23 settembre 2005 § 2 commenti

UNO STRAORDINARIO GIULIANONE

Il ministro della Salute, Francesco Storace, ha sospeso ieri la sperimentazione dell’aborto chimico avviata dall’ospedale Sant’Anna di Torino. Lo ha fatto a mezzo di un’ordinanza, dopo un’ispezione formale, motivata da ragioni di procedura clinica e tutela della salute delle donne, non per motivazioni etiche. La presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, con al seguito un garrulo corteggio di abortisti ideologici, ha detto che il ministro "deve vergognarsi" perché, sebbene lei non sia a conoscenza dell’ordinanza ministeriale, certamente deve essere una sfilza di pretesti ad averla provocata. Una risposta in puro stile politicista, del tutto indifferente nella sua insolenza alla logica del dialogo tra istituzioni e della verifica doverosa del merito delle questioni. Non l’ho letta e non mi piace, questa la logica guerrafondaia della Bresso. Come avevamo previsto su questo giornale, la sperimentazione della pillola abortiva è già una funebre bandiera di libertà e di banalità, e i suoi sostenitori, nonché le obiezioni etiche, disprezzano anche le cautele protocollari accertate dagli organi legittimati a farlo.

Banalizzare l’aborto, incardinarlo come un uso sociale qualunque, come un costume anticoncezionale ex post, e servirsi dei ritrovati tecnici a disposizione, senza troppi scrupoli, per renderlo non tanto facile e sicuro, il che sarebbe comprensibile, quanto scontato e all’immediata portata di chiunque. Già i ginecologi devono cercare di elevare almeno la barriera dell’uso ospedaliero della pillola abortiva, perché è ovvio che il destino della Ru486, se non cambia culturalmente l’atteggiamento sociale verso l’aborto, è quello di diventare un ritrovato casalingo buono per l’uso semplice, immediato, clandestino: un nuovo prezzemolo che fa tornare l’aborto alle origini, a prima delle legislazioni che lo hanno sottratto alla schiavitù delle mammane.

A questo cupo sbandieramento, posto che le ispezioni e le ordinanze vanno rispettate e che la sospensione di una sperimentazione clinica non è un atto autoritario né irreversibile, bisogna opporre però non solo la logica del divieto. Serve la proposta. Perché il ministro della Salute non propone (all’americana) lo stanziamento in Finanziaria di fondi congrui per la promozione del volontariato antiabortista, cioè dell’encomiabile lavoro di quanti cercano con scrupolo una soluzione alternativa all’interruzione di gravidanza nel contatto sociale con le donne che si trovano di fronte a questa prospettiva? Perché le attività volontarie del Movimento per la vita, che rendono conto di una delle ragioni della legge 194, non devono essere sostenute e promosse con un forte e sensibile impegno pubblico? L’aborto legale non implica la trasformazione della società in una caserma abortista, in cui quella cosa lì si fa in nome della libertà e senza discussioni. Anche i democratici e i liberal americani pro life riflettono su questa dimensione etica della questione: si devono mettere le donne in grado di essere anche libere di non abortire.

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