senza accorgersene!) una bandiera su cui campeggiano, in campo azzurro mariano, le dodici stelle che nell’Apocalisse incoronano la Donna in cui la fede vede Maria. Il progetto dello stendardo europeo è stato fatto da un devoto che si è ispirato al disegno di quella Medaglia Miracolosa che a Parigi, nel 1830, la Madonna chiese a santa Caterina Labouré di far coniare. Insomma, l’agnostica, spesso massonica o comunque non cristiana né meno che mai cattolica Nomenklatura europea è stata in qualche modo “beffata” da un straordinario Disegno celeste: e quando se ne sono accorti, era troppo tardi per rimediare…

Di fronte alle ondate di secolarizzazione, degli ultimi tre decenni, la devozione mariana ha conservato moltissime comunità cattoliche, le quali recitando il rosario hanno mantenuto fede e tradizione. Eppure, anche in alcuni ambiti cattolici, si guarda con sufficienza alla devozione mariana, considerata antimoderna e troppo tradizionale. Qual è il suo parere in proposito?

Messori: In queste ‘Ipotesi su Maria’ mi occupo molto di apparizioni, pur limitandomi a quelle riconosciute dalla Chiesa. Nelle apparizioni, la Madonna continua la sua vocazione di madre che corre presso ai figli nei momenti difficili: dall’inizio della modernità, è la fede stessa ad essere minacciata, il gregge dei credenti sembra in pericolo di disperdersi. Le apparizioni sono un richiamo, una scossa, una conferma, una rassicurazione.

Frequento quando posso da pellegrino, oltre che da studioso, i santuari mariani europei: vi incontro le folle che non frequentano più la loro parrocchia ma sono attratte da quei luoghi dove la presenza materna si è manifestata. In Occidente, l’incremento dei pellegrinaggi è stato il solo indice con il segno ‘più’ in una Chiesa dove tutto diminuiva, dalla frequenza, ai sacramenti, alle vocazioni.

La devozione mariana è oggi forse la maggiore risorsa pastorale: e non so che pensare di certi Clerical Intellectuals che rifiutano o addirittura spregiano questa straordinaria possibilità. Ma, per fortuna, l’uomo medio non legge i teologi “adulti” e “critici” ma è ancora e sempre affascinato se gli fa balenare la possibilità che, in un santuario, una Madre misericordiosa lo attende.

Storicamente l’espansione dei cristiani viene spiegata anche grazie ad una alta concezione della donna rispetto al disprezzo del mondo pagano. Quanto della concezione cristiana sulla donna è spiegabile con la figura di Maria? E che cosa potrebbe dire oggi Maria al movimento per l’emancipazione delle donne?

Messori: Vent’anni fa, dopo alcuni giorni di colloquio con il Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Cardinal Joseph Ratzinger, pubblicavo “Rapporto sulla fede”. Il futuro Benedetto XVI mi diceva che alla crisi della donna, spesso così dolorosa per essa, i cristiani dovevano opporre un antidoto: Maria, appunto. Nella stessa persona convivono in lei le due grandi vocazioni femminili: la verginità e la maternità. Se ben inteso, il culto mariano non solo non è un ostacolo ma è un aiuto prezioso perché le donne ritrovino una strada che valorizzi davvero il mistero della femminilità.

25 novembre 2005 § 2 commenti

Nato il bimbo su misura per curare la sorella  

 

Bene, ci congratuliamo con i genitori, auguriamo felicità a loro, al piccolo arrivato ed una pronta guarigione a Marta. 

Chiediamo però alla giornalista di rivolgere almeno un pensiero a quegli embrioni scartati perché inadeguati, perché non idonei, perché non “utili”, sempre che sia al corrente di cosa significhi “Concepito su misura, in provetta, con doppia selezione di embrioni in modo che nascesse non solo sano, senza ereditare l’alterazione genetica dei genitori”, ma anche per fare da donatore alla sorella".

25 novembre 2005 § 3 commenti

AVVENIRE, 24 novembre 2005

Partiamo da oggi con un ampio giro d’orizzonte nei consultori pubblici per raccontare ciò che avviene in questi centri che, nati anche per essere presidi a tutela della maternità e della maternità responsabile – secondo quanto previsto dalla legge del 1975 – sono in gran parte diventati soltanto luoghi per la certificazione dell’aborto. Obiettivo del nostro lavoro anche quello di capire come si potrebbero inserire in questo contesto i volontari per la vita, secondo quanto già indicato dall’articolo 2 della "194"

Di consultorio in consultorio per tutta Milano, con una domanda, sempre la stessa: vorrei abortire, come devo agire? Lo abbiamo fatto ieri, con la sola intenzione di capire che cosa realmente accade quando una donna si presenta con questa "esigenza" nel luogo in cui, secondo la legge 194, riceverà aiuto per "superare le cause che potrebbero indurla all’interruzione della gravidanza".

Un viaggio nel dolore e nell’imbarazzo di tante donne, cui ovunque la prima domanda che viene rivolta, di routine, è: «Ultima mestruazione?». Richiesta che ha il suo perché, (la legge consente l’aborto solo entro le 12 settimane di gravidanza), ma che, posta sempre e ovunque per prima, ha più il tono di sveltire una pratica ineluttabile che non di provare a trovare delle alternative. Chi ci accoglie è quasi sempre gentile, si vede che ha a che fare con casi umani spesso ai margini della disperazione, ma ovunque è costretto a presentarci il primo degli ostacoli: «Ci vuole un appuntamento, siamo oberati di lavoro. Però i casi come il suo hanno una corsia preferenziale». Ancora nessun accenno a vie alternative, alle forme di sostegno che darebbero una mano a tenere il bambino e a prenderne cura dopo la nascita. Eppure di fronte non ci troviamo una segretaria, infatti al telefono o all’accettazione troviamo sempre psicologhe o ostetriche che un sistema sanitario in deficit costringe a mansioni tutto-fare: «Non abbiamo più la centralinista, da temp o facciamo tutto noi», ci spiegano cortesemente nella sede centrale.

Per abortire il bimbo una corsia "preferenziale" la troviamo sempre, dunque… E viene da pensare a quando, giorni fa, ci siamo messi in lista d’attesa per un’ecografia per sospetto cancro: primo posto libero nel 2007, ci hanno risposto. Forse un bimbo è più pernicioso di un tumore, perché qui invece ci danno già appuntamento «vista l’emergenza»: ci spiegano che settimana prossima avremo il colloquio con l’assistente sociale o sanitario poi, il giorno stesso, la visita con il medico, da cui usciremo già con il certificato in mano. Tutto qui? Sembra troppo facile e proviamo a sondare meglio: «Sono confusa, temo di non sapere bene cosa voglio, in fondo è sempre un figlio, ho bisogno di parlarne con qualcuno, con chi mi dica quali altre possibilità mi restano, eventualmente mi faccia anche cambiare idea…». La risposta è sempre quella: il colloquio con l’assistente sociale, farà chiarezza. Un solo colloquio: ha del miracoloso… E a dubbi dissipati arriva il certificato medico, con cui si accede una settimana dopo alla sala operatoria. Insistiamo: ma se lo tenessi avrei dei supporti? «Non economici, glielo dico chiaro». E uno psicologo non lo incontro?. «Sì, se lo vuole c’è». Se lo voglio? Ma non è previsto sempre?. No, il medico dell’anima, quello che potrebbe agire sulla coscienza senza dimenticare la scienza, salta fuori solo nei casi estremi, «se l’assistente sociale dovesse cogliere una forte confusione».

Comunque, ribadiscono in tutti i consultori, «la decisione spetta solo a lei, solo la donna può e deve decidere cosa fare di suo figlio». E anche all’ultimo momento si può ancora cambiare idea, «qui nessuno la costringe ad abortire», mi aggiunge un’ostetrica in zona 2. Grazie, ma il punto non è questo, la prospettiva, anzi, è capovolta: noi cerchiamo qualcuno che ci "costringa" a pensarci bene, a lasciare la morte come ultima ratio, a preferire la vita. Rispettosamente, con delicatezza, in formando. Ma l’ostetrica è spiccia: «Se una donna non se la sente di essere madre è meglio che non lo diventi. Al di là di qualsiasi convinzione religiosa». Lo sta dicendo a una donna che, per quanto ne sa lei, è incinta, in prospetto di abortire e confusa: immaginiamo l’effetto che le sue parole avrebbero se il caso fosse reale.

Ma infine tra chi ci invita ad accelerare i tempi («Lei è già all’ottava settimana, si deve affrettare»), chi ci ricorda che dicembre non è l’ideale («Ci sono molti congressi». In che senso, scusi? «I medici sono via per convegni e riunioni»), chi rimpalla il nostro caso («In zona 3 l’hanno mandata da noi? Beh, allora anche noi siamo piuttosto pieni»), c’è anche l’eccezione ed è una psicologa: ci parla finalmente da subito di sostegno dei servizi sociali se teniamo il bimbo, di Centri di aiuto alla vita, del suo compito di informare la donna in modo che decida nella consapevolezza. E ricorda: «Quando avrà il certificato in mano, la norma prevede che le resti una settimana per riflettere». Accompagnata da voi, voglio sperare? «Beh, no, ma se ha ancora bisogno magari ci chiami». Questo è tutto.

24 novembre 2005 Commenti disabilitati su

Arde sicura la lampada dentro,
se i servi la forniscono di olio.
Non se ne cura l’attivo lucignolo
intento al proprio compito fosforico!

Dimenticata la schiava di riempirla –
brucia ancora la lampada dorata
senza sapere che l’olio è finito
e che la schiava se n’è andata.

Emily Dickinson

 

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