20 settembre 2005 Commenti disabilitati su

La fantasia divina dell’Amore (Parte quarta)

All’inizio della cena pasquale (la cena della Prima Messa), Giovanni offre una precisa chiave di lettura della vita del Signore. Scrive: "Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino al segno estremo" (Gv 13, 1). Giovanni chiaramente afferma che la vita di Gesù è spiegabile solo alla luce dell’amore. Gesù, infatti, è venuto al mondo per amore, ha parlato per amore, ha agito per amore, è vissuto per amore, è morto per amore … perché Egli è il Figlio di Dio: e Dio è Amore!
Giovanni, subito dopo, racconta con evidente emozione un episodio nel quale appare in modo inequivocabile la vera onnipotenza di Dio: l’onnipotenza dell’amore!
Dice l’evangelista: "Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita" (Gv 13, 2-4).
Il comportamento di Gesù è lontano da ogni logica umana.
Egli sapeva che Giuda aveva deciso di tradirlo, sapeva che Pietro lo avrebbe rinnegato, sapeva che gli altri sarebbero tutti scappati e l’avrebbero lasciato solo e, pertanto, poteva sentirsi provocato e giustificato a compiere gesti di legittimo sdegno: poteva chiudere i conti con quegli uomini ingrati (che, in verità, siamo tutti noi!) e invece … ecco il comportamento di Dio: si mette a lavare i piedi!
Desidero sottolinearlo: in questo gesto Dio si manifesta, in questo gesto Dio rivela il suo modo di reagire, in questo gesto Dio rivela che la sua onnipotenza è l’amore!
Noi che siamo così distanti da Dio, noi che siamo così diversi da Dio … facciamo fatica a seguire il racconto e a immaginare Dio nella veste di un servo che lava i piedi: l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra è infinitamente umile, è infinitamente mite, è infinitamente paziente … perché è infinito Amore.
Chi non prova brividi davanti a queste parole: "Versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto" (Gv 13, 5)? Chi riesce ad immaginare che Dio si nasconda in questo gesto riservato esclusivamente agli schiavi? E, affinché lo stupore sia totale, è doveroso ricordare che Gesù ha lavato i piedi a tutti noi, perché i piedi degli apostoli sono rappresentativi dei piedi di ogni uomo: anche dei miei, anche dei tuoi! Ci pensate?!
Per un ebreo il gesto della lavanda dei piedi era umiliante ed avvilente. Non dimentichiamo che, nel libro della Genesi, quando è ricordato l’incontro di Abramo con i tre misteriosi personaggi, egli per esprimere tutta la cordialità dell’ospitalità dice: "Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero" (Gen 18, 4). Abramo neppure lontanamente pensa … di lavare lui i pedi! Era un gesto impensabile … per un ebreo.
A questo punto capisco la reazione di Pietro. Pietro prova sdegno, Pietro si rifiuta di accettare questo volto di Dio troppo umile e troppo buono; Pietro ha paura di stare dalla parte di un Dio che si comporta così, perché egli, ragionando alla maniera umana, pensa che un Dio così buono … finisca male: finisca davvero sulla Croce! E Pietro non vuole che accada!
E reagisce: "No, non mi laverai i piedi in eterno! (Gv 13, 8), cioè: "Io così non ti accetto! Io così non ti seguo! Io ho un’altra idea di Dio!".
Ma l’idea di Pietro era … un idolo! Cioè era un "dio" che non c’è. Era un "dio" immaginato dagli uomini che attribuiscono a Dio il potere amplificato dei potenti di questo mondo: no, non è corretto questo modo di pensare Dio! Anche se è tanto diffuso!
E, allora, Gesù è costretto a dirgli: "Se non ti laverò (i piedi), non avrai parte con me (nel mio Regno)" (Gv 13, 8). Cioè: "Pietro, Dio è così,: io ti sto manifestando il Volto che tu non conoscevi e che non potevi conoscere: Pietro, se non credi in me, ti metti contro Dio e ti trovi all’opposto di Dio!". Pietro, pur non comprendendo pienamente quel che diceva, ebbe l’umiltà di esclamare: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo" (Gv 13, 9).
E, dopo questo colloquio, Gesù regala agli apostoli l’Eucaristia! Chi l’avrebbe mai fatto? Chiunque avrebbe detto: questi uomini (ancora una volta: siamo tutti noi!) non meritano niente, tanto meno meritano un dono come l’Eucaristia! Che uso ne faranno? Quante profanazioni commetteranno? Quanti baci di Giuda ripeteranno? Quanti rinnegamenti moltiplicheranno? Quanti sacrilegi mi sputeranno addosso?
Gesù sapeva tutto questo, ma Gesù è Dio e Dio è Amore: e regala l’Eucaristia!
Si provano brividi di emozione e di vergogna ascoltando il racconto dell’Evangelista: "Preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio Corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: ‘Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi!" (Lc 22, 19-20).
L’Eucaristia è il gesto dell’amore eccessivo di Cristo reso presente nel segno sacramentale, affinché diventi nostro quotidiano nutrimento, cioè diventi la nostra vita: personale e ecclesiale insieme. In ogni Eucaristia, infatti, si compiono queste parole di Gesù: "Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv 17, 25-26). In ogni Eucaristia noi entriamo in comunione con il gesto salvifico della Croce, che è gesto di amore supremo, per diventare sempre di più un popolo che ama con lo stesso amore di Cristo e, di conseguenza, per essere il Suo corpo ecclesiale.
I racconti della istituzione dell’Eucaristia, nei quali già si riflette una Chiesa che viveva di Eucaristia, non lasciano ombra di dubbio: Gesù nell’ultima cena ha offerto da mangiare il Suo "Corpo dato" e il Suo "Sangue versato". Cioè: nei segni sacramentali del pane e del vino, Egli ha consegnato – perché sia fatta propria e diventi sorgente di vita – la Sua passione, il Suo atto di offerta, la Sua vita nella condizione della suprema Carità.
L’Eucaristia, pertanto, ha questo scopo: renderci un solo popolo nelle cui vene spirituali circola l’Amore di Dio. Noi non dobbiamo difenderci dall’Eucaristia (come spesso accade!), ma dobbiamo aprirci al suo dinamismo e lasciarlo operare pienamente in noi. Così diventeremo roveti ardenti nel buio e nel freddo del mondo!

 

 

19 settembre 2005 Commenti disabilitati su

La fantasia divina dell’Amore (Parte terza)

Che cos’è l’Eucaristia?
Nella storia di Edith Stein, come in quella di Adolphe Ritté e di tutti i convertiti, è commovente constatare che ogni itinerario di ritorno a Dio … approda alla Santa Eucaristia e qui trova il compimento e l’appagamento.
Chiediamoci, allora: che cosa è l’Eucaristia?
Tempo fa mi è capitata tra le mani una rivista che pubblicava una foto di una manifestazione avvenuta a Milano e organizzata da una gruppo di musulmani.
Alcuni manifestanti tenevano in mano dei cartelloni, nei quali era perfettamente leggibile questa scritta: "Cristiani antropofagi! Cristiani ematofagi! Cristianesimo sempre più giù e Islam sempre più su!".
Non credevo ai miei occhi e ho provato subito un sentimento di acuto dolore per la totale incomprensione dell’Eucaristia, che si nascondeva dietro quelle scritte terribilmente offensive perché totalmente bugiarde.
Noi cristiani siamo, forse, dei cannibali? Mangiamo il Corpo di Cristo come si mangia una bistecca alla fiorentina?! Assolutamente no! Qui c’è un grande equivoco e va subito demolito.
Che cosa avviene, infatti, nella Santa Comunione?
Ve lo spiego con un esempio preso dalla vita di una giovane famiglia nella quale è sbocciata una nuova creatura.
La mamma tiene in braccio la terza figlia nata da pochi giorni, mentre il papà accompagna il fratellino di tre anni e mezzo e la sorellina di cinque anni … a salutare l’ultima arrivata.
I bambini entrano nella camera della mamma e osservano la scena che si presenta al loro sguardo: la mamma sta allattando! I bambini restano sorpresi, perché non capiscono il senso di quel gesto tipicamente materno. In modo particolare il bambino di tre anni e mezzo non vuole avvicinarsi alla mamma: è come bloccato da un dubbio e da una paura. Sollecitato a farsi avanti, non si muove. Ma improvvisamente scoppia a piangere e, rivolto al papà, grida: "Papà! Guarda! Quella lì, mi mangia la mamma!". Povero bambino, non aveva capito niente. Non riusciva a decifrare il senso del gesto incomparabilmente bello, che aveva di fronte.
La mamma, infatti, stava facendo la mamma: stava, cioè, nutrendo la vita di sua figlia con qualcosa che veniva dalla sua vita senza però intaccare la sua vita. Ma il bambino non riusciva a capirlo!
Così alcuni, davanti all’Eucaristia, non capiscono che è un gesto, attraverso il quale, l’Amore maternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli nutrendoli d’amore: è l’amore, infatti, il cibo eucaristico!
Ci può essere qualcosa di più bello?
Di più toccante?
Di più divino?
Noi cristiani non siamo "antropofagi", non siamo "ematofagi": siamo semplicemente un popolo che crede nell’Amore di Dio e si lascia educare dalla fantasia divina dell’Amore, che, come ogni amore, ha bisogno di gesti … cioè di sacramenti! I sacramenti, infatti, sono gesti di Gesù compiuti attraverso la Chiesa: gesti, pertanto, riempiti di un significato e di un potere … che viene da Dio.
Poniamoci una domanda: quando Gesù ci ha donato l’Eucaristia?
Esattamente nel Cenacolo! Per capire allora il significato dell’Eucaristia, noi dobbiamo entrare nel Cenacolo e scrutare tutti i gesti che Gesù ha compiuto nell’ultima sera trascorsa su questa terra.
Ed ecco la sorpresa: entrando nel Cenacolo, subito avvertiamo un clima drammatico, un clima di tradimento! Gesù, infatti, apertamente dice: "Uno di voi mi tradirà!". E, rivolto a Pietro, lo ammonisce: "Pietro, tu mi rinnegherai tre volte!". E agli altri apostoli annuncia con amara sofferenza: "Voi tutti fuggirete e mi lascerete solo!".
In questo clima noi tutti avremmo rovesciato la tavola dell’amicizia tradita e avremmo gridato senza mezzi termini: "Andate via, ingrati! Via da me, non meritate niente: siete gente spregevole che non voglio più né vedere né avvicinare!".
Ma Dio non agisce così.
Dio sfida il male con il bene.
Dio sfida la nostra cattiveria con la Sua bontà.
Dio affronta l’immensa potenza del peccato con l’onnipotenza dell’Amore: perché Dio è Amore!
E, pertanto, Gesù dona l’Eucaristia: essa è un dono immeritato, un dono di puro amore, un dono di assoluta bontà, un dono che nessuno potrà mai meritare.

19 settembre 2005 Commenti disabilitati su

UNO STRAORDINARIO ANTONIO SOCCI

L’Inquisizione progressista contro il latino
Il Giornale, domenica 19 settembre 2005

Catechesi/2

16 settembre 2005 § 1 Commento

La fantasia divina dell'Amore (Parte seconda)

Il cammino di Adolphe Retté

Qualcosa di simile all'inizio del secolo ventesimo (anni 1905 e 1906) accadde ad Adolphe Retté, uno scrittore francese che potremmo definire "pornografico". Egli, ad un certo punto della sua vita, sentì il fango in bocca e cercò, cercò affannosamente, cercò tenacemente, cercò umilmente di andare al di là del fango: e trovò Dio!

Un giorno, mentre con l'animo inquieto stava passeggiando in un bosco nei pressi di Fontainebleau, si squarcia la cappa di nebbia nella sua anima ed Adolphe Retté riesce a intravedere la strada della verità. Egli stesso riferisce: "Da quando gli uomini hanno posto il problema del 'perché siamo nel mondo', cento religioni e altrettante filosofie hanno tentato di risolverlo. Ma esse sono cambiate continuamente, adattandosi agli ambienti, alle circostanze, alle mode e specialmente ai capricci dello spirito umano. I filosofi e gli scienziati si sono ingegnati a dare una spiegazione dell'universo, ma non sono mai approdati a nulla di stabile: un'ipotesi, ritenuta fino a ieri come verità, viene oggi sostituita da un'ipotesi nuova, che domani sarà anch'essa detronizzata da un'altra congettura. In mezzo a questo continuo fluttuare, solo la Chiesa cattolica rimane immutabile. I suoi dogmi furono posti al tempo della sua fondazione e sostanzialmente li troviamo già tutti nei Vangeli. Tutto questo non si spiega umanamente: questa perseveranza e questa coerenza deve avere una causa non umana, perché l'umanità in balia di se stessa non fa altro che fluttuare. Ecco allora una fiaccola nelle tenebre: la Chiesa cattolica! E siccome la Chiesa cattolica dichiara di essere nata da una rivelazione di Dio, vuol dire che Dio esiste!"[1].

Appena pronunciò queste parole, Retté sentì un senso di pace, di liberazione, di appagamento dello spirito. A questo punto egli avrebbe dovuto correre da un sacerdote e aprirgli la sua anima: ma ebbe paura, ebbe vergogna, temette di confrontarsi con la verità … e rimandò ancora.

L'orgoglio è sempre il peggior consigliere dell'uomo: l'orgoglio allontana da Dio e dai fratelli!

Nel frattempo, nel marzo del 1906, lasciò la campagna di Fontainebleau e fece ritorno a Parigi,: e i problemi se li portò tutti con sé.

Riprese a frequentare i vari salotti mondani della capitale e riusciva sempre a essere brillante, attirando su di sé l'attenzione di tutti. Ma, subito dopo, avvertiva una profonda insoddisfazione e si sentiva talmente vuoto e talmente triste che il pensiero del suicidio gli appariva come l'unica via di uscita: e questo tremendo pensiero lo attanagliò più volte, spingendolo fin sul ciglio del baratro della disperazione. E arrivò vicinissimo a compiere un folle gesto!

Intanto aveva chiamato accanto a sé, a Parigi, la donna dagli occhi neri (così egli chiama nel diario la sua amante) e con lei continuava una vita di litigi, che sfociavano implacabilmente in orge di stomachevole sesso.

Racconta: "Quante ore lugubri passai in quel tempo gironzolando per Parigi mentre ruminavo angosce e incertezze! Tutto mi annoiava: i quadri del Louvre, dove mi rifugiavo di quando in quando, la lettura dei giornali, i colloqui con i colleghi e perfino la poesia. Riuscivo ad abbozzare alcune strofe ma non le terminavo, stracciavo la carta dove le avevo buttate giù e mi interrompevo dicendo: 'A che giova?'. Non potevo pensare che a Dio"[2]. È impressionante questa affermazione: "Non potevo pensare che a Dio"!

E un pomeriggio Retté decide di entrare nella cattedrale di Notre-Dame: la chiesa era quasi deserta, alcune donne pregavano davanti alla statua della Madonna, posta a destra del coro guardando l'altare maggiore. Esclama: "Vorrei fare come loro!", ma poi una forza misteriosa lo spinge fuori. Si ferma però sulla porta del tempio, si volta indietro e, inchinandosi verso l'altare dice: "Dio mio, abbiate pietà di me! Quantunque sia un peccatore turpissimo, venite in mio aiuto"[3]. Questa preghiera è molto simile a quella che Gesù mette sulla bocca del pubblicano che prega nel tempio: questa preghiera rivela già un forte tormento del cuore orientato verso il Signore.

Decide di lasciare Parigi (siamo nel mese di settembre dell'anno 1906) e si trasferisce nel paese di Arbonne. Qui egli affronta la tenace lotta tra il peccatore che non voleva morire e il credente che non riusciva a nascere. Un giorno visitando il piccolo santuario di Cornebiche nei pressi di Arbonne, Retté volge lo sguardo verso l'immagine della Madonna e la prega così: "Ecco! Qualche cosa mi ha comandato di venire da voi e sono venuto. Voi, che finora non ho mai invocato; voi, a cui i fedeli alzano gli occhi nelle afflizioni, pregate il Figlio vostro, affinché mi indichi che cosa devo fare"[4].

Poi Adolphe Retté cerca un sacerdote cattolico, apre la sua anima, si confessa tra le lacrime: ritrova Dio e ritrova la pace.

Da allora la sua vita diviene un canto di gioia. E, dopo la prima Comunione ricevuta in età adulta, esclama: "Perché non si può arrestare il tempo in quest'ora solenne di calma e di innocenza? Durante la giornata che seguì dopo la santa Comunione, vissi una specie di sogno luminoso. Tutti i miei pensieri si volgevano al Signore; mi pareva che ogni cosa avesse assunto un aspetto festoso. In verità, vedevo l'universo con occhi nuovi"[5]. Anche Gilbert K. Chesterton, nel 1922, dopo la conversione e la prima confessione, esclamò: "Quando mi inginocchiai davanti al sacerdote e confessai le mie colpe, il mondo si rovesciò davanti a me … e divenne dritto".

Questi sono i veri miracoli che Cristo continuamente compie, quando un cuore gli apre umilmente la porta della libertà.

Un giorno, quando dal Cielo vedremo le orme dei piedi di Cristo sulle interminabili strade del mondo, resteremo stupefatti e diremo al Signore: "Come?! Sei passato più volte accanto a me e io non me ne sono accorto. Come?! Sei entrato anche in quella stanza, anche in quella casa dalla quale io stavo lontano per evitare il contagio dell'immoralità e della nauseante cattiveria. Come?! Io ho evitato tante strade e tu, invece, le hai percorse tutte. Perché?!".

E Gesù ci risponderà: "Dovunque si trovava una pecora che mancava al conto del mio Amore, io non potevo resistere: io dovevo andare, perché non sono io a chiudere la porta del cuore: voi potete chiuderla, ma io … no!".

Catechesi

15 settembre 2005 § 2 commenti

Catechesi che Mons. Comastri ha tenuto a Colonia. Questa la prima parte.
—————————

La fantasia divina dell'Amore

Saluto
Conserviamo davanti agli occhi la scena bella e carica di fascino … dei Magi che si inginocchiano davanti a Gesù, che Maria tiene tra le Sue braccia. Immaginiamo i loro occhi pieni di stupore, di emozione e di devozione dopo un viaggio lungo, faticoso, pericoloso.
Vogliamo, oggi, rivivere la stessa esperienza.
Santi Magi, camminatori instancabili, pregate per noi!
Santi Magi, cercatori di Dio, pregate per noi!
Santi Magi, veramente liberi nel cuore, pregate per noi!
Santi Magi, profondamente giovani nel cuore, pregate per noi!
Santi Magi, coraggiosi adoratori di Dio, pregate per noi!

Il cammino di Edith Stein

 

 

Qui a Colonia, il 1° maggio 1987, Giovanni Paolo II proclamò beata la carmelitana Edith Stein, morta in una camera a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942.
Edith Stein ha fatto lo stesso cammino dei Magi: non conosceva Gesù, ma l'ha cercato cercando la Verità: cercando il senso della vita (che deve esserci!), Edith ha trovato Gesù.
Partì da una buona esperienza religiosa nella propria famiglia, ma poi sulla soglia della giovinezza divenne atea. Però continuò a cercare, perché capiva che l'ateismo non può dare le risposte che il cuore umano cerca: e andò oltre l'ateismo!
Come?
Nel 1915, durante la prima guerra mondiale, si recò come volontaria al fronte per rendersi utile nel soccorso ai feriti e ai soldati ammalati di tifo e di colera: questo gesto poneva Edith già nella direzione di Dio.
Fu infatti un'esperienza che le aprì orizzonti nuovi. Tutta la sua cultura improvvisamente le apparve insignificante e arrivò ad esclamare: "Non la scienza ma la dedizione (cioè la carità) ha l'ultima parola". Edith non lo sapeva ma, vivendo la carità, stava avvicinandosi a Dio, perché Dio è carità. Malcolm Muggeridge, il celebre giornalista della B.B.C. messo in crisi dalla carità di Madre Teresa di Calcutta, in tempi più recenti ha esclamato: "Il cuore del cristianesimo sta tutto qui: sta nell'annuncio inaudito che la carità vale più della cultura".
Del resto, attraverso l'apostolo Paolo, lo Spirito Santo con estrema chiarezza ci aveva avvisati consegnandoci questo messaggio: "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli … e se conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza … ma non ho la carità, non sono nulla" (1Cor 13, 1-2).
Ma Edith Stein, come i Magi, dovette camminare e camminare per arrivare all'incontro con Dio … in Gesù!
Un altro passo importante del suo viaggio verso Gesù avvenne un giorno apparentemente normalissimo, nel quale ella entrò in una chiesa cattolica: il suo interesse era puramente estetico, ma Dio stava preparando la strada per poter incontrare l'inquieto cuore della giovane Edith.
Ebbene, varcando la soglia di una chiesa, Edith è colpita da un fatto: vede una donna, probabilmente una semplice casalinga, entrare con la borsa della spesa sotto il braccio e sostare in preghiera come se stesse parlando con una misteriosa presenza. "La cosa mi parve strana – dirà più tardi Edith – , perché nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti si entra soltanto durante l'ufficio divino. Al vedere qui la gente entrare tra una occupazione e l'altra, quasi per una faccenda abituale o per una conversazione spontanea, rimasi colpita a tal punto che non mi riuscì più di dimenticare quella scena". Edith stava scoprendo la bellezza consolante della Presenza Eucaristica: una bellezza tutta cattolica!

Letture

15 settembre 2005 Commenti disabilitati su Letture

Antonio Socci
Montanelli non si può arruolare
Il Giornale, 14 settembre 2005

 

UPDATE:
Antonio Socci
Risposta a Vittorio Feltri
Il Giornale, 12 settembre 2005

Inno

14 settembre 2005 § 1 Commento

«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, non sono nulla. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adìra, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità. Ma di tutte più grande è la carità».
(1 Cor. 13,3)

 

 

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per settembre, 2005 su Quid est Veritas?.