Il desiderio di perdono

13 settembre 2005 Commenti disabilitati su Il desiderio di perdono

Domenica ho finalmente gustato un bel film come se ne vedono pochi oggi in giro. Uno di quei vecchi film hollywoodiani fatti come si deve con attori che recitano come si deve. Parlo de "La lunga estate calda" (titolo orginale: The long, hot summer), film del 1958 con Paul Newman, Joanne Woodward ed Orson Welles, e tratto dal romanzo The Hamlet di William Faulkner
Un film che riesce a mostrare la psicologia dei personaggi e ne sa trasmettere i desideri. Ben Quick desidera una casa e il rispetto della gente; Clara desidera metter su famiglia; Jody desidera il rispetto e l’amore del padre, sapendo che non può essere il figlio che il padre vorrebbe. Il padre di Jodi e di Clara, Will Varner vuole un discendente, vuole dei nipoti e vuole che la figlia si sposi, possibilmente con Ben Quick perché lo considera della sua stessa pasta.
E questi desideri si realizzano. Tutti. In particolare è bella la scena in cui Jody realizza il suo desiderio. Preso dalla disperazione di aver deluso il padre e di non saper conquistare la sua fiducia, lo chiude nel fienile e appicca il fuoco. Ma non riesce a trattenere l’amore per il padre, non riesce ad assistere alla sua fine orribile e preso dal rimorso spalanca la porta del fienile e salva il padre, conquistandosi così il suo rispetto. Bellissime le parole di Will Varner (vado a memoria): "Il tuo rancore e il tuo odio ti hanno spinto a un gesto orribile. Ti hanno portato all’Inferno. Ma il tuo amore ti ha portato alla Redenzione". Il pentirsi di quel gesto ammorbidisce la durezza del padre che perdona e anzi dona quell’amore che il figlio aveva sempre cercato e desiderato. Il desiderio più difficile da realizzare si compie per la gioia di entrambi.
 

Marcia

12 settembre 2005 § 9 commenti

 La Vera Marcia della Pace

 

 

In cammino

9 settembre 2005 § 7 commenti

Girando per blog capita di incontrare le più disparate persone: amici con cui condividere l'esperienza della fede, curiosi che si interrogano con sincero interesse, anticlericali che si scagliano contro qualsiasi cosa provenga da Oltretevere. Di tutto. Spesso si finisce per interessarsi di tanti e svariati argomenti, di iniziare discussioni interessanti e – perchè no – anche di litigare. Si cerca di "dare ragione della nostra fede", come ci chiede Pietro e QualcunAltro. Ma in questo modo spesso si rischia di fare come Marta, girare a vuoto senza stare attenti a Gesù che parla. Oppure perdere di vista quel pellegrinaggio interiore di cui parlava il Papa:
 

 

Nel nostro pellegrinaggio con i misteriosi Magi dell'Oriente siamo giunti a quel momento che san Matteo nel suo Vangelo ci descrive così: "Entrati nella casa (sulla quale la stella si era fermata), videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono" (Mt 2,11). Il cammino esteriore di quegli uomini era finito. Erano giunti alla meta. Ma a questo punto per loro comincia un nuovo cammino, un pellegrinaggio interiore che cambia tutta la loro vita.
Benedetto XVI, 20 agosto, Marienfeld

 


Vorrei mantenere quel cammino, immaginandomi sulla strada verso Emmaus, in compagnia di amici e di uno Sconosciuto.
 

 

Natalità

7 settembre 2005 § 8 commenti

Uno studio basato sul calendario di Qumran depone per la storicità della data tradizionale

E se Gesù fosse nato davvero il 25 dicembre?

di Roberto Beretta
Drin. "Ma lei lo sa che Gesù non è nato il 25 dicembre?". L'approccio è classico per i Testimoni di Geova, quando suonano alla porta nelle loro peregrinazioni missionarie. E poi giù a dimostrare ó accomodati nel salotto dell'interlocutore ó come la data del Natale, in realtà, sia quella convenzionale della festa romana (e pagana) del sol invictus e che quindi la Chiesa cattolica spacci falsità ai suoi aderenti: fin dall'anagrafe del suo stesso Dio.

Ma è davvero così? Il 25 dicembre è veramente una data solo simbolica, scippata al paganesimo e – secondo una prassi per la verità piuttosto abituale per i credenti dei primi secoli – reinterpretata in base alla teologia cristiana? Sostenere il contrario sembrerebbe opera da fondamentalisti, ormai, tanta è la sicurezza che studiosi (anche di provata fede cattolica) ostentano in materia. La cadenza decembrina, così prossima al solstizio d'inverno, sarebbe stata fissata nel IV secolo per sovrapporsi al culto indo-iranico di Mithra, importato a Roma dall'imperatore Aureliano (270 e dintorni) e così adatto per tanti suoi simboli (la stella, la nascita in una grotta, i pastori, i Magi-sacerdoti mazdei…) a significare l'evento di Betlemme. Già in un calendario liturgico risalente al 326, infatti, la data del 25 dicembre è segnata come quella della nascita di Gesù.

Ma, in un saggio pubblicato pochi anni fa sulla rivista della Pontificia Università Urbaniana Euntes docete, lo studioso Antonio Ammassari ha rimescolato le carte a tanta certezza. Riprendendo un lavoro firmato nel 1958 dal professore israeliano Shemaryahu Talmon, che ricostruiva secondo il calendario solare biblico trovato a Qumran i turni di servizio dei sacerdoti al tempio di Gerusalemme, Ammassari giungeva a scoperte interessanti. Secondo l'evangelista Luca, infatti, Zaccaria (padre di Giovanni Battista) apparteneva alla classe sacerdotale di Abìa ed era in servizio a Gerusalemme quando l'arcangelo gli preannunciò la nascita del figlio. Ora, il gruppo di Abìa esercitava al Tempio di Salomone due volte l'anno: dall'8 al 14 del terzo mese (Sivan, corrispondente a maggio-giugno) e tra il 24 e il 30 dell'ottavo mese (Heshvan, ovvero ottobre-novembre).

Prendendo per buona questa seconda ipotesi, l'annuncio a Zaccaria sarebbe avvenuto abbastanza vicino al 23 settembre, festa liturgica della "concezione di Giovanni" secondo il calendario bizantino; e la nascita del Battista verrebbe conseguentemente a cadere circa 8 mesi più tardi: cioè verso il 24 giugno, tradizionale memoria di san Giovanni.

Non solo: giacché Luca colloca la visitazione angelica a Maria nel sesto mese di gravidanza della cugina Elisabetta, si può risalire alla data dell'annunciazione; che andrebbe collocata pertanto verso aprile (la festa liturgica dell'evento è il 25 marzo). Quindi la collocazione del Natale di Cristo intorno al 25 dicembre non sarebbe poi così simbolica e ó per dirla con le parole stesse di Ammassari ó "risalirebbe ad una tradizione giudaico-cristiana registrata implicitamente da Luca".

A rafforzare la sua tesi, lo studioso indica che essa coincide con il calendario di lettura continua dei salmi rispettato dagli ebrei ortodossi dei tempi di Gesù; in sostanza: la natività del Battista cadrebbe nei giorni in cui si recitava anche il salmo 85, nel quale ricorre la medesima radice del nome Giovanni; l'annunciazione a Maria avverrebbe invece intorno al periodo dedicato alla lettura del salmo 18, in cui ritorna con insistenza lo stesso radicale "salvare" presente pure in "Gesù"; e infine il Magnificat sarebbe stato pronunciato in corrispondenza con i giorni riservati dal "breviario giudaico" al salmo 33 (quello che fa: "Celebrate il Signore con me perché è grande…).

Insomma, le coincidenza fanno pensare. E, nonostante non manchino certe stiracchiature di calendario e alcune controindicazioni (per esempio: l'attività dei pastori, presenti a Betlemme, in Palestina si svolgeva solo dalla primavera all'autunno (cf nota previa), l'anno scorso il professor Tommaso Federici dell'Urbaniana ha preso posizione a favore della tesi di Ammassari dalle pagine dell'Osservatore romano, lamentando anzi che "tale studio capitale non sia stato rilevato dal grande circuito degli studiosi". È vero che già nel II secolo Clemente Alessandrino scriveva di non conoscere la vera data di nascita di Cristo, e che il Natale dei primi secoli fu celebrato prima il 25 aprile, poi il 24 giugno e infine il 6 gennaio; ma non sarebbe male approfondire scientificamente la questione. Se non altro per avere di che discutere con i Testimoni di Geova.

La salita

6 settembre 2005 § 5 commenti

Letture

6 settembre 2005 Commenti disabilitati su Letture

Il nostro caro Antonio Socci dà una nuova lezione a Pietro Citati

e Christian Rocca dà una nuova lezione agli sciacalli di casa nostra e non solo

Briciole

5 settembre 2005 § 1 Commento

«C’è talvolta, nel volto e nel contegno d’un uomo, un’espressione così immediata, si direbbe quasi un’effusione dell’animo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell’animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s’era fatto frate, né veniva a quell’umiliazione per timore umano: e questo cominciò a concigliarglieli tutti. Quando vide l’offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: – io sono l’omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio -. Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s’alzò, per tutta la sala, un mormorìo di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d’ira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l’inginocchiato, – alzatevi, – disse, con voce alterata: – l’offesa… il fatto veramente… ma l’abito che portate… non solo questo, ma anche per voi… S’alzi, padre… Mio fratello… non lo posso negare… era un cavaliere… era un uomo… un po’ impetuoso… un po’ vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più… Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura -. E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: – io posso dunque sperare che lei m’abbia concesso il suo perdono! E se l’ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s’io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono!
– Perdono? – disse il gentiluomo. – Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti…
– Tutti! tutti! – gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s’aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un’umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell’aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace. Un – bravo! bene! – scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: – padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d’amicizia -. E si mise per servirlo prima d’ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, – queste cose, – disse, – non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono -. Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto d’argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell’anticamere, per isbrigarsi da’ servitori, e anche da’ bravi, che gli baciavano il lembo dell’abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della città; d’onde uscì, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato.
Il fratello dell’ucciso, e il parentado, che s’erano aspettati d’assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza».
Alessandro Manzoni, «I Promessi Sposi», Cap. IV.

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