Boll

29 agosto 2005 § 2 commenti

Segnalo l'articolo di Vito Punzi apparso su Il domenicale di sabato 23 luglio, Il Böll che scandaglia il mistero e assatana i censori. Da leggersi, perchè ci torneremo su.
——————————-
«Si è fatto il possibile per farlo passare come un insieme di testi acerbi, immaturi, opera di un giovane (in realtà già ventinovenne) Heinrich Böll, alle prese con le sue prime prove narrative e poetiche. Con l’azzardo, per di più, di giudicarlo privo di talento. Tanto che al "Sole" hanno dovuto inventare un titolo (Il talento del giovane Heinrich) che suggerisse l’esatto contrario di ciò che Andrea Casalegno sosteneva con sufficiente arroganza nella sua recensione.

Secondo la prestigiosa penna confindustriale lo scrittore, dopo quelle poco felici esperienze di scrittura, avrebbe sopperito alla mancanza di talento con una «volontà paziente» e con una «profondità di sentimenti». Bastasse questo, caro Casalegno, in quanti saremmo a poter vincere, non dico un Nobel, ma almeno uno "Strega"! Poca cosa, sembrerebbe, dunque, il giovane tedesco. Solo un «miracolo» (così, sempre secondo l’illustre e agro censore) avrebbe potuto un giorno portare Böll al Nobel.

E miracolo, probabilmente per far dispetto a Casalegno, fu.

Lo stesso editore di questo economico Prigioniero a Parigi e altri racconti (Mondadori, Milano 2005, pp.174, E7,40) non sembra fosse troppo convinto dell’operazione di recupero (anche in Germania l’edizione è recente) di questi testi scritti tra il 1946 e il 1947, tanto da lanciare il libretto in pasto al lettore senza uno straccio d’introduzione, di nota biografica, di alcunché (ottima al contrario la traduzione di Vincenza Gini). Le solite cose: pubblicazioni fatte, sembrerebbe, per necessità, se non per dispetto. La lettura di questi racconti rappresenta in realtà un’immersione nel magma ribollente, fluido, copioso e avvolgente dalla penna del giovane Heinrich a guerra appena terminata, attraversata come se si fosse trattato di una fornace.

Non si è stancato di ricordarcelo Sebald, prima di abbandonarci: Böll è stato uno dei pochi, certo il più grande, a immergersi totalmente, dunque anche letterariamente nel tema della distruzione e della sopravvivenza nella Germania degli anni ’43-’45. Tanto più che il suo L’angelo tacque, così come i racconti di cui si dice qui, rimase a lungo sconosciuto (quarant’anni) agli stessi tedeschi.

Un’antica e insieme nuova colata lavica giunge dunque ora a noi. Combustione infinita e indistinta di corpi, case, animali. Magma che fluido riemerge, magari a bruciacchiare le estremità pedestri del nostro Casalegno, penosamente impegnato a screditare, con la ridicola e furbesca operazione di estrapolazione di singole, secondo lui malriuscite, metafore, la scrittura del giovane Böll (delle poesie raccolte nel volumetto si rifiuta sprezzantemente di parlare).

Paola Capriolo, anche lei, durante la lettura delle calde pagine bölliane (di cui ha reso conto sul Corriere), deve aver annusato odor di carne fresca ben rosolata, senza sospettare che potesse trattarsi della propria. Sì, perché c’è un sottile gioco che accomuna i citati critici: qualsiasi scrittore che avesse la pretesa di misurare il proprio talento con il mistero (ripeto, mistero, dunque tutt’altro che una realtà dogmatica stabilita una volta per sempre) della presenza viva di Cristo in qualsiasi situazione, anche "dentro" un testo che abbia pretese letterarie, dev’essere "laicamente" esorcizzato, quantomeno ridimensionato, se possibile cassato. Nessun complesso di persecuzione. Figuriamoci. Però, perché dovrebbe scandalizzarsi tanto, la Capriolo, nel momento in cui si accorge che nei racconti di Böll vi sono «speculazioni etico-teologiche, persino nelle circostanze, in trincea, sotto i bombardamenti, durante la fuga da un Lager…»?

Logica e degna conseguenza il giudizio che tende a minimizzare i tentativi fatti da Böll di popolare i propri racconti di personaggi ed episodi che esplicitamente rimandano al Nuovo Testamento. Per la Capriolo non possono essere queste le pagine «da cui meglio traspare la religiosità del giovane Böll». Meglio, dice lei, «quelle nelle quali si parla semplicemente dei rapporti tra uomo e uomo».

Decido dunque di lasciarmi arrostire anch’io senza il timore però di sentire la fiamma vivida raggiungere il misero cuore. Così, inattesa, anche la testa va in ebollizione quando leggo in Il generale l’abisso infernale del campo di battaglia: «era come se una mano enorme e disgustosa, dalle dita puzzolenti, gonfia di orride voglie, si fosse levata dalla terra e avesse sparso gocce che ustionavano, che scoppiavano e fumavano, e il sangue dei colpiti gocciolava e scorreva… dietro a tanta crudeltà non poteva esserci che l’inferno». Dopo il colloquio tra il medico e Paul a battaglia conclusa, quel colloquio che ha scandalizzato la Capriolo (a Paul, soldato cristiano che osserva la desolazione del campo di battaglia, dove ad aver vinto sembra essere solo la morte, Böll fa dire: «io credo che oggi si manifesterà la Grazia divina, anche se non saranno in molti a rendersene conto, ma è sempre lui che decide i destini… forse tra i cadaveri abbandonati là davanti»), dopo quel colloquio, dunque, segue la scena dell’ingresso in una città dei soldati superstiti, tutti misteriosamente in ordinata fila diretti verso un unico luogo, quello dove una gracile figura di donna in abito bianco versa «del vino da una brocca di terracotta in una coppa d’argento e a ognuno porge del pane bianco»: il manifestarsi della Grazia che il soldato Paul aveva preannunciato.

Invenzione letteraria potente questa, mirabile sovrapposizione tra sanguinante diario di guerra e didascalica parabola cristiana che, estranea a snobistiche disquisizioni su verosimiglianza o similari, ha la presunzione di dire dove risiede il vero, il solo che della guerra può salvare sia il carnefice che la vittima, come pure la stessa invenzione letteraria.

Se questo è, ben venga anche il cattolico Böll che già in questi racconti con rabbia non rinuncia a scagliarsi contro preti, suore e vescovi traditori dell’umano, contro le banali e irriguardose riproduzioni di santi. Perfino le sue poesie (poche e davvero non certo sublimi) potranno così essere lette con un pizzico di gusto e interesse.
Vito Punzi

§ 2 risposte a Boll

Che cos'è?

Stai leggendo Boll su Quid est Veritas?.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: